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Marina Petrella non vuole vivere

Pubblicato Domenica 27 Luglio 2008 in Spagna

[El País]

L’ex brigatista, condannata in Italia per omicidio e sequestro, si lascia morire in un carcere francese per evitare l’estradizione. «Consegneranno solo il mio cadavere», dice.

«Preferisco morire libera prima che mi seppelliscano viva», in un carcere italiano. Marina Petrella, ex terrorista delle Brigate Rosse, cinquantaquattro anni, ha scritto queste righe in una lettera d’addio indirizzata ai famigliari. Da allora si sta lasciando morire nell’ospedale penitenziario di Fresnes, a Parigi.   

«L’ho vista per l’ultima volta in aprile ed era già depressa», assicura la figlia maggiore della Petrella, Elisa Novelli di venticinque anni. Da allora si rifiuta di vedere i famigliari, ma «il suo stato non ha smesso di peggiorare». Detto in un linguaggio più scientifico, ecco come il medico della prigione di Fresnes descriveva, già questo mese, lo stato della detenuta: «Gravemente depressivo, sofferenza morale, insistenti pensieri di morte, angoscia con manifestazioni somatiche, sensazione di un futuro senza uscita; nell’insieme si può parlare di una crisi suicidaria nitida e molto preoccupante». Un altro referto medico, del mese scorso, riconosceva che Marina Petrella stava «abbandonando la vita». Da nove mesi a questa parte viene alimentata con un sondino.  

«Di questo passo consegneranno un cadavere», esclama indignata la figlia Elisa. L’Italia di Silvio Berlusconi ne reclama l’estradizione alla Francia di Nicolas Sarkozy, che si prepara a concederla in mezzo a un’enorme polemica che mette di fronte, a colpi di dichiarazioni e comunicati, la sinistra e il Governo, associazioni di magistrati, confessioni religiose e persino la stessa famiglia del Presidente. Provoca, inoltre, tensioni con la presidenza della Repubblica Italiana. 

Marina Petrella viveva legalmente in Francia da quindici anni, ma nel suo paese era una delle ex terroriste più ricercate. Non a caso, nel 1976 all’età di ventidue anni, entrò a far parte della colonna romana delle Brigate Rosse (BR), il gruppo di estrema sinistra che insanguinò l’Italia fino agli inizi degli anni Ottanta. La sua impresa più importante fu il sequestro e l’omicidio, nel 1978, dell’ex primo ministro Aldo Moro, anima della Democrazie Cristiana. 

All’inizio la Petrella conciliava il suo lavoro nell’amministrazione dell’istituto Bruno Buozzi con la militanza nel gruppuscolo radicale Autonomia Operaia. Finì per abbandonare il lavoro e, insieme al futuro marito, Luigi Novelli, e al fratello, Stefano Petrella, entrò a far parte della lotta armata. La coppia fu arrestata nel 1979 con l’accusa di appartenere a una banda terrorista e di possesso di armi. Diciotto mesi dopo fu scarcerata per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Entrambi furono esiliati a Montereale, un paesino dell’Abruzzo, dove continuarono a essere soggetti al controllo giudiziario. Non impiegarono molto tempo a fuggire. 

La seconda tappa fu la più violenta. Virginia, il nome di battaglia utilizzato dalla Petrella, faceva già parte della cupola dell’organizzazione terrorista. Nel 1982 assassinò il commissario di polizia Sebastiano Vinci, sequestrò il magistrato Giovanni d’Urso e compì altri attentati e attacchi a mano armata. È quanto stabilito dalla sentenza definitiva, risalente al maggio 1993, che la condanna all’ergastolo. 

Tutto fu brutale in quegli anni, compreso il suo secondo arresto per mano dei carabinieri, nel dicembre del 1982, a bordo di un autobus a Roma. Nonostante fosse incinta, si oppose a revolverate. Tornò nel carcere di Rebibbia, diede alla luce la prima figlia e di nuovo terminò, senza che venisse giudicata, il periodo di carcerazione preventiva. Fu liberata, sotto il controllo giudiziario, nel giugno del 1986. 

