[Juventud Rebelde]
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, è uno dei testimoni principali nel processo sulle trattative fra la mafia e lo Stato italiano negli anni ‘90, che sfociarono nell’assassinio dei giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Roma – Le nuove dichiarazioni rese lunedì da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, rafforzano i forti vincoli che sono esistiti fra la mafia e i funzionari dello Stato italiano per decenni.
Ciancimino padre, che è stato assessore comunale ai lavori pubblici negli anni ‘60, era solito riunirsi nel ristorante Scuderia con boss mafiosi del calibro dei fratelli Salvatore e Antonio Buscemi per offrire loro informazioni sull’uso di terreni inutilizzati per la costruzione di immobili in Italia e all’estero.
In questo modo Vito Ciancimino si compromise con la mafia nell’affare dell’edilizia, ha affermato Massimo nel processo agli alti ufficiali di polizia Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento nei confronti della mafia.
Durante la sua comparizione davanti ai giudici di Milano, Ciancimino junior, che è a sua volta processato per associazione mafiosa, ha confermato di aver ottenuto tali informazioni leggendo diari e documenti di suo padre.
Il figlio dell’ex sindaco di Palermo è uno dei testimoni principali nel processo sulle trattative tra mafia e Stato italiano negli anni ‘90, che sfociarono nell’assassinio dei giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nei quali sono coinvolti polizia e servizi segreti.
Su questo particolare, Ciancimino junior ha fatto riferimento a un accordo firmato tra maggio e dicembre del 1992, che permise al boss della mafia Bernardo Provenzano di godere di una specie di immunità territoriale, che ne impedì la cattura nel 1995, quando era latitante.
Sia Mori che Obinu fecero parte di questo accordo fra mafia e istituzioni italiane, e sono a conoscenza delle conversazioni sostenute da mio padre al riguardo, ha sottolineato Massimo Ciancimino.
Ha aggiunto che, fra il 1999 e il 2002, Provenzano andò piú volte a casa sua a Roma, dove il padre era agli arresti domiciliari, indicando al boss mafioso che questi incontri lo compromettevano perché lui non era protetto da un accordo.
Nelle sue dichiarazioni, Ciancimino junior ha fatto anche riferimento alla visita ricevuta a maggio dell’anno scorso da un ufficiale dei servizi segreti, il quale lo intimidì dicendogli che il cammino intrapreso non l’avrebbe aiutato affatto, perché con lui non c’erano accordi.




















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