La battaglia della RAI

[Le Monde]

Mamma Rai, come la chiamano gli italiani, va male. Criticata per la sua parzialità, vilipesa per il suo arcaismo, messa sotto pressione politica e strangolata economicamente da Silvio Berlusconi in seguito al suo ritorno al potere nel 2008, la televisione del servizio pubblico cerca, più o meno bene, di resistere dall’interno. “Attraversiamo il peggior momento della nostra storia”, spiega Alessandra Mancuso, giornalista del TG1 e membro del comitato di redazione eletto dai giornalisti. “Dal ritorno di Berlusconi, abbiamo sempre meno autonomia e indipendenza”, afferma la giornalista elencando la lunga lista degli errori giornalistici e delle prese di posizione della sua rete a favore del Presidente del Consiglio.

“Sulla Rai, è anti-berlusconismo sette giorni su sette”, si difendono gli alleati sostenitori del Cavaliere il quale, da sempre, vede la televisione del servizio pubblico come un “nido di comunisti”. Così come i giornali, “controllati per l’85% dalla sinistra”, secondo Berlusconi, il quale, ha chiesto 1 milione di euro di danni ai quotidiani La Repubblica e L’Unità per aver pubblicato delle domande sulla sua vita politica e privata. “I media, e in particolare la televisione, sono la sua ossessione, nota Alessandra Mancuso. Il problema è che controlla direttamente la RAI, dove ai vertici ha posizionato degli uomini di fiducia, e rimane il proprietario, attraverso la sua famiglia, di tre reti private”.

Televisione pubblica o televisione di Stato? Il problema si pone in Italia da anni. Che al potere vi sia stata la destra o la sinistra, le relazioni tra i politici e la RAI sono sempre state molto strette. Fino agli anni ’90, la Democrazia Cristiana al potere senza interruzioni dal 1945 si è aggiudicata Rai Uno, il Partito Socialista aveva Rai Due; Rai tre, creata nel 1979, era stata lasciata al Partito Comunista Italiano, e rapidamente soprannominata “Tele Kabul”. Questo piccolo intrallazzo tra amici politici fu votato al Parlamento sotto il principio della lottizzazione per garantire il pluralismo del servizio pubblico. La scomparsa di questi partiti politici, colpiti dalla tormenta degli affari di corruzione negli anni ’80, non ha messo fine alla lottizzazione.

I partiti politici controllano ancora i tre canali pubblici. Ma l’irruzione sulla scena politica di Silvio Berlusconi ha cambiato le carte in tavola. In occasione della sua prima vittoria elettorale nel 1994, alcuni voci a sinistra si sono levate per denunciare il conflitto d’interessi, ma, da allora, nessun governo ha desiderato risolverlo. “È un grave errore politico che paghiamo caro adesso”, ammette Nino Rizzo Nervo (centro sinistra), membro del consiglio d’amministrazione della RAI. “Tra il 1997 e il 1999, abbiamo avuto una maggioranza legislativa per mettere fine a questo conflitto d’interessi, ma non abbiamo fatto in tempo”, prosegue, senza essere molto convincente.

Senza complessi grazie alla sua ampia popolarità, Silvio Berlusconi non sa cosa farsene delle violente critiche contro il suo dominio sulla televisione pubblica. La RAI è diventata il suo giocattolo. Egli vi nomina i suoi uomini di fiducia, interviene a suo piacimento e la strangola finanziariamente con la decisione, ad esempio, di non aumentare il canone, sebbene sia uno dei più bassi d’Europa (107 euro).

Ultimamente, ha anche imposto un’alleanza tra la RAI e il suo gruppo Mediaset per far fronte all’espansione audiovisiva di Rupert Murdoch in Italia. Quando si trova in situazioni delicate nella sua vita pubblica o privata – e gli episodi non sono mancati negli ultimi mesi -, il Presidente del Consiglio si invita in televisione “per spiegarsi”. Non su una delle sue tre reti private (Canale 5, Italia 1 e Rete 4) che mescolano informazione e propaganda, ma sulla RAI, che rappresenta la metà delle quote di mercato della televisione. Secondo molti studi, il 70% degli italiani si fa un’opinione attraverso la televisione. Il TG1 raggiunge ogni giorno 7 milioni di telespettatori e rimane una delle principali fonti d’informazione degli italiani.