In quegli anni di piombo, come vengono ricordati in Italia, in cui le Brigate Rosse sferravano colpi che facevano barcollare lo Stato, arrivarono a esserci sessantamila persone accusate contemporaneamente di attività estremiste, e di queste, cinquemila furono incarcerate. I tribunali erano collassati, e ci volevano anni a celebrare i processi, quasi sempre di massa.  

Marina Petrella si sedette al banco degli imputati insieme ad altri 198 accusati durante la terza parte del maxiprocesso per l’assassinio di Moro. Fu la madre, Lea, a cercarle un avvocato perché la terrorista rifiutava la «giustizia borghese». Si dovette aspettare fino a ottobre del 1988 perché il tribunale penale la condannasse a soli quattordici anni di carcere, una sentenza che, in appello, fu convertita in ergastolo, nel 1992. La Corte di Cassazione la confermò l’anno seguente, ma non ordinò, stranamente, l’ingresso immediato in carcere. 

«Andiamo in Francia. Solo là potrò vivere con te in libertà», annunciò Marina alla figlia Elisa, che aveva nove anni,dopo aver saputo del verdetto. La Francia del socialista Mitterand allora era un rifugio sicuro per decine di ex terroristi italiani. «Mi rifiuto di considerare a priori terroristi attivi e pericolosi», aveva dichiarato il presidente, «delle persone che sono venute qui, soprattutto dall’Italia, […] semipentite, pentite del tutto…, non so bene, ma in ogni caso fuori gioco». Le sue parole, pronunciate nel 1985 all’inaugurazione del congresso della Lega dei Diritti Umani, provocarono stupore e indignazione in Italia, persino tra i partiti di sinistra. 

Tranquillizzata da questo messaggio del presidente e dalla vita pacifica che i suoi ex compagni di armi conducevano in Francia, Petrella comunicò per iscritto alle autorità francesi il suo arrivo nel paese. «Non le misero i bastoni tra le ruote, anzi, in seguito regolarizzarono la sua situazione», con i corrispondenti permessi di lavoro e di residenza, ricorda Elisa Novelli. 

I primi tempi furono duri. Lavorò innanzitutto come collaboratrice domestica, si iscrisse a scuola di giardinaggio e ottenne un diploma ufficiale di assistente sociale. «Mia madre scambiò il suo impegno politico con un altro di natura sociale», ha dichiarato sua figlia. «E lo fece a fondo», aggiunge Stéphanie Lacroix, la grande amica francese della Petrella. 

A quel tempo la Lacroix gestiva la Loca Rythm, un’agenzia immobiliare che cerca case in affitto per famiglie umili, in genere immigrati ai quali gli affittuari si rifiutano di firmare i contratti. L’agenzia garantisce loro il pagamento dell’affitto e fa da mediatrice in caso di conflitti. 

«Ho assunto Marina – la sua fedina penale francese era pulita – e lei si è dedicata anima e corpo a inoltrare aiuti pubblici per i suoi inquilini, a risolvere amichevolmente i loro problemi con i proprietari», ricorda Lacroix, seduta nel salone della casa di Elisa. «È stata una lavoratrice esemplare che prolungava disinteressatamente la sua giornata lavorativa per assistere al meglio le 120 famiglie di cui era responsabile nel Val D’Oise [periferia di Parigi]. Saltava persino la pausa pranzo.» Prendeva 1300 euro al mese. 

Petrella trovò un lavoro e anche una famiglia. Se la creò insieme a Ahmed Merakchi, un giardiniere francese di origine algerina. Con lui ebbe una seconda figlia, Emmanuella, che ha già compiuto dieci anni. «Non vivevamo nell’opulenza, ma eravamo felici», ