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“Di cavalli non sapeva nulla” ha detto il procuratore generale nella sua requisitoria alla corte d’Appello di Palermo a proposito dello “stalliere” Vittorio Mangano, mafioso di spicco assunto dal 1973 al 1975 per occuparsi del prezioso allevamento di cavalli della scuderia di lusso di Silvio Berlusconi nella tenuta di Arcore.
Venerdì, la frase “Di cavalli non sapeva nulla”, è diventata il leit-motiv contro il premier Silvio Berlusconi subito dopo il suo rientro dagli Stati Uniti, dove aveva cercato di mettersi in mostra al palazzo di vetro delle Nazioni Unite, riuscendo solo ad avere qualche trafiletto per essere rimasto chiuso qualche minuto nell’ascensore del celebre hotel Waldorf Astoria, a causa di problemi tecnici.
Presso la Corte d’Appello di Palermo si sta svolgendo un processo per associazione mafiosa contro il senatore siciliano Marcello Dell’Utri, amico fraterno di Berlusconi, cofondatore di Forza Italia e suo unico referente in Sicilia. La sentenza di primo grado ha condannato il senatore berlusconiano Marcello Dell’Utri a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa. Venerdì al Tribunale di Palermo il procuratore generale Antonino Gatto ha ricordato che fu Dell’Utri a indicare il mafioso Mangano affinché lavorasse per Berlusconi nella tenuta di Arcore.
Solo per ricordare, Mangano fu condannato all’ergastolo per appartenenza alla mafia e per due omicidi perpetrati su ordine di Cosa Nostra: morì nel 2000 di cancro al cervello.
Gatto ha ricordato che Dell’Utri era il braccio destro di Berlusconi per gli affari in Sicilia: “Mangano era il simbolo vivente della protezione da parte di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi”. E ha aggiunto: “Mangano fu assunto per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato”.
Alla fine della requisitoria presso la Corte d’Appello di Palermo il Procuratore generale si è chiesto: “Ma che ci faceva un finto stalliere e mafioso nella tenuta di Berlusconi ad Arcore?”
In un’inchiesta del magistrato Paolo Borsellino – fatto saltare in aria dalla mafia nel 1992 – era coinvolto Vittorio Mangano. Secondo Borsellino era la “testa di ponte” che si occupava degli affari di Cosa Nostra nell’Italia del nord. Il giudizio di Borsellino è stato ricordato dal magistrato Gatto, nella sua funzione di rappresentante del Pubblico Ministero.
Nonostante i sospetti di mafia che ora gravano su di lui, Berlusconi è riuscito a mettere in agenda un incontro con papa Ratzinger prima che si imbarcasse per Praga. Non sapendo cosa dire, Berlusconi ieri se n’è uscito così: “Santità, le porto un affettuoso abbraccio da parte del presidente Barak Obama”.
Con un cinismo per niente cristiano, Ratzinger ha rincarato la dose: “Presidente, che gioia vederla”.
NOTIZIA FLASH. Poiché non è più tra noi, possiamo solo immaginare come il mafioso Mangano sarebbe rimasto ammirato dal dialogo tra Berlusconi e il papa Benedetto XVI.
Neanche Totò Riina, il capo dei capi della Mafia attualmente in carcere, potrebbe immaginare una tale abilità diplomatica.


















@stefano
puoi scrivere quello cha vuoi ma almeno fallo in italiano corretto o devo pensare che hai frequentato la stessa scuola di Renzo Bossi?
Tornando al titolo dell’articolo, mi viene da aggiungere:
Ma è proprio l’odor di mafia che ha attirato le attenzioni di B16.