[Die Welt]
E’ scontro alla Fiat, produttore italiano di auto. L’amministratore delegato Sergio Marchionne, che finora ha sempre goduto anche della stima dei sindacati, vuole ora approntare dei tagli in Italia. La soluzione migliore per lui sarebbe chiudere un intero stabilimento. I sindacati organizzano proteste in tutto il Paese contro la nuova politica aziendale.
Ai piedi del Vesuvio non c’è traccia di una tregua per le festività, anzi: da giorni i dipendenti dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, vicino a Napoli, sono in protesta. Bloccano gli ingressi alla fabbrica, occupano al freddo il tetto degli uffici. L’impianto, nel quale si voleva riprendere la produzione dei modelli Alfa dopo una stop di diverse settimane, è chiuso.
All’origine della protesta c’è la decisione di Fiat di non rinnovare un centinaio di contratti a tempo determinato ai lavoratori. In realtà c’è ben altro in gioco. “In fabbrica sono tutti convinti che questo sia solo il primo passo verso ulteriori tagli”, spiega Mario Di Costanzo, rappresentante sindacale di FIOM-CGIL.
Lo sciopero apre una settimana decisiva per i lavoratori Fiat. Martedì ci sarà un incontro tra Governo, sindacati e direzione Fiat a Roma per discutere del futuro della produzione in Italia. Nel corso dei colloqui l’AD di Fiat Sergio Marchionne ha detto di voler aumentare notevolmente la produttività degli stabilimenti italiani, e per farlo è disposto anche a chiuderne alcuni, ha detto chiaro e tondo.
L’amministratore di Fiat non teme di aprire le trattative con parole dure. Da settimane mette a confronto i lavoratori italiani e stranieri. I lavoratori italiani sarebbe molto meno produttivi rispetto a polacchi e brasiliani, spiega Marchionne. “Abbiamo sei stabilimenti in Italia che producono quanto un solo stabilimento brasiliano. Che logica industriale sarebbe?”, ha chiesto poco tempo fa.
L’Italia non è abituata a simili uscite da parte di Marchionne. Il 57enne, alla guida di Fiat dal 2004, gode da lungo tempo di una buona reputazione anche presso i sindacati. E’ riuscito a fare del gruppo sull’orlo del fallimento un player attivo a livello mondiale, che attualmente controlla, di fatto, il costruttore americano Chrysler. E tutto questo senza chiudere impianti. La pace sociale con i lavoratori e il sindacato è stato uno dei pilastri portanti del suo successo. Marchionne ha risparmiato soprattutto all’estero e in settori diversi da quello dell’auto. Ma le cose potrebbero cambiare.
Nel corso dell’incontro che si terrà a Palazzo Chigi Marchionne dovrà spiegare come intende organizzare in futuro la produzione in Italia. E si aspettano duri scontri tra le parte sedute al tavolo. Già nel mese di giugno Marchionne ha annunciato di voler cessare nel 2011 la produzione di auto nello stabilimento di Termini Imerese in Sicilia, che impiega 1700 dipendenti. Ma la preoccupazione tocca gli operai di tutti gli impianti italiani.
Martedì si riuniranno a Roma per un corteo dimostrativo per difendere il posto di lavoro. Si attendono soprattutto i lavoratori ribelli di Napoli. Sanno che la produzione di modelli importanti di Alfa Romeo è in esaurimento.
Che però qui si pensi di chiudere la fabbrica lo credono in pochi esperti. “Non è fattibile da un punto di vista politico” dice uno. Nel settore si suppone che Fiat intenda trasferire la prodzione del modello Panda dalla Polonia a Napoli. In questo modo l’unico stabilimento chiuso da Marchionne sarebbe quello siciliano. “In fondo chiudere anche un solo impianto di produzione sarebbe già un successo per Marchionne”.
Il Governo intende giocare un ruolo attivo, perché fra i temi in discussione c’è anche la questione se lo Stato debba continuare a sostenere il mercato dell’auto con gli incentivi statali. Marchionne ha già minacciato più volte di chiudere le fabbriche se i contributi non verranno prorogati. Il Governo italiano non ha ancora preso una decisione in merito – ma ha dimostrato la volontà di andare incontro al gruppo. “Gli incentivi statali sono come degli stimolanti, bisogna ridurre il dosaggio gradualmente per tornare alla normalità”, ha spiegato il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola.
Non solo Fiat, ma anche l’intero settore auto europeo soffre di sovracapacità produttiva. Secondo quanto affermato da Ward’s, studio di ricerche di mercato, nell’Unione Europea le aziende del settore auto utilizzano attualmente i loro impianti al 65% della loro capacità complessiva. Molte linee sono ferme, molti lavoratori restano a casa in base a diversi schemi di lavoro a tempo ridotto. Così i lavoratori Fiat di Napoli vengono pagati dal fondo sociale semi-statale della Cassa Integrazione.
Lavorano solo pochi giorni al mese, per questo Marchionne vuole dei tagli definitivi. Pretende inoltre che il settore, insieme con il governo, rifletta bene su dove e a quali condizioni si possano produrre le auto. E dove invece no.
Fiat vorrebbe diventare redditizia quanto i costruttori extra-europei. Toyota e Nissan sono i modelli di riferimento. “Queste società hanno livelli di produttività estremamente alti. Hanno pochi stabilimenti, la produzione è più flessibile e un numero più elevato di modelli diversi viene assemblato su un’unica linea”, spiega Massimo Vecchio, analista di settore per Mediobanca. E nel frattempo perfino i rivali americani in difficoltà come Chrysler e General Motors diventano un modello a seguire. “Il governo Obama ha preteso una ristruttarazione dell’intero comparto e ora le aziende, dopo le procedure per insolvenza, sono in condizioni migliori per produrre profitto”, ha detto Marchionne due settimane fa alla rivista di settore “Automotive News”.
Ma di una soluzione europea come quella prospettata da Marchionne i lavoratori italiani non ne vogliono sapere. Non temono nessuno scontro, né con il management Fiat né con i colleghi degli impianti stranieri. “Per stimolare la produzione in Italia Fiat deve ridurre la sua presenza all’estero”, dice Roberto Mastrosimone del sindacato auto FIOM-CGIL. Il che per lui significa: produrre meno auto in Polonia, Turchia, India, Serbia e di più in Italia. I colloqui che si tengono a Roma devono perciò essere seguiti con attenzione anche dall’estero.
[Articolo originale "Fiat-Chef fordert Einschnitte, Arbeiter protestieren" di Andre Tauber]




















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ma va che marchionne vuole licenziare? strano, nn se lo aspettava nessuno…
una soluzione per la fiat, ci sarebbe… produrre automobili decenti…
I padroni decidono
I padroni guadagnano
I padroni pretendono
I padroni si strarrichiscono
I padroni chiedono finanziamenti allo Stato
I padroni mandano affan….. i loro operai
I padroni pensano solo al loro strabenessere
E poi ci si lamenta che esiste l’odio!!!
Dimenticavo….
I padroni chiedono la cassa integrazione
I padroni incamerano i lauti guadagnano e quando le cose vanno meno bene…..
I padroni dovrebbe imparare a camminare insieme agli operai.. perchè sono proprio loro che mettono mano al prodotto finito.
E se i lavoratori vengono trattati come bestie e lasciati con stipendi da fame, l’industria italiana produrrà sempre prodotti con la qualità fiat.
Cioè zero.
Come l’Italia e la sua industria.
se marchionne capisse cosa significa perdere una mensilita’ di merda che lui da,forse capirebbe che quando parla cosi’ dovrebbe pensarci prima su 100 volte…..la fiat fa’ automobili al momento non alla pari delle altre…ha avuto il boom di vendite grazie agli incentivi di altri paesi come francia e germania ,si perfche’ le panda sono state vendute a 4900 euro in germania e francia non in italia!!!
poi per ricordare che doblo’,qubo,sedici,panda,500,non sono made in italia…ma made in turchia polonia di italiano hanno il nome solo fiat….ma totalmente prodotte in paesi fuori l’italia!!!
chiudere stabilimenti in italia o licenziare personale vuol significare solo di non voler andare avanti ma indietreggiare in questa nazione chiamata italia……
no, il problema è che gli amministratori delegati devono fare il bene degli azionisti, non degli operai. marchionne fa quello per cui è pagato: produrre profitto. non è pagato per lavorare per gli operai, ma è pagato per far guadagnare azionisti e i proprietari della sua azienda. quindi, trovo del tutto normale spostare le produzioni dove costa meno, e mantenere i prezzi di vendita elevati dove lo si puo fare. cosa c’è di sbagliato? nulla. è la logica del mercato che abbiamo tanto voluto… solo che ci dimentichiamo che nel mercato i grandi sopravvivono e i piccoli muoiono. ci siamo dimenticati che i piccoli siamo noi.
una soluzione di fatto non c’è. anzi, c’era prima, quando con i dazi doganali si tendeva a proteggere le industrie italiane. che però, proprio perchè si sentivano protette, producevano dei beni discutibili: o il top della gamma, o porcheria…. quindi non siamo mai stati in grado di gestire una nazione. insomma.. abbiamo i governanti che ci meritiamo, da 60 anni a questa parte. che razza di incapaci che siamo. non siamo neppure capaci di votare una classe dirigente decente. ma poi, anche volendo, come si puo fare? alla fine in parlamento ci finiscono affaristi e faccendieri, non certo gente che vuole il bene del paese in se.
la soluzione di fatto ci sarebbe, se il decentramento lo si fa in base a logiche di mercato, allora anche l’aiuto dello stato nelle aziende non ci dovrebbe essere seguendo, appunto, le logiche di mercato.
Purtroppo il modello di capitalismo libero così decantato in questi ultimi 20 anni in italia non esiste, anzi spesso le grandi realtà produttive ed economiche socializzano le perdite (vedi aiuti auto da 10 anni e passa a questa parte, cassa integrazione sfruttata anche dove non necessario,aiuti alle banche,etc.) facendole pagare a noi cittadini ma senza dare nulla, anzi delocalizzando o attuando delle razionalizzazioni aziendali che portino profitto nel medio-breve periodo,seguiti da grandi compensi a consulenze aziendali/management che raramente hanno sistemato le realtà aziendali.
Il capitalismo “libero” per come è stato inteso finora, ovvero pagato dai cittadini quando in perdita, ha decisamente fallito, e purtroppo non si vedono grandi “exit strategy” da questo modello nel prossimo futuro; tuttavia questa crisi almeno ha fatto prendere coscienza ai più che così non si può andare avanti.
Il problema è farlo capire a chi sta ai vertici.