Era il padrino della mafia calabrese

L'express

Lo Stato italiano ha appena colpito la ‘Ndrangheta, la più potente mafia d’Europa. L’operazione ha rivelato un’organizzazione insospettata e con un boss al vertice.

È lui, allora, il boss, il capo supremo della ‘Ndrangheta, che aveva diritto di vita e di morte sugli uomini, la Calabria e il mondo? Il padrino stempiato che uomini dalla spudorata riverenza baciano, nelle immagini catturate dai carabinieri fra le pieghe di questo Aspromonte rude e abbandonato, ai confini dell’Italia? Il 13 luglio, sotto i flash, Domenico Oppedisano, 80 anni, mascella serrata, manette ai polsi fra due agenti, guarda il suo potere allontanarsi, in silenzio.

Il 13 luglio, lo stato italiano ha sferrato un duro colpo ai vertici della ‘Ndrangheta, la mafia calabrese, diventata in pochi anni l’organizzazione più ricca e pericolosa d’Europa, davanti e non di poco ai suoi cugini siciliani di [Cosa] Nostra. La maxi-operazione delle procure di Reggio Calabria e di Milano – 300 persone arrestate, 1,5 milioni di intercettazioni – ha tolto il velo da questa setta dalla forza cieca e strisciante, tanto tribale quanto ultramoderna. Sorpresa: questa mafia che veniva descritta come una somma “orizzontale” di famiglie autonome sarebbe in realtà un’organizzazione “verticale”! “È eccezionale, abbiamo portato alla luce un vertice della ‘Ndrangheta – un “Crimine” – con, a capo, un boss eletto di anno in anno ogni mese di agosto. Una struttura molto gerarchica che decide i capi nel nord Italia, in Canada, in Australia…”, spiega Renato Cortese, capo della squadra mobile di Reggio Calabria. Una presidenza di turno, insomma, per la prima mafia globale.

La ‘Ndrangheta giura solo attraverso legami di sangue

[Sistema] ingegnoso, quando [si pensi che] in Sicilia, il padrino di Cosa Nostra, Totò Riina, che ha conquistato il suo potere con gli spargimenti di sangue e con il deflagrare delle bombe, arrestato nel 1993, può conservare il suo potere persino dietro le sbarre…Il reggente Oppedisano non è Riina, né tiranno né capo militare. La ‘Ndrangheta non è Cosa Nostra. “E precisamente, in questa indagine, sottolinea un inquirente, non abbiamo beneficiato dell’aiuto di pentiti”. Niente Tommaso Buscetta, quindi, che, ventisei anni fa, aprì al giudice Falcone il libro di Cosa Nostra, i suoi organigrammi, i suoi gradi. Il pentito decifrò davanti al giudice la cospirazione della mafia e il dramma di un popolo.

In Calabria gli spioni si fanno attendere. Nella ‘Ndrangheta, che giura solo attraverso legami di sangue, si tradisce raramente il proprio padre o il proprio fratello. La famiglia a dispetto di tutti. La famiglia di cui lo scrittore Corrado Alvaro diceva, nel secolo scorso, che è “la forza della Calabria, la sua colonna vertebrale, il campo del suo genio, il suo dramma e la sua poesia”. È da questa linfa che la ‘Ndrangheta trae la sua potenza e il suo segreto. Al punto che, in una famiglia ‘ndranghetista, si nasce, per definizione “giovane d’onore”. Ma è a quattordici anni, l’età legale per il battesimo dell’affiliazione, il giorno in cui si supera, con una puntura rituale del dito, la frontiera invisibile che separa la propria triviale esistenza dall’essere consacrato. Quel giorno si giura, in nome di “Nostro Signore Gesù”, di votarsi al servizio esclusivo e definitivo della “‘ndrina”, la famiglia mafiosa – la prima cellula della ‘Ndrangheta, che si allarga a furia di matrimoni organizzati. E per coloro che si allontanano dalla retta via, c’è un tribunale interno. Dotato di pena capitale.

Il servizio pubblico e la politica nel mirino

È in un giorno di nozze, il 19 agosto 2009, che il vecchio Oppedisano è stato eletto capo – i ‘ndranghetisti tengono dei summit durante banchetti nuziali e funerali. La sua consacrazione fu ratificata il primo settembre scorso, durante la festa annuale della madonna della montagna, a San Luca. Questo misero borgo dell’Aspromonte, che nasconde, dietro alle sue facciate grigie, palazzi di marmo e bunker con l’apertura idrodinamica per i fuggitivi, è la “mamma” della ‘Ndrangheta. È San Luca che autorizza l’installazione di ogni nuova colonia ‘ndranghetista nel mondo. Ed è proprio qui che, in una lavanderia-QG [Quartier Generale, N.d.T.] nel sottosuolo di un centro commerciale di Siderno, il 31 luglio 2009, gli inquirenti sbalorditi sentono, per la prima volta, alcuni uomini, due dei quali arrivati dall’Ontario, parlare a bassa voce di questo Crimine… Una sorta di “Corte Costituzionale”, quindi, rinnovata ogni anno, che dirime i litigi tra clan, che soprattutto ratifica l’elezione dei capi nel Nord Italia, in Germania, in Canada o in Australia. La ‘Ndrangheta non si infiltra più soltanto, in Calabria, in ogni chilometro di strada, in ogni gara d’appalto, in ogni pensiero. [La ‘Ndrangheta] distrugge, al di là [dei confini della Calabria], ogni velleità indipendentista.

Mal gliene incolse, così, al boss Carmelo Novella, un pazzo che voleva fondare la “sua” ‘Ndrangheta a Milano. Il 12 giugno 2008, un affiliato commenta sobriamente: “Il Crimine lo ha licenziato”. Un mese dopo Novella riceve quattro proiettili in testa, in un bar, in pieno giorno. Un anno più tardi si capisce meglio cosa intende dire il saggio Oppedisano, il custode del tempio e delle sue regole, quando si innervosisce davanti a suo nipote Pietro: «Se non abbasso la testa io…su una cosa…non c’è niente per nessuno!…Hai capito!» Certo. Ma ci si domanda, oggi, chi è questo Oppedisano, nativo di Rosarno, questo sconosciuto! Il suo predecessore, Antonio Pelle “Gambazza”, era un signore di San Luca, ma lui? “Se la carica formale spetta a Oppedisano, [questa scelta] esprime sopratuttutto l’importanza delle famiglie di Rosarno e della piana di Gioia Tauro”, precisa Cortese. I clan Piromalli, Alvaro, Pesce… I potenti clan degli affari. L’altra faccia, moderna, sotterranea, della ‘Ndrangheta.

Perché questa mafia, infiltrata nel sistema economico e politico, supera di molto i 6 000 affiliati. L’operazione del 13 luglio ha districato alcuni fili della sua “zona grigia” a Milano, il cuore economico della ‘Ndrangheta. Ancora sei mesi fa, il prefetto Lombardi, senza dubbio male informato, affermava baldanzoso: “A Milano, la mafia non esiste”. I magistrati hanno rivelato più di 500 affiliati in Lombardia, i traffici del direttore sanitario della ASL di Pavia, che comprava voti per un boss… La ‘Ndrangheta sposta migliaia di voti, in cambio di appalti. E, oggi, mette direttamente le sue pedine nell’amministrazione pubblica. Bisognerà ancora colpire questi “invisibili”, “questo terzo livello”, fino al cuore della politica, spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio. La [mafia] calabrese è lontana dall’aver rivelato tutti i suoi segreti. Ed è continuando su questa strada che gli inquirenti ne scoprono [di nuovi] riguardo questa mafia di sabbie mobili.

[Articolo originale "C'était le parrain de la mafia calabraise " di Delphine Saubaber]

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Traduzione di:
Roberto SimoneItalia Roberto Simone
Sono laureato in fisica, quindi mi sono riciclato come programmatore ed oggi faccio il consulente informatico a Milano. Ma sono e resto salentino. Credo che compito dell'Informazione sia controllare il potere in tutte le sue forme e non vezzeggiarlo. E credo che senza Informazione non ci sia Democrazia. Traduco dal francese
Revisione di:
Claudia Marruccelli