Per non dimenticare i deportati del campo di Fossoli!

[Le Monde]

Carpi, una delle più graziose cittadine del centro Italia, a 58 km da Bologna non deve essere confusa con Capri. Un gruppo di turisti americani vi si sono trovati l’altro giorno e si chiedevano perché non vedessero il mare. Confusione frequente, ma le differenze sono enormi.

È una città di 60 000 abitanti di cui 10 500 immigrati in maggioranza provenienti dal Pakistan, gli altri sono marocchini e cinesi. Lavorano nei campi ed alcuni nell’industria dell’abbigliamento. Città tranquilla, fiera della sua piazza, la più grande d’Europa per superficie, piazza dei Martiri in memoria dei 16 partigiani giustiziati ed esposti per tre giorni dai soldati fascisti il 16 agosto 1944.

Sempre a sinistra (i comunisti poi i democratici di sinistra), mantiene una buona qualità della vita. Ma questa città che contava all’inizio del ventesimo secolo più di 5000 ebrei [si tratta di un errore: nel prosieguo dell'articolo si afferma che il numero di ebrei a Carpi nel 1898 era di una trentina, dato confermato anche a pag. 213 del libro  Le comunità ebraiche a Modena e a Carpi - Dal Medioevo all'età contemporanea, Ed. La Giuntina, 1999, F. Bonilauri, V. Maugeri N.d.T.]

oggi ne conta solo 7, un numero insufficiente per aprire la sinagoga. C’è una ragione semplice per questo: quando nel 1938 le leggi razziali, sul modello delle leggi tedesche del 1935, furono emanate, gli ebrei vennero presi di mira.

Essi formavano l’élite intellettuale della città, facendo parte della borghesia o della classe media più agiata. Per loro quelle leggi furono una sorpresa. Non pensavano che un giorno sarebbero stati discriminati nel loro proprio paese. Esclusi dalle scuole, dai mezzi di trasporto pubblici, umiliati pubblicamente dai fascisti, si aspettavano il peggio e il peggio stava per arrivare. Il premio Nobel per la medicina del 1986, Rita Levi-Montalcini, oggi centenaria, era fuggita in America nel 1938. Il governo di Mussolini aveva aperto alcuni campi di concentramento per rinchiudere gli oppositori politici, da un lato, e gli ebrei dall’altro. Questo succedeva nelle vicinanze di Carpi, a Fossoli in piena campagna.

Per gli ebrei, c’erano otto baracche in cui erano rinchiuse famiglie intere. C’erano tra le 150 e le 160 persone per edificio. Le condizioni di detenzione erano “quasi corrette” raccontano oggi alcuni sopravvissuti, soprattutto se paragonate a quelle che da lì a poco avrebbero vissuto ad Auschwitz o a Bergen-Belsen, in cui il 92% dei prigionieri fu massacrato dai nazisti.

Gli oppositori politici erano inviati/venivano allontanati, a Mauthausen. Primo Levi, che fu arrestato per motivi politici il 13 dicembre 1943 in Valle d’Aosta alla frontiera con il Piemonte, confessò che era ebreo. Fu subito mandato al campo di Fossoli, dove restò un mese nelle baracche riservate agli ebrei. Fu deportato ad Auschwitz il 22 febbraio 1944. Parla poco di Fossoli nel suo libro “Se questo è un uomo”: “Ci fecero salire su alcuni autocarri che ci portarono alla stazione di Carpi. È lì che ci aspettavano il treno e la scorta che doveva accompagnarci durante il viaggio. È lì che ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così inattesa, così insensata, che non provammo alcun dolore né nel corpo né nell’anima, ma soltanto un profondo stupore: come potevano battere un uomo senza collera?”

Questo libro sul “dolore senza speranza dell’esodo che ogni secolo rinnova” troverà un editore solo nel 1947. Sarà rifiutato dalle grandi case editrici. Non erano ancora maturi i tempi per i racconti [di quanto successo, N.d.T.]. Tabou e volontà di soffocare o di allontanare la memoria. D’altra parte il libro non avrà alcun successo, né tra i critici né nelle librerie. Non bisognava risvegliare ricordi dolorosi a cui cittadini italiani avevano più che collaborato con i nazisti.

