[Svenska Dagbladet]
Il documentario Videocracy di Erik Gandini è riuscito a far parlare di sé ancora prima che qualcuno l’abbia visto. E già il giorno dopo la sua première al festival di Venezia si sa che 30 cinema italiani lo mostreranno a partire dal 4 settembre. E la lista di altri paesi che lo faranno è lunga. Erik Gandini non ha mai vissuto un momento così positivo come regista.
In Italia generalmente i documentari non si vedono in TV o nei cinema. Nel migliore dei casi si possono comprare insieme ad un libro in librerie ben fornite.
- È davvero grandioso che il film venga fatto vedere al cinema. A distribuire il film è la stessa casa di produzione di Gomorra. In effetti io non mi ero neanche sognato di arrivare al pubblico italiano, ma adesso la cosa si è ribaltata, vogliono vedere il mio film a tutti i costi!
Incontriamo Erik Gandini presso la casa di produzione Atmo in Götgatan a Stoccolma. Si presenta in jeans e camicia bianca stropicciata, fresco come una rosa nonostante la sera prima abbia festeggiato i 40 anni della moglie Johanna Westman.
- Credo che l’interesse dipenda dal fatto che il film non è aggressivo. Gli italiani sono così stanchi di tutti gli attacchi a Berlusconi come persona. Oltretutto lui vince sempre tutti i dibattiti perché utilizza argomenti emozionali e fa la vittima. Il mio film lo presenta in un modo diverso.
Chi ha visto la televisione italiana non può evitare di sbalordirsi di fronte ad un fenomeno ricorrente. Che si tratti di sport, politica o intrattenimento, seduti a discutere gli svariati temi ci sono sempre anziani e corpulenti uomini in giacca e cravatta, circondati da donne giovani, slanciate e seminude, che ballano e sorridono senza dire niente. Le cosiddette veline, una specie di donne di servizio.
Nel film di Erik Gandini, Videocracy, una società in cui lo schermo ha il potere, otteniamo finalmente una spiegazione del fenomeno.
Erik Gandini è tanto italiano quanto svedese. Parla svedese con una leggera intonazione italiana, ma non posso stabilire se il suo italiano suoni svedese. È il risultato di un padre italiano e di una madre svedese che vivono ancora a Bergamo, dove Erik è nato.
- È una storia carina, ride Erik Gandini quasi imbarazzato.
- Mia madre Kerstin era scout quando aveva 10 anni, così come lo era la sorella di mio padre, e divennero amiche di penna. La famiglia di mio padre era talmente povera dopo la guerra che persino comprare i francobolli per la Svezia era un sacrificio, ma dato che a mia zia sembrava così divertente avere un’amica di penna in Svezia le veniva concesso il denaro.
Quando mia madre compì 20 anni, andò a Perugia a studiare italiano e cercò la vecchia amica di penna. Così incontrò mio padre Nino, se ne innamorò, si sposò e si trasferì a Bergamo, o qualcosa del genere. Si può aggiungere che la moglie di Erik Gandini, Johanna Westman, presentatrice e scrittrice di libri di cucina, è anche lei appassionata dell’Italia con origini italiane.
- Parla italiano perfettamente, dice orgoglioso Erik Gandini, così fanno del resto anche i loro tre bambini.
Da bambini, Erik Gandini e le sue due sorelle maggiori andavano in Svezia ogni estate. Per il padre di Erik la Svezia era un paradiso, la terra promessa, in comparazione con la corrotta Italia. Dopo il diploma, tutti e tre avrebbero dovuto passare un anno in Svezia. Erik Gandini ci è rimasto, e in seguito è entrato nel programma Media e Comunicazione dell’università di Biskops-Arnö. Grazie alle lezioni di conferenzieri come Stefan Jarl e Peter Watkins, sentì di aver trovato la professione giusta – documentarista.
- Fu allora che scoprii che cosa potevano essere i documentari, dice gesticolando con entusiasmo.
- Ricordo come una rivelazione quando nell’autunno dell’86 la televisione svedese trasmise Shoa di Claude Lansmann due sere di fila. Scoprii un modo completamente nuovo di relazionarsi alla realtà. Che con la macchina da presa si potesse davvero creare la piena sensazione di essere altrove. Io avevo visto come la televisione banale era esplosa in Italia, in un modo che già allora era preoccupante. Infatti è stato proprio durante gli anni ’80 che Berlusconi ha costruito Mediaset dal nulla.
Torniamo adesso agli eleganti signori e alle ragazze seminude della televisione italiana.
Ciò che vediamo è insomma, secondo Erik Gandini, il risultato del gusto personale di Silvio Berlusconi. La TV deve intrattenere, e che cosa può intrattenere meglio di ragazze giovani e belle? Che lui la pensi così d’altronde non è un segreto. ”Divertirsi” è il suo mantra. Ma tutto il popolo italiano dovrebbe pensarla allo stesso modo?
Secondo il film di Erik Gandini, tutto cominciò una sera del 1976 quando una stazione televisiva locale trasmise un gioco a quiz in cui gli spettatori potevano chiamare e rispondere alle domande. Alcune casalinghe erano state convinte a lasciare cadere indumento dopo indumento in diretta, ad ogni risposta esatta. Il gioco a quiz ottenne un successo tale da far fermare le fabbriche.
Allora nessuno poteva sospettare che quello show in bianco e nero sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione televisiva guidata da Silvio Berlusconi, che oggi possiede l’azienda Mediaset, composta da tre canali TV nazionali che hanno circa la metà degli spettatori del paese. Oggi, per l’80 per cento degli italiani la televisione rappresenta la fonte primaria di informazione e di ispirazione nella loro vita.
Il contenuto dei canali di Berlusconi è stato gestito con molta consapevolezza, con l’intenzione di creare celebrità prendendole tra la gente comune. Il risultato è stato che la giovane generazione di italiani ha l’obiettivo di apparire in TV. È anche il grande obiettivo del tornitore Ricky. Videocracy lo segue mentre lui con ogni mezzo cerca di entrare in uno show della TV, che secondo lui sarà l’inizio di una nuova vita da celebrità. Ma per le ragazzine è più facile far carriera. Vengono scelte tra chi si fa avanti ai concorsi per veline che continuamente si organizzano nei centri commerciali in giro per l’Italia.
- Allora ridevamo di quei programmi, ma oggi non più. Se qualcuno ci avesse detto che quello era l’inizio di una nuova era, non gli avremmo mai creduto.
Il più visto della TV italiana è ancora il Grande Fratello e le celebrità che questo programma crea mantengono un’enorme industria di cronaca rosa, posseduta da Berlusconi. Tra i protagonisti che Erik Gandini ha seguito in Videocracy c’è il superpaparazzo Corona, che si è fatto strada fino a diventare una celebrità, a volte pubblicando e a volte ricattando le persone con le sue foto. Dopo essere stato in prigione, adesso ha lanciato la sua marca di mutande, ha pubblicato un disco e scritto un libro. Forse sarà il successore di Berlusconi.
Erik Gandini ha anche incontrato il superagente Lele Mora, vicino di Berlusconi in Sardegna e suo procacciatore di ragazze. Mora si è arricchito prendendo il 30 per cento degli introiti delle sue celebrità. Erik Gandini lo paragona ad un ecosistema al cui vertice c’è Berlusconi.
Come sei entrato nella vita di queste persone?
- Sono incredibilmente egocentriche e vogliono farsi vedere. Non sanno neanche cosa sia un documentario. È bastato che dicessi che facevo un film per la televisione svedese. Suona bene ed è esotico. Ho potuto essere un osservatore che nessuno notava. Si tratta di un mondo che non è così inaccessibile come si crede, dato che nessuno lo mette in questione. Tutti lo trovano normalissimo tranne me!
Alla Atmo, la casa di produzione di Erik Gandini, lavora anche Tarik Saleh, anche lui presente a Venezia con il suo film Metropia. Gandini e Saleh si sono conosciuti nel programma TV Elbyl, uniti dall’interesse comune nel nostro tempo ma anche da quello di trovare nuovi modi di descrivere cose che sono già state descritte tante volte. Insieme hanno fatto i documentari Sacrificio: chi ha tradito Che Guevara e Gitmo, sulla base di Guantanamo a Cuba.
L’Italia però Erik Gandini l’aveva evitata a lungo. Videocracy è il suo primo film su questo paese.
- Quando andavo in Italia rimanevo deluso soprattutto perché il mio modo di esprimermi là non funzionava. Quando dicevo che facevo documentari replicavano: ah, fai film sulla natura.
Ma da qualche parte cominciava a punzecchiarlo l’idea di riprendersi il suo paese. Racconta dei cosiddetti film Mondo, fatti dagli italiani che viaggiavano in giro per il mondo e filmavano luoghi esotici, tra cui la Svezia in Svezia inferno o paradiso.
- Cominciavo a pensare che fosse venuta l’ora di saldare i conti, ridacchia Erik Gandini. – Di raccontare qualcosa dell’Italia che loro stessi non vedevano. Che il mondo venisse in Italia e di far vedere fino a che punto si è arrivati. È questo genere di cose che dà il la al mio lavoro. Rovesciare le prospettive. Non è necessario essere un regista aggressivo, può essere sufficiente lasciare che le persone raccontino. Io non cerco immagini diffamatorie.