“Buon compleanno! Qui è a casa sua!”, ha affermato, senza ironia, il presentatore del programma del mattino di Rai Uno, il giorno in cui Berlusconi ha compiuto 73 anni. Mercoledì 7 ottobre, alcune ore appena dopo la sentenza della Corte Costituzionale che lo ha privato dell’immunità giudiziaria, [Berlusconi, N.d.T.] si è auto-invitato telefonicamente alla trasmissione “Porta a porta” su Rai Uno, dove il giornalista Bruno Vespa lo accoglie sempre a braccia aperte. Denunciando “le toghe rosse”, la “giustizia di sinistra” e la “persecuzione” di cui si dice vittima, Silvio Berlusconi si è anche permesso di insultare Rosy Bindi, vice-presidente della Camera dei deputati ed esponente del Partito Democratico, che lo criticava. “Lei è più bella che intelligente”, ha detto senza che nessuno reagisse in studio. “Evidentemente sono una donna che non è a sua disposizione”, ha risposto facendo riferimento allo scandalo delle escort nel quale è immischiato il Presidente del Consiglio. Il giorno seguente, una petizione lanciata sul web dai movimenti femministi ha raccolto migliaia di firme in solidarietà alla Bindi.

Questa battuta fuori luogo è una fra tante. Il comitato di redazione di Rai Uno ne ha tra l’altro compilato un Libro bianco. Il 3 ottobre, una manifestazione per la libertà di stampa ha riunito più di 100,000 persone a Roma, all’urlo di “Siamo tutti dei farabutti”, termine con il quale Silvio Berlusconi ha designato alcuni giornalisti della RAI. Augusto Minzolini, direttore del TG1, posto in carica dal Cavaliere, si è allora dato ad un editoriale in diretta affermando che questo raduno “era una manifestazione incomprensibile diretta contro Berlusconi”. Alcune ore prima, il capo del governo aveva definito l’evento una “farsa assoluta”. Emozione in redazione, dove i giornalisti, di destra come di sinistra, hanno ottenuto che il comitato di redazione facesse valere un punto di vista opposto con il diritto di replica.

Convocato dal comitato di vigilanza della RAI, il direttore del TG1 è stato solo richiamato all’ordine. “State al giornalismo come la sedia elettrica alla verità” ha ironizzato l’ex-giudice Antonio Di Pietro, fondatore dell’Italia dei valori, a proposito di Bruno Vespa e Augusto Minzolini. Da allora, è stato dato l’ordine ai redattori di Rai Uno di non diffondere più immagini di Di Pietro e delle attività del suo partito…

“C’è una reale volontà di ridurre la visibilità di temi sociali, come quelli sull’omofobia, l’immigrazione o il razzismo, deplora Alessandra Mancuso. La RAI non si comporta più come un servizio pubblico, ma come una concessione privata al servizio di un uomo”. Il Presidente del Consiglio si difende con una piroetta: “Se vado a parlare in televisione, è uno scandalo, se vado su un’altra rete, divento un dittatore, se vado su una terza, siamo in un regime autoritario, e su una quarta, è un atto di delinquenza”, ripete continuamente quando gli viene posta la domanda.

“Non siamo caduti in una dittatura in stile sudamericano”, stempera il giornalista Enrico Mentana, ex-presentatore di Canale 5, dal quale ha dato le dimissioni dopo diciotto anni di sevizio in seguito ad un disaccordo editoriale. Oggi disoccupato, ha lavorato per molti anni alla RAI e la conosce bene. Più che di censura, si tratta piuttosto di autocensura, afferma. In Italia, i giornalisti possono dire tutto su Berlusconi, ma si tratta spesso di una visione manichea. Essi sono il riflesso della nostra vita politica. Con la quasi scomparsa della sinistra, sono ormai i giornalisti ad aver dato il cambio e a svolgere un vero e proprio ruolo d’opposizione”.

È il caso di Michele Santoro, giornalista politico e presentatore di numerose trasmissioni sulla RAI, reintegrato su Rai Due nel 2005 da una decisione del tribunale.
Nel 2002, il giornalista era stato licenziato dopo che Silvio Berlusconi, tornato al potere, lo aveva accusato “di fare un uso criminoso della televisione pubblica”. Dalla sua reintegrazione, il direttore di Rai Due sottolinea che il giornalista è solo “ospitato” sulla sua rete… Ben lontano dall’abdicare, Michele Santoro ha ripreso la sua crociata contro Berlusconi. La sua trasmissione settimanale “Annozero” registra records di ascolti, malgrado gli avvertimenti da parte della direzione, che ha sospeso i contratti dei giornalisti che vi collaborano.

A fine settembre, più di 7 milioni di telespettatori hanno seguito il racconto delle ragazze che hanno frequentato le serate del Presidente del Consiglio. E, per la prima volta, Patrizia D’Addario, la escort che ha passato una notte con il Cavaliere prima di essere candidata diuna lista berlusconiana al consiglio municipale di Bari, ha dichiarato che Silvio Berlusconi “sapeva del suo mestiere”, cosa che il Cavaliere ha sempre negato. Sussulti il giorno seguente sulla stampa pro-Berlusconi, che ha incitato a non pagare più il canone, ribattezzato “tassa Santoro”.

“Viviamo in un’atmosfera nauseabonda”, afferma Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, ricordando che l’Istituto internazionale della stampa ha esortato l’Italia a “mettere rapidamente in piedi dei meccanismi che garantiscano l’indipendenza editoriale della radio-televisione pubblica”. Durante il raduno per la manifestazione per la libertà di stampa, Roberto Saviano, autore di Gomorra, minacciato di morte dalla camorra, ha fatto un’apparizione per ricordare che la “verità e il potere non coincidono mai”.

[Articolo originale "La bataille de la RAI" di Daniel Psenny]

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9 commenti per La battaglia della RAI

  • Zerb

    Strano che il giornalista non abbia notato il “travaso” di introiti pubblicitari da RAI a Mediaset.
    Chissà per quale alchimia economica la RAI si vede diminuita la sua quota pubblicitaria mentre Mediaset l’ha aumentat.
    Mo guarda ben che lavoro!!!!
    E noi che paghiamo il canone non avremo diritto a sentir Santoro o la Gabanelli? Purtroppo mi tocca sentir tutte le sere Capezzone e Cicchitto, Calderoli e Cota……….

  • JPaoro

    tra l’altro nessuno in Italia paga il canone alla RAI. Si paga una semplice Tassa sul “possesso” del televisore (o di strumento simile). Quindi, quando qualcuno ancora dice che non bisogna pagare il canone perché c’è un programma in rai brutto, qualche giornalista finalmente dovrebbe dirglielo. “ehi, quale canone rai?” Semmai gli italiani dovrebbero ribellarsi all’idea di una tassa sul “possesso”, neppure sulla proprietà, ma sul possesso di un oggetto.

  • fab

    @JPaoro

    Gli italiani a malapena sanno leggere e scrivere in italiano corretto, figurati se capiscono la differenza tra canone Rai e tassa di possesso

    Lasciali in pace nella loro immensa ignoranza

  • JPaoro

    Beh, guarda sugli italiani ancora ancora potrei darti ragione. Ma i giornalisti? essere informati per poi informare non dovrebbe essere un loro prerequisito alla professione? hanno anche un albo che diamine. Sarò demodé ma la cosa mi turba ancora

  • fab

    @JPaoro

    gli albi in Italia non servono a nulla e, praticamente, non hanno nessun codice deontologico

  • salvatore

    Di solito non guardo tv,(se non per documentari,sport,concerti)ma se dovessero non trasmettere più trasmissioni LIBERE!!!!
    come Anno Zero,Che tempo che fa,Ballaro,Parla con me,Report,L’Infedele,sarà il giorno che la mia tv finirà nella societa che gestisce la raccolta differenziata del mio paese.

  • Rosa

    Gli Italiani che credono ancora a berlusconi sono dei poveri imbecilli, che guardano le trsmissioni monnezza delle reti merdaset(scusate ma sono incazzata nera).Dico a tutti i grandi giornalisti , e operatori RAI, prima che il nano distrugga tutto :RIBBELLATEVI una volta per tutte,non se ne può più , e noi telespettatori saremmo con voi e ve ne saremmo grati.

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