Fini, l’eterno delfino

[L'express]

Mentre Silvio Berlusconi, che è riuscito ad unificare la destra, vola nei sondaggi, Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei deputati, morde il freno. Ritratto.

Quel giorno, sotto la luce liquida dei neon della Fiera di Roma, si celebravano in pompa magna i funerali di un partito. All’altro capo della città, un’anziana signora avanzava con i suoi ricordi nel cimitero del Verano per deporre un mazzo di margherite sulla tomba del marito. Donna Assunta Almirante, 83 anni, vestale del postfascismo, memoria del Movimento Sociale Italiano (MSI), fondato dal suo caro Giorgio nel 1946 con gli ultimi fedeli di Mussolini. Tradimento della Storia! Fu su suo consiglio che Giorgio Almirante, morto nel 1988, scelse il suo brillante successore, il giovanissimo Gianfranco Fini. Quello stesso Fini che ha appena disperso le ceneri del suo partito per fonderlo, il 29 marzo, nel nuovo movimento, tentacolare, di Berlusconi. Il delfino che donna Assunta aveva scovato, coccolato, posto sul trampolino della politica italiana ne è diventato il n° 2 dietro al Cavaliere: è il Presidente della Camera dei deputati, rispettato da maggioranza e opposizione. In breve, Fini o “la storia di una grande delusione”, taglia corto la sacerdotessa, con nero candore.

Seduta nel suo signorile appartamento di Roma, donna Assunta contempla, con un vestito rosso vivo e messa in piega impeccabile, l’irresistibile ascesa di colui che si vedrebbe bene, un giorno, nel ruolo del boss Berlusconi. “E’ la sua ambizione, sì! Come un cane che rosica il suo osso!” scoppia a ridere, non rinnegando tuttavia un fondo di tenerezza per la ex-giovane speranza di 57 anni. Quindici meno di Berlusconi, che conta di vivere fino a 120 anni. “A parte lui, non c’è nessuno. Ha assorbito tutto!” Tutto, infatti, poiché Fini, nella sua lunga marcia verso il potere, ha scelto, infine, di liquidare il suo partito per fondersi con Forza Italia nel Popolo della Libertà (PdL). Audace gioco d’azzardo o funerale di prima classe, per un uomo che si sogna grande leader di una destra finalmente “normale”, sbarazzata dei suoi orpelli da dopoguerra?

Non è stato uno show, ma un’apoteosi
Poco prima del congresso fondatore del PdL, Fini mugugnava: “La scelta del leader di un partito non è uno show”. Certo. Ma non si tratta più di un partito, vocabolo desueto, si tratta di un “popolo”. Non è stato dunque uno show, ma un’apoteosi, nello stile del berlusconismo trionfante, magnificato da una melodia energica e sdolcinata: “Meno male che Silvio c’è“. Uomo di stato, saltimbanco da fiera, rock star, predicatore, mental coach… Berlusconi vi ha recitato Berlusconi, il suo miglior ruolo. Gianfranco Fini, si è posto come figura antitetica del seduttore, tanto lungo e freddo quanto il Cavaliere è corto, pieno di fuoco, di sangue e d’impazienza. Il cinquantenne ha fatto voto di resistenza: il PdL dovrà essere pluralista, l’Italia sarà multietnica e multireligiosa. Ha fatto l’elogio della legalità. E’ stato applaudito. E il quotidiano antiberlusconiano La Repubblica ha titolato: “Meno male che Fini c’è“.

Cioè: anche la sinistra, o quello che ne resta, usando Fini contro Berlusconi, si interessa a colui che, solo qualche anno fa, vedeva in Mussolini “il più grande statista del secolo”!
In una rivoluzione copernicana e illuminata, se non addirittura oppurtunista secondo i suoi nemici, Gianfranco Fini ha saputo reinventarsi come liberal-moderato, ripudiare il fascismo, “il male assoluto”, e indossare la kippa in Israele: eccolo guascone del “cesarismo” berlusconiano, contrappeso alla Chiesa, nume tutelare delle istituzioni, costruttore europeo. Arriva da lontano.