- Ero sconvolto sul serio vedendo gli effetti di questo mondo. I miei amici italiani parlano tutti della TV come di un mostro. Io ho dato la mia versione di questo mostro. Ciò che mi spinge è la volontà di riconquistare la realtà. È così facile rivivere tutto attraverso le immagini degli altri. La realtà però ti sfugge dalle mani. Io invece le cose le voglio vivere di persona. Berlusconi ha creato un mostro che nemmeno lui riesce più a controllare. Il risultato è che l’Italia si trova nella parte bassa della classifica mondiale della parità tra i sessi e della libertà di espressione.
Adesso spera che nasca un dibattito vero sulla televisione in Italia e che il suo film mostri la realtà dietro le promesse di felicità e godimento.
Perché l’Italia di Berlusconi non è qualcosa di cui ridere, si dovrebbe piangere piuttosto – ”non c’è niente da ridere, solo da piangere”, dice.
[Articolo originale "Insikter om Italien" di Jeanette Gentele]




















(62 voti, media: 4,92 su 5)
Tra le altre cose aggiungo, che il fenomeno: faccio quello che ho visto in TV o nel videogame NON ESISTE.
Semmai la tv/cinema/videogames americani ritraggono la loro società per quella che è:
Schizofrenica, violenta, cospirativa
Non è così.
Buona parte della tv/cinema americana è volutamente esagerata, volutamente
lontana dalla realtà. Infatti l’america non ha mai avuto una forte corrente
neorealista ed è sempre stata più fantasiosa e astratta, ad esempio, dell’arte
e dell’intrattenimento italiani. La popolazione americana è molto meno ignara
di quella italiana quando guarda qualcosa. Capiscono meglio il concetto
di intrattenere esasperando la realtà, sono più obbiettivi e di conseguenza
vivono la visione di certo materiale come puro intrattenimento. Quando non
cerchi significati reconditi d’appertutto, puoi gustarti anche qualcosa di
pesantemente sopra le righe, sapendo che è solo finzione. E’ per questo che in
america c’è poco di quello snobbismo pseudointellettuale da puzza sotto il naso
del quale tutta l’arte italiana è impregnata. Infatti in america registi e attori
importanti e rinomati per la loro professionalità, si prestano tanto volentieri
alla realizzazione di materiale impegnato, quanto a quella di materiale frivolo.
E’ in Italia che ad esempio un avvocato afferma più orgogliasamente di non “abbassarsi”
al livello di vedere un action movie o anche una commedia farsesca senza pretese filosofiche
mangiando pop-corn, è in Italia dove la gente non sembra poter conciliare letture impegnate con
il piacere di leggere un fantasy, è in Italia dove nei conservatori si fa ancora fatica ad
accettare la musica pop, la musica elettronica, le correnti moderne e si promuove un dogmatismo
altezzoso, è in Italia dove i cartoni animati sono considerati cose da bambini e al
massimo si pensa siano prodotti “seri” solo quando sono pieni di sesso e violenza.
Parlare così in generale di “tv e cinema americano” e fare di tutta l’erba un fascio mi sembra piuttosto semplicistico – dai cinema USA arriva un po’ di tutto mi pare, no? Anche la proposta televisiva è talmente vasta là che risulta difficile mettere tutto insieme.
@Nicholas – Senz’altro hai ragione, in Italia si soffre spesso di snobismo pseudo-intellettuale considerando spazzatura tutto ciò che non è ‘concettualmente impegnato’. D’altra parte credo dovresti rivedere la tua teoria:
“La popolazione americana è molto meno ignara di quella italiana quando guarda qualcosa. Capiscono meglio il concetto di intrattenere esasperando la realtà, sono più obbiettivi e di conseguenza vivono la visione di certo materiale come puro intrattenimento.”
Anche in Italia si guardano programmi e film per puro intrattenimento, non necessariamente per cercare di ricavarne insegnamenti o per vedervi uno specchio della realtà. O davvero pensi che gli italiani si bevano tutto quello che vedono in tivù e al cinema? Insomma, non credo che la società italiana rispecchi fedelmente la televisione italiana. Al limite può esserne condizionata una certa fascia sociale più sensibile al tipo di conformismo che viene propinato praticamente su tutti i canali. Il problema italiano della varietà della proposta insomma è incontestabile.
@Nicholas/Tipostrano – Sugli USA: anch’io non credo che tv/cinema/videogames americani ritraggano necessariamente la società per quella che è, ne mostrano però alcuni aspetti, non sempre “volutamente esagerati”. È un fatto che la società americana sia molto, ma proprio molto più violenta ed aspra di tutte quelle del mondo occidentale e anche di altre meno forti economicamente. La relazione esistente tra questo fatto ed il fenomeno ‘video’ negli USA è per me un tema inavvicinabile ma sarebbe bello saperne di più.
La società americana non è più violenta a prescindere, però non ha paura di mettere in mostra la violenza
che c’è nella società magari anche in chiave esasperata o addirittura farsesca. In Italia abbiamo crimini atroci all’ordine del giorno persone fatte a pezzi, bambini massacrati nel letto, corpi disciolti nell’acido, famiglie sgozzate dai vicini, barboni bruciati, ragazzi massacrati a sangue dalle forze dell’ordine; ma non ne parliamo, non ne mostriamo la realtà magari spettacolirazzata per cercare di essere crudi senza esserlo troppo. Che è poi il credo di Tarantino, che puo sembrare un po suonato, ma ha una filosofia non così banale dopotutto, come Eminem che afferma di usare la violenza nella canzoni per esercizzare la violenza, ma di non essere violento nella realtà. Io in Italia ho molto spesso avuto la testimonianza da fan di giochi violenti, cartoni violenti, film violenti che il contatto mediatico con la violenza non li ha resi più violenti, ma anzi li ha aiutati a capire quanto orrenda puo essere la violenza. Mi sbaglierò ma le persone più violente sono proprio quelle che nascono in famiglie oppressive, bigotte, infantilizzanti; se c’è qualcuno che giurerei svilupperà una personalità aggressiva e violenta sono proprio i figli dei membri del Moige. Io mi sono sentito più sicuro nelle grandi città americane che in quelle italiane, Stefano Spadoni raccontava di come le ragazze che arrivano a New York si sorprendono di come possano prendere la metropolitana alle tre di notte per tornare in albergo o a casa. I dati sui crimini rapportati alla popolazione degli Stati Uniti rispetto all’Italia non confermano una maggiore presenza di crimini violenti, specialmente se teniamo in conto la criminalità organizzata in Italia, e nelle carceri ci sono si 2.000 di detenuti ma negli Stati Uniti i truffatori e chi ha causato crack finanziari come quelli della Parlamat si fa 70 anni di carcere, non va ad aprire altre attività impunito sul suolo nazionale. Inoltre come scrive Stephen Moore nel suo libro “It Gets Better All the Time” gli Stati Uniti, più di ogni altra nazione, hanno registrato in pochi anni un forte miglioramento a livello sociale e l’etica e la tolleranza aumentano invece di decrescere, come invece sta succedendo in Italia. Rimane la questione irrisolta della pena di morte (presente solo in alcuni stati, principalmente quello meno progressisti, non certo lo stato di New York) ma l’opinione pubblica preme fortemente per la sua abolizione e amnesty international ha un seguito enorme in USA. Il bello degli Stati Uniti è che nei paesini negli stati più centrali trovi tanto provincialismo e ignoranza, ma puoi sognare l’apertura mentale e la cultura della città, gli americani non sono per niente stupidi. In Italia questa speranza non ce l’hai, Milano e Roma sono tanto provinciali quanto Raconigi o Rocca San Casciano.
@menno
Ma infatti gli italiani che vogliono intrattenimento di qualità guardano più che altro film americani o spagnoli o scandinavi. Il cinema italiano è lontano anni luce da una espressività emotiva convincente. E’ macchiettistico, teatrale, sostenuto e impostato. La televisione italiana (incluse le serie televisive) sono fatte della stessa pasta. Vorrei ben sperare che la televisione italiana non rispecchi gli italiani, altrimenti avremmo a che fare con un popolo di burattini incapaci di provare emozioni. Anche la più becere cavolata nella televisione inglese o americana (vedi lo show con Gordon Ramsey) riesce a trasmettere più “umanità” nel senso che riesce a evitare quel falso impostato che nelle televisioni italiane hanno tutti, dagli intervistatori agli intervistati. E’ una differenza che vedo anche solo confrontando X Factor in Italia con Xtra Factor angloamericano.
Ho parlato male dei Cesaroni, ma mi sono dimenticato di dire che il format originale è spagnolo (Los Serranos) e per curiosità ho voluto vedere qualche puntata e ho constatato che l’originale Spagnolo presenta personaggi e recitazioni più fedeli alla realtà, manca tutto quel bigottismo all’italiana e i due ragazzi più giovani delle medie che nella versione italiana fanno la parte dei dispettosi ignoranti nella serie originale vanno a letto insieme, il più piccolino che nella versione italiana fa la parte del bambino smarrito innocente (che è un pretesto per far indirettamente la paternale a tutti gli spettatori giovan) nell’originale è una persona e comunica, si esprime come fanno veramente le persone e ha opinioni sue e interagisce in maniera autodeterminata con gli altri. Nell’italiano si sente il peso del provincialismo della periferia di Roma, in quello Spagnolo si respira la modernità di Madrid. Nell’originale i giovani la fanno da padrone e le loro idee e opinioni sono il fulcro della serie, in quello italiano ogni dieci minuti qualcuno ci ricorda che i vecchi sanno tutto e i giovani non valgono niente, che un ventenne non puo avere un’opinione perchè è ancora un bambino senza cervello… figuriamoci quello di 9 anni.
Quello italiano (la seria più vista dagli spettatori italiani) sembra confezionato apposta per rimbecillire gli spettatori, per renderli ancora più chiusi mentalmente di quanto non siano, per riportare l’Italia ad una morale tradizionalista di 60 anni fa. C’è qualcosa di falso e poco umano nella televisione e nel cinema italiano (dove per falso non intendo un televoto truccato) qualcosa che impedisce ai protagonisti del piccolo e grande schermo di esprimersi come umani, cioè con la naturalezza del provare umano. Non so perchè sto scrivendo questo ed è molto difficile da spiegare, ma nella mia testa vedo un nesso tra tutto questo e quello che succede in Italia. Dopotutto gli italiani sono la popolazione che guarda più televisione e legge di meno in tutta l’area euro.
C’è qualcosa di malato nella televisione italiana, qualcosa che avverto solo in essa e in nessun’altra televisione. Ci sono programmi orrendi in America. In uno si vota da casa per decidere quale persona non “contenta del proprio corpo” potrà beneficiare come premio di un cambio di sesso. E’ trash ma non ha “potere”. Chi lo guarda è curioso e sbigottito, ma poi se ne scorda e non diventa una conversazione da fare allo starbucks e non ne viene plasmato. Quando sei “distaccato” anche il trash lo puoi guardare senza che ti influenzi in nessun modo; sono solo immagini, al massimo tempo perso.
In Italia invece avverto che la cultura e la coscienza della popolazione è interamente plasmata dalla televisione. Mio padre tornava dal lavoro alla mezza per la pausa pranzo e la prima cosa che faceva era accendere la televisione. Poi prendeva il vino dal frigo, tagliava il pane, cuoceva le uova e si lavava le mani… ma la televisione doveva essere accesa, il silenzio di una stanza senza televisione era come insopportabile per la mia famiglia. Ho amici di 33 anni che sono in lotta con i genitori (con i quali vivono) perchè ogni boiata che Studio Apero o Tg2 Costume e Società dice loro la prendono per oro colato, si sentono i padroni della verità e se i figli contestano gli dicono “tu muto …”. Come fanno loro a non essere succubi della tv come i genitori? Semplice hanno spento la televisione e acceso il modem, altrimenti sono certo e loro anche che sarebbero lobotomizzati come i genitori. Lo ripeto: il sentore di malattia e negatività che avverto ogni qual volta una televisione è accessa su un canale italiano, non l’ho avvertito con nessun’altra televisione internazionale. Mi sembra di capire che Gandini avverte la stessa cosa.
@nicholas
anch’io se vedo io miei genitori guardare “quei’ telegiornali cerco sempre di cambiare canale, ma ho notato che e’ inutile. Alle 20 inizia il tg1, io cambio canale per la7, perche’ almeno assomiglia ad un telegiornale, ma inevitabilmente, basta assentarsi 20 secondi, e la televisione ritorna sul tg1. se protesto, dicono: “tanto i telegiornali dicono tutti le stesse notizie”. ma se fosse cosi’ perche’ non guardare il tgla7 se ci sono le stesse notizie?
penso proprio che nonn solo la tv, ma proprio certi canali televisivi, la sigla dei programmi, una sorta di abitudine cui, se non si fa, ci si sente a disagio, come se mancasse qualcosa.
@nicholas
Come sai ti ho rotto un po’ le palle con le mie domande sull’altro post, ma questa tua frase mi sta convincendo che ho ragione a credere che le tue conoscenze dell’estero contegano un bias importante.
“Il bello degli Stati Uniti è che nei paesini negli stati più centrali trovi tanto provincialismo e ignoranza, ma puoi sognare l’apertura mentale e la cultura della città, gli americani non sono per niente stupidi”
cosa vuoi dire con questa frase? che gli americani di citta’ acculturati non sono stupidi e riconoscono le esagerazioni della tv, mentre quelli di “provincia” no?
le mie domande sull’altro post miravano a capire questo: quando intendi “americani riconoscono le esagerazioni della tv”, comprendi “l’americano medio” o solo il “manhattanese medio”? anche perche’ la gran massa degli americani non vive a new york city, boston e san francisco. e sono americani pure loro.
se fosse cosi’, se quando parli, o hai parlato, di americani intendevi i newyorkesi, e non il bulk dell’america, allora le tue analisi (peraltro molto belle), non dico che sono sbagliate, ma comprendono un bias importante, cioe’ quello di sottovalutare il contributo di tutte quelle persone, “ignoranti e provinciali”, alla formazione della cultura sociale e politica di un paese.
Io invece penso che cio’ che questi contributi non siano assolutamente secondari nella formazione della cultura di un paese e che non possono essere lasciati da parte, quando si fa una comparazione, come fai tu, tra culture di paesi diversi.
Spero che tu capisca cosa voglio dire.
@Nicholas
La società americana È più violenta, non lo dico a prescindere ma dati alla mano. Sono fatti incontrovertibili, non dò una mia opinione. Certo, si generalizza – in New Jersey sarà meglio che in Arkansas e in Trentino meglio che in Calabria -, ma i dati nazionali sono quelli. Sul fatto che anche in Italia ci siano crimini atroci all’ordine del giorno non ci piove ma questo non prova nulla. Vogliamo dire qualcosa delle stragi nelle scuole americane? O del fatto che ci siano telecamere e metal detector all’ingresso dei licei? O del fatto, che basterebbe da solo, che negli USA muoiano 11mila persone ogni anno per arma da fuoco? Molti dei quali minorenni? Per farti un esempio, lo studio dell’Unicef “Il benessere dei bambini nei paesi ricchi” offre dati interessanti sulla qualità della vita di bambini ed adolescenti dei paesi OCSE. Gli Stati Uniti non ne escono affatto bene.
“I dati sui crimini rapportati alla popolazione degli Stati Uniti rispetto all’Italia non confermano una maggiore presenza di crimini violenti” – mi piacerebbe vedere questi dati, se puoi fornirmeli.
Per il resto parli più di sistema giudiziario che di condizione sociale, mescolando però due cose diverse: sono d’accordo, chi causa crack finanziari dovrebbe pagarne le conseguenze, ma non mi sembra un gran bell’esempio di civiltà un paese in cui un maggiorenne su cento sta in carcere (1 nero su 9 tra i 20 e i 34 anni).
“il contatto mediatico con la violenza non li ha resi più violenti, ma anzi li ha aiutati a capire quanto orrenda puo essere la violenza” – Non sono un esperto, ma so che su questo tema non ci sono risultati univoci. Quelli disponibili che ho potuto leggere non hanno provato una relazione diretta tra esposizione a violenza video e imitazione nella vita reale. In ogni caso, nella migliore delle ipotesi non c’era nessuna relazione evidente tra le due cose, ma di qui a dire che il contatto mediatico con la violenza in genere sia positivo mi sembra un po’ esagerato, non trovi? Bisognerebbe anche sapere di che gruppo stiamo parlando – bambini delle elementari o sedicenni? Faresti vedere immagini violente ad un bambino di sette anni allo scopo di insegnargli quanto è brutta la violenza? Io no.
Capisco cosa intendi però io quel tipo di provincialismo lo lascio fuori anche dalla mia analisi dell’Italia.
In abruzzo ho conosciuto persone che appena il gatto di casa si è fatto le unghie su un tappeto, l’hanno sbattuto contro un muro rompendogli il cranio e poi l’hanno buttato nell’immondizia. Semplicemente non avevano la concezione dell’animale come di qualcosa di vivo con dei sentimenti e dei diritti. In certi paesini ho visto picchiare i bambini con la pompa dell’acqua solo perchè non avevano finito di mangiare quello che era nel piatto e mogli trattate come schiave. Sto parlando di posti isolati di qualche migliaio di abitanti, gruppi di case vecchie, mentalità settencentesca. Ma io quando parlo dell’Italia penso ad una realtà un po più “moderna” cioè paesoni, cittadine, città. In fin dei conti non penso che quelle persone là andassero a votare. Ecco, in vai a Kenwood (1200 abitanti) e incontri ancora l’ignoranza quella forte che fa sognare ai ragazzi di scappare il più presto possibile dalla provincia. Il sogno di fuggire dalla provincia è universale, perchè quando si dice che la Svizzera è moderna e piena di fermento si intende Zurigo non Wasen. Purtroppo in Italia è un sogno impossible, perchè è tutto provincia. Poi è un discorso complesso perchè negli Stati Uniti io ho avvertito tantissima la differenza tra stato e stato. Nel Sud ci sono realtà degradate nei paesi di provincia che invece non trovi tanto facilmente nel New England. L’ignoranza è ignoranza e non è una forma di discriminazione ma una realtà, tanto più ti avvicini alla “cultura” tanto più trovi atteggiamenti umani ed etici. Io sono una di quelle persone (forse rare) che non pensa che stavamo meglio una volta e non comprendo la nostalgia bucolica, solo 69 anni fa abbiamo avuto (l’occidente) uno dei più disunami stermini etnici di massa… stiamo molto meglio adesso. E forse sarò prevenuto ma io una maggiore sensibilità umana nelle persone che hanno passioni ed interessi, che amano coltivare la loro intelligenza e la sensibilità attraverso la conoscenza, l’arte e il dialogo, la vedo. Ai tempi dei miei nonni si diceva che l’amore si faceva come le bestie, che il marito tornava stanco dai campi e sbatteva la donna sul letto, consumava e poi si addormetava per iniziare la giornata il giorno dopo.
ho capito.
tu consideri le citta’ come l’apice culturale di una nazione, essendo la citta’, per sua stessa costituzione, adatta a sviluppare e/o accettare idee innovative proprie o provenienti dall’esterno. giusto. in fin dei conti si dice “civilta’” e non “rurita’”. pero’ non sottovaluterei l’importanza della “campagna” nel profilo culturale di una nazione, sara’ pur vero che essa e’ il reservoir della tradizione, ma quando un comportamento, un’idea, si afferma in campagna, si fossilizza e condizione pesantemente lo sviluppo culturale di un paese. la televisione, come unico mezzo popolare (non serve leggere, arriva dappertutto) ha un effetto fortissimo se attecchisce nelle campagne, molto piu’ che nelle citta’. forse e’ per questo che il governo italiano e’ lento nel far arrivare internet veloce fuori dalle citta’.
Per dire: quando dici cosi’, dici giusto: “quando si dice che la Svizzera è moderna e piena di fermento si intende Zurigo non Wasen”, pero’ cio’ che caratterizza il sitema politico economico sociale della svizzera, e’ il fatto, ad esempio, che anche nel piu’ piccolo paesino i concetti di “democrazia consociativa” e “bene pubblico” sono ben chiari e rispettati,si sono cementati nei secoli, ed e’ per loro difficile anche cercare di eluderli, di eliminarli. Christoph Blocher, l’ex-leader dell’udc, che vinse le elezioni con la xenofobia e paventando una democrazia competitiva, era un cittadino di una citta’ di frontiera, sciaffusa (cioe’ una citta’ MOLTO aperta verso l’esterno, verso nuove idee), e studio’ e visse a zurigo (la citta’ piu’ moderna), da dove provenivano anche i suoi compari. I voti li presero in campagna, grazie ad una campagna elettorale a meta’ strada tra quella di berlusconi e della lega. ma quando gli altri partiti e lo stesso suo partito lo esclusero, non ci furono proteste dalle campagne: si ripristinava lo status quo ante.
per cui, secondo me, sottovalutare la cultura della campagna, fosse anche di tipo animal- like (Ai tempi dei miei nonni si diceva che l’amore si faceva come le bestie, che il marito tornava stanco dai campi e sbatteva la donna sul letto, consumava e poi si addormetava per iniziare la giornata il giorno dopo), significa non valutare le potenzialita’ (o le non- potenzialita’) di sviluppo di un paese sul medio- lungo termine. chi si intrufola in questo sistema culturale, a medio- lungo termine comincia a prevalere, la lega e la sua anti-cultura insegna.
e finisco: se si vuol convincere un “ignorante” e’ inutile far paragoni con le elite dei paesi stranieri (”i giornali stranieri parlano male dell’italia? sono i soliti fighetti intellettualoidi della sinistra!”), ma bisogna farlo con gli “ignoranti” di quei paesi li’.
P.S.
“In abruzzo ho conosciuto persone che appena il gatto di casa si è fatto le unghie su un tappeto, l’hanno sbattuto contro un muro rompendogli il cranio e poi l’hanno buttato nell’immondizia”
Beh, almeno sanno che il gatto va buttato nell’immondizia e non nell’umido o sotterrato in giardino(come invece si fa dalle mie parti: una volta li si buttava nel fosso, mentre si seppellivano i nati-morti -i non battezzati-, e sopra si piantava un albero)
Gli americani (la metà forse) accetta i contro del possedere liberamente un’arma per quelli che considera i pro. Gli USA sono un paese dove ci sono sempre state grandi distanze e il farsi giustizia da se era quasi una necessità. In città il fenomeno è meno presente che nella campagna e nei paesi di provincia. La costituzione prevede il possesso di armi e alcuni adesso lo considerano un diritto al quale non riescono a rinunciare senza pensare di perdere le propria sicurezza.
Il fenomeno sta calando invece di aumentare, perchè si tratta di un pregiudizio legato al passato, la sicurezza aumenta negli States di anno in anno. Anche in questo caso, le più accaldate associazioni per il diritto al possesso delle armi sono nel Sud e meno nel New England. Anche in questo caso c’è una forte pressione da quella parte della popolazione che si sentirebbe più sicura senza tante armi in giro e si vedono spesso raccolte spontanea di armi in bidoni metallici. Di violenza nelle scuole ce ne tanta anche in Italia basta pensare a quegli alunni che hanno torturato un loro compagno arrivando a bruciargli i capelli o il ragazzo che ha accoltellato il professore. Il punto è che un’arma chiaramente fa più danni. Questo però non deve far credere che gli psicopatici siano una percentuale necessariamente più alta. Uno psicopatico con un coltello da cucina in Italia fa una vittima, uno psicopatico con una pistola in USA fa dozzine di vittime. Si tratta sempre di un solo psicopatico. Penso che se la legge italiana da sempre avesse reso un diritto il possesso di una pistola ce l’avrebbero tutti? Tra l’altro in Italia è più alto l’isterismo ingiustificato di chi pensa di essere sempre in pericolo e non uscirebbe mai di casa. In Italia appena c’è un caso di cronaca (come ce ne sono da quando è apparso l’uomo sulla terra) si grida alla mancanza di sicurezza, si fa pressione sulla nostalgia del passato e si preannuncia l’arrivo dell’apocalisse. Che le scuole (non tutte) abbiano il metal detector diventa normale in una nazione che rende il possesso d’armi un diritto. C’è sempre il rischio che un alunno su cinquecento porti una pistola in classe. Poi un altro problema in USA (ma isolato dagli altri contesti) sono le bande nelle communità nere ed ispaniche. Li sotto i fuochi ci muoiono gli individui che si trovano in mezzo a regolamenti di conti tra bande. I dati di cui parlavo li ho presi nel 2008 dai record della polizia statunitense, mentre non ricordo dove trovai quelli sull’Italia. Dovrei rianallizare i dati al 2009.
Quello che penso però è che certi gesti quotidiani di violenza hanno cominciato a manifestarsi prima negli USA che in Italia. Il motivo è che una persona libera, puo sciegliere della propria vita, nel bene e nel male.
Una persona non libera non puo sciegliere della propria vita, ne nel bene e di conseguenza ne nel male.
Quando la donna ha cominciato ad emanciparsi, sono anche aumentati gli atti di violenza da parte delle donne.
Un anno fa un ragazzo di 11 anni ha ucciso lo zio perchè lo picchiava. Una volta una cosa così non sarebbe successa (e questo stimola i nostalgici) Ma non sarebbe successa per il semplice fatto che una volta un undicenne era considerata una cosa, una proprietà senza diritti da trattare come uno zerbino, i ragazzini subivano violenza e non si ribellavano, non conoscievano il diritto a ribellarsi. Adesso ti rompono una mazza da baseball in testa. L’Italia è sempre stata indietro rispetto al concetto di “emancipazione dell’individuo” e ancora adesso c’è un forte imprigionamento culturale (nel ruolo della donna, nella famiglia nucleare, nel considerare il fare carriera invece di voler sfornare figli tanto per fare qualcosa una brutta cosa, nell’indottrinamento religioso) e questo genera un falso senso di “minore violenza”. Una persona incatenata da dogmi, incapace di vedere se stessa come un individuo con il diritto a realizzarsi, è troppo prigioniera mentalmente per poter ribellarsi o dar sfogo alla rabbia o difendersi. Dopotutto io non penso che gli psicopatici siano violenti, sono malati è diverso, l’incapacità di intendere e volere automaticamente elimina la colpa. Perchè essere comprensivi con un diabetico e non con uno che ha qualcosa un corto circuito nel cervello? Quindi tolto quelli, rimane la violenza dell’interagire umano, dell’interazione tra individui consapevoli di avere diritti. Faccio fatica a spiegare il mio pensiero, ma se ci pensate è così: nelle società in cui un dogma superiore tiene assopite le coscienze degli individui c’è anche meno violenza, perchè c’è meno reazione da parte delle persone. Negli USA la violenza “moderna” è scoppiata prima, perchè l’emancipazione individuale lì è sbocciata prima.
C’è un film molto bello chiamato Equilibrium, che narrà di una società in cui la violenza è stata eliminata, eliminando le emozioni umane e costringendo le persone ad usare una droga che inibisce qualsiasi emozione.
Il paradosso è che chi provava emozioni leggendo un libro o guardando un quadro, veniva cremato vivo.
A me nessuno ha detto di guardare certe cose a sette o otto anni, ma nessuno mi ha impedito di esplorare la realtà come meglio credevo. Ho cominciato a vedere immagini violente a quell’età e poi arrivati i videogiochi ho giocato con videogames violentissimi. Rimango una persona che odia la violenza e che ha il terrore del sangue. I bambini hanno sempre vissuto nella violenza, il mito del bambino puro che deve essere attorniato da cose false e zuccherose è un prodotto dell’era vittoriana e delle sue manipolazione. Le fiabe da raccontare ai bambini sono sempre state di una violenza cruda impressionante e i bambini hanno il gusto dell’orrido, amano i mostri e amano lo splatter (anche le femmine, adesso che non sono più costrette a far finta di voler prendere il the con il vestitino di seta e i pupazzi di peluche invece che arrampicarsi sugli alberi e dare cazzotti) Penso che l’infantilizzazione di certe rappresentazioni asettiche della realtà traumatizzano un bambino molto più che una realtà in cui la violenza (che loro conoscono bene) è constestualizzata.