Proteste nel sud Italia contro i piani di ampliamento della Fiat

[Kathimerini]

Provoca rabbia la chiusura delle fabbriche dovuta alla tendenza espansiva della casa automobilistica.

Ha provocato la rabbia della classe operaia del sud Italia il cambiamento di rotta della Fiat, che in considerazione anche della confusa situazione economica chiude gli stabilimenti nel territorio italiano con l’obiettivo di espandersi all’estero.

«Se chiudono questo impianto, qui scomparirà ogni prospettiva: sarà disoccupazione o mafia. Non è come al Nord, dove si può trovare qualche altro lavoro. Viviamo in uno stato di panico» ha detto Mimmo Vacchiano, operaio quarantottenne che lavorava nello stabilimento Fiat – temporaneamente chiuso – di Pomigliano d’Arco, città di 40.000 abitanti ai piedi del Vesuvio. Il progressivo ritiro dell’industria dal sud Italia è in corso da decenni (significativo l’esempio della chiusura dell’industria di Napoli, che ha portato all’aumento del controllo e dell’influenza esercitati dall’organizzazione criminale locale, la Camorra), aggravando la situazione in una zona che è considerata fra le più degradate d’Europa.

Anche se i provvedimenti dell’azienda automobilistica italiana (che si «allarga» con lo scopo di imporsi come la seconda più grande industria automobilistica mondiale, sfruttando lo stato di crisi e declino di colossi del passato come Chrysler e General Motors) sono stati definiti «temporanei», città come Pomigliano d’Arco hanno raggiunto i limiti della povertà: nel caso specifico, il tasso di disoccupazione nella città tocca il 20%. I lavoratori all’interno dello stabilimento erano 5.000, ma a questi vanno aggiunti anche i 20.000 impiegati nell’indotto, che vedono i propri profitti ridursi drasticamente.

La Fiat ha acquistato il 20% dell’azienda automobilistica statunitense in fallimento Chrysler (la terza più grande negli Stati Uniti) mentre ora sta cercando di acquistare la sezione europea di General Motors (che comprende anche la tedesca Opel). Queste operazioni dovrebbero portare a massicci tagli nella sezione italiana della società e si ritiene che l’Italia meridionale verrà colpita duramente, visto che, oltre a Pomigliano, è minacciata anche l’esistenza del complesso industriale di Termini Imerese in Sicilia.

Le reazioni da parte dei lavoratori sono già molto forti e si sono verificati incidenti con la polizia durante le manifestazioni, malgrado le rassicurazioni da parte della Fiat che le attività dell’impianto siano semplicemente sospese e lentamente ricominceranno di nuovo e che non ci sarà nessuna chiusura, solo un parziale ridimensionamento). «Se chiudono l’impianto ci sarà una rivoluzione. Se alla fine acquistassero Opel, lo avrebbero fatto con il denaro guadagnato grazie a noi» ha aggiunto Vacchiano, circondato dai leader delle organizzazioni sindacali, che hanno affermato che la società aveva rifiutato di incontrarli. Secondo l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, gli incontri con i rappresentanti dei lavoratori si terranno non appena sarà chiaro come si evolverà la faccenda della Opel.

«L’economia locale può crollare a causa di tali provvedimenti. L’elevato tasso di disoccupazione e di insicurezza provocheranno il crollo della città» ha detto il sindaco di Pomigliano, Antonio Della Ratta, che ha sostenuto la necessità che il governo Berlusconi intervenga affinché l’intera situazione abbia esiti favorevoli. «Accogliamo con favore la fusione con la Opel, ma la produzione deve rimanere qui. La Fiat è la più importante industria italiana, bisogna insistere su questo», ha aggiunto.

Il governo italiano ha già preso provvedimenti, varando un pacchetto di 1,7 miliardi di euro destinati alla sopravvivenza della compagnia automobilistica nazionale, che rappresenta l’11% del PIL e fornisce 380.000 posti di lavoro. Inoltre ha promesso incentivi di 1.500 euro per coloro che cambieranno le loro vecchie auto con modelli nuovi e più ecocompatibili, chiedendo in cambio il mantenimento dei cinque grandi impianti della Fiat sul territorio italiano. Tuttavia, la situazione è considerata piuttosto difficile, poiché ingenti saranno i fondi necessari per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto di aprile nella città dell’Aquila.

Un tempo piena di acciaierie e raffinerie, il sud Italia (in particolare la vasta area intorno a Napoli), dagli anni Ottanta sta ancora vivendo una recessione industriale. I complessi industriali si sono trasferiti altrove, lasciando però la loro «eredità» sotto forma di inquinamento ambientale che provoca un aumento dei casi di carcinoma e danni all’agricoltura locale. La crescente disoccupazione (3 volte superiore a quella del nord Italia) spiana la strada alle attività illegali della Camorra, con il risultato che quasi la metà della popolazione del sud si trova fuori dal mercato del lavoro, impiegata nei settori dell’economia «nera».

[Articolo originale "Αντιδράσεις στη Ν. Ιταλία λόγω των προοπτικών επέκτασης της Fiat"]

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