Il fascismo è arrivato come un attacco d’acne nell’adolescenza. E’ lui che lo racconta: alcuni di sinistra gli impedirono, un giorno, di entrare in un cinema di Bologna, la sua città, per vedere “Berretti verdi”, di John Wayne, sulla guerra del Vietnam. [E lui] corse ad iscriversi all’MSI. “In quell’Italia dominata e dilaniata fra due colossi, la Democrazia Cristiana (DC) al potere e il PCI nell’opposizione, egli cerca una “terza via”, ispirata alla Repubblica di Salò, l’ultima trincea del fascismo”, osserva Massimo Franco, giornalista al Corriere della Sera. Vestito con un impermeabile bianco e con Ray-Ban nell’underground marginalizzato dell’estrema destra, ha più il profilo di un dirigente di banca che di una testa rasata. “Non è mai stato un attivista, invitava piuttosto alla moderazione” riconosce donna Assunta. “Sua moglie, Daniela, era invece una militante formidabile!”. Sfregiata da bruciatore di bombe Molotov, a furia di risse per le sue idee. Si completano. E Almirante lo fa avanzare di grado: alla guida del Fronte della Gioventù, poi dell’MSI.

All’inizio degli anni ‘90, la cortina di ferro è crollata. La vecchia classe politica anche, svilita dalla corruzione. Fini esce allo scoperto: “Il delfino di Almirante ha imparato a nuotare”. Così bene che manca la vittoria al comune di Roma, nel 1993. Capisce allora che deve allargare la sua base attirando gli orfani della DC: “defascistizza” l’MSI, nel 1995, creando Alleanza Nazionale. E poi Berlusconi, entrato in politica nel 1994, lo sostiene, lo fa entrare nella sua prima coalizione di governo. E non ha mai smesso di ricordargli, da allora, che lo ha fatto uscire dalla fogna. “Se Fini entra domani nel Partito popolare europeo, malgrado il suo passato” osserva Massimo Franco ” sarà ancora grazie a Berlusconi. Gliene è riconoscente”.

“Non è eterno ed io ho vent’anni di meno”

E’ così: il destino dei due uomini è indissolubile. Il loro matrimonio per interesse, stipulato quindici anni fa, ha esonerato e incatenato Fini. Né con te né senza di te. Berlusconi, come Citizen Kane, ha sempre sognato il potere come il più bello dei giocattoli. Fini è un politico puro. Berlusconi detiene la verità da quindici anni nel suo paese; Fini si sforza ancora di definire la sua. Silvio parla ad Obama come ad un brontolone da osteria e impone le sue mani, da stregone taumaturgo, su di una nazione traumatizzata, quando la terra trema all’Aquila; Gianfranco si fa cavaliere della legge sulla bioetica.

Fini ha già ucciso suo padre, Almirante. Per toccare il vertice, e perché non la presidenza della Repubblica, dovrà diventare regicida? Non è sbagliato averci provato. Quando, nel novembre 2007, come un caudillo, Berlusconi decide da solo, in piedi sulla sua auto, a Milano, il lancio del Pdl, Fini lo pugnala: “Non è eterno ed io ho vent’anni di meno.” Gonfia il petto: “Il Cavaliere ha distrutto la Casa della Libertà ed ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Io ritornare all’ovile?”. Non ha avuto scelta. Cosa avrebbe fatto da solo, alle legislative del 2008?

Nella sede del suo giornale, Il Secolo [d'Italia, N.d.T.], a Roma, si assicura che il cielo si sta schiarendo, finalmente: “Per la prima volta, Berlusconi non è solo nel suo partito. Un altro è stato applaudito dallo stesso auditorio. Sono due leader ormai. Non è certo, secondo Massimo Franco: “Il partito di Berlusconi comincia e finisce con lui. Non ha soltanto modellato il centro destra, ma anche tutto il sistema italiano e quando non ci sarà più, tutte le carte saranno mescolate. Quando ripete che vivrà fino a 120 anni, riflette anche l’umore di un paese che pensa a sopravvivere, non al domani. Vuole dire: nessuno potrà succedermi. Allora, nell’attesa, Fini ha scelto di lustrare il suo profilo di presidente della Camera, fuori dalla competizione”. Ha fatto di necessità virtù. Ha una nuova compagna, Elisabetta, un’animatrice televisiva. E si tuffa nei fondali sottomarini, la sua passione. A furia di frequentare i grandi squali, si impara a tenersi alla larga.

[Articolo originale "Fini, l'éternel dauphin" di Delphine Saubaber, Vanja Luksic]

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