La discrezione e il coraggio di Primo Levi, di cui testimoniano alcuni sopravvissuti, furono notati dai suoi compatrioti. Assistette alle esecuzioni di donne incinte e di persone anziane, perché, in attesa della morte, non erano utili al lavoro nei campi. Quet’uomo era profondamente ferito e fondamentalmente convinto che le parole non descrivessero compiutamente il peso di una tale tragedia. Il 12 luglio 1944, i nazisti uccisero nel campo di Fossoli 70 antifascisti. I loro nomi sono scritti sui muri del museo a Carpi.

Il campo di Fossoli è diventato un luogo di memoria. È visitato da scolari (40 000 per anno), stranieri, storici, famiglie che ivi hanno perso un parente (lì). Un’esposizione permanente ricorda cosa furono questo luogo e quell’epoca. È interessante vedere il primo numero della rivista fascista “La Difesa della razza” che data agosto 1938, un mese prima dell’applicazione delle “leggi razziali”. Foto, testimonianze, disegni, modellini, tutto quello che può dare un’idea di cosa furono quegli anni di disastro.
Dal campo di Fossoli così come da quelli di Bolzano e di Trieste partirono migliaia di esseri umani destinati alla morte. In totale, 8 500 ebrei e 35 000 non ebrei sono morti nei campi tedeschi.

Il primo agosto 1944, Fossoli fu abbandonato dai tedeschi. Bisognerà attendere il 1955 perché sia organizzata un’esposizione dalla municipalità comunista di Carpi. La sinagoga principale, posta all’angolo tra piazza dei Martiri e via Giulio Rovighi è vuota. Serve da ufficio per la Fondazione dell’ex campo di Fossoli.

Gli ebrei di Carpi conobbero persecuzioni tra il 1290 e 1294. Solo nel 1719 il ghetto verrà chiuso ed avranno il permesso di costruire un luogo di preghiera. Ma non si rendeva loro la vita facile. Se ne andavano. Nel 1898, non c’erano più di 30 ebrei a Carpi, ciò che provocò la chiusura di questa sinagoga nel 1922.

Più lontano, il Museo della Memoria posto di fronte alla più vecchia chiesa di Carpi, Santa Maria del Castello dalla Sagra. Migliaia di nomi sono incisi sui muri, alcune voci raccontano, disegni sulla pietra tra cui uno di Picasso ed una parete di Guttuso in ricordo delle esecuzioni di 350 civili per rappresaglia all’attentato del 28 marzo 1944, a Roma, dove furono uccisi 33 tedeschi.

Alcuni estratti di lettere dei deportati picchettano tutti i muri del museo: “Le porte si aprono… eccoli i nostri assassini. Vestiti di nero. Sulle loro mani sporche, portano guanti bianchi” (Esther); “Muoio ma vivrò” (Alekscin); “Se tu avessi visto, come ho visto io in questa prigione, quello che fanno soffrire agli ebrei, rimpiangeresti di non averne salvati ancora di più” (Odoardo); “Sono fiero di meritare questa pena” (Pierre); “Cosa può fare un uomo che si trova in prigione e che è minacciato di morte certa? Eppure hanno paura di me” (Sawa); “La mia bocca vi porterà sulle labbra mute” (Emile); “Aspettare la morte è faticoso” (Lidia).

Così Carpi mantiene viva la memoria delle vittime del fascismo e del nazismo. Ai suoi abitanti piace ricordare che è una regione ricca che non ha mai votato a destra e che coltiva la sua tradizione culinaria famosa per il suo parmigiano e il suo aceto balsamico. Un attivissimo centro culturale è situato ai bordi della grande piazza .

Si parla della crisi, e tuttavia ogni anno, vi è organizzato un grande festival letterario, il Festival del Racconto; vi sono invitati scrittori ed artisti italiani e stranieri di fama internazionale. Alcuni ricordano con humour che i genitori dell’attore americano Ernest Borgnine sono Carpigiani. Dicono: “Carpi ha dato al cinema il più celebre secondo ruolo spesso cattivo e crudele; ma Ernesto Bordino (il suo vero nome) è un uomo così affascinante!”

[Articolo originale "Pour ne pas oublier les déportés du camp de Fossoli !" di Tahar Ben Jelloun]

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