Il re dei media contro i media

[Terra Magazine]

Stavolta ha esagerato un bel po’. Già il fatto che nel mirino del re dei media siano finiti proprio i media rivela l’enormità del conflitto di interessi al quale si assiste in Italia.

Berlusconi è in guerra contro tutti quelli che non sono berlusconiani. Cioè una piccola parte della stampa italiana, una gran parte dei media internazionali, un buon numero di cattolici “moralisti”, eccetera. Un branco di comunisti, per così dire.

I pitbull del capo del governo italiano hanno scelto come prima vittima sacrificale un direttore di giornale, Dino Boffo, che dirigeva L’Avvenire, giornale della conferenza episcopale italiana, il quotidiano cattolico più letto in Italia. Dirigeva, perché Boffo si è dimesso ieri sera.

Boffo aveva commesso un peccato grave, agli occhi del megalomane Berlusconi (si è definito lui stesso un superuomo). Il peccato di aver criticato – in modo abbastanza pacato – alcuni episodi della vita privata del capo del governo. Come le variopinte amicizie con le minorenni, i festini con le prostitute, il divorzio per niente elegante, i pettegolezzi che circolano sul modo con cui sceglie le ministre.

Boffo è un giornalista prudente, non un estremista antiberlusconiano. È il portavoce della conferenza episcopale, è difficile considerarlo un “pericoloso comunista” come tutta la stampa d’opposizione e tutti i corrispondenti esteri in Italia. Quando non è possibile definirlo comunista, la scelta migliore è puntare su cose più sordide.

Per esempio, accusare Boffo di essere omosessuale. Gay, per un machista puro e duro come Berlusconi, probabilmente è anche peggio di comunista. Il pitbull prescelto per lanciare l’attacco contro Boffo è Vittorio Feltri, direttore del giornale di famiglia, Il Giornale. Feltri lancia una campagna diffamatoria, accusando il super moralista Boffo di essere stato condannato sette anni fa per molestie contro la compagna di un suo amichetto.

Per confermare la sua tesi, Feltri cita una “nota informativa” dando ad intendere che si tratta di un documento della magistratura che investigò sul caso. Il giudice smentisce. Ma il veleno comincia a circolare. Perché Boffo ha veramente pagato nel 2002 una multa di 512 euro perché il suo cellulare fu effettivamente usato per insultare la ragazza.

Il direttore de L’Avvenire spiega che le telefonate furono fatte a sua insaputa da uno stagista del giornale, un ragazzo con molti problemi. Drogato, innamorato del fidanzato della ragazza, entrava nella stanza del direttore e usava il suo telefono per insultare e minacciare la sua vittima. Storia vecchia e senza attrattiva: il ragazzo è morto nel 2004 per overdose di cocaina. Per soffocare lo scandalo, Boffo pagò la multa e lasciò correre il caso. Neanche si rivolse a un avvocato, accettò la multa e pagò.

Ma il veleno è principalmente in questa nota informativa di cui nessuno conosce l’autore. In essa Boffo viene definito “un noto omosessuale”. Feltri ora ha insinuato che la nota venne scritta dai servizi segreti del Vaticano, provocando una smentita indignata del portavoce del Papa.

Quello che non si capisce è il motivo di questo attacco così frontale contro la Santa Sede. I Vescovi italiani non sono berlusconiani, ma le relazioni tra il governo di Berlusconi e la Curia romana sono ottime. Tanto che era fissata una cena con il segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Il premier voleva anche partecipare alla Perdonanza, la festa religiosa più famosa della sofferente regione d’Abruzzo, a L’Aquila, il capoluogo distrutto dal terremoto di aprile. Subito dopo la processione accanto al vescovo, a cena col primo ministro del papa. Un programma perfetto, su misura per un uomo che non sta messo bene con l’elettorato cattolico conservatore.

Don Tarcisio ha annullato la cena dopo d’attacco del pitbull. Il presidente della conferenza episcopale ha definito la campagna contro Dino Boffo “disgustosa”. I lettori dell’Avvenire hanno sommerso il gionale di email di solidarietà. Ma non è servito. Boffo ha preferito dimettersi, perché la sua famiglia sta soffrendo troppo a causa della guerra sporca degli uomini di Berlusconi.

Mentre ribolliva l’attacco contro i cattolici “non allineati”, gli avvocati del primo ministro hanno depositato due denunce al Tribunale di Roma, una contro il quotidiano La Repubblica, l’altra contro l’Unità.

Per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, l’accusato nel processo non sarà una persona, ma dieci domande. Le domande che La Repubblica pubblica da quattro mesi per tentare di chiarire i vari episodi “piccanti” della vita privata del primo ministro, che è un superuomo ma non è un santo (anche queste sono parole sue). La denuncia contro l’Unità è più classica, contro la direttrice e quattro giornalisti (tutte donne) che hanno osato descrivere gli allegri festini di Palazzo Grazioli intervistando le prostitute invitate speciali alle notti di Berlusconi. Hanno anche osato dubitare della potenza sessuale di Berlusconi, dubbi confermati da conversazioni strappate alle due ministre, che si scambiavano consigli per non stancarsi molto durante gli incontri con il boss.

Nella sala dei trofei di questa guerra, stavolta Berlusconi potrà esibire la testa di Dino Boffo, quella delle domande impertinenti, e la liquidazione del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Che se dovesse pagare i 3 milioni di euro che il milionario chede per difendere il proprio onore, certamente sarà costretto a chiudere.

[Articolo originale "O rei da mídia contra a mídia" di Vera Gonçalves de Araújo]

Condividi : Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • email
  • Google Bookmarks
  • Facebook
  • MySpace
  • Live-MSN
  • OKnotizie
  • YahooMyWeb
  • StumbleUpon
  • Blogosphere News
  • Webnews
  • eKudos
  • LinkedIn
  • Technorati
  • TwitThis
  • BarraPunto
  • Digg
  • Pownce
  • Wikio IT
  • Wikio

Lascia un commento

 

 

 

Puoi usare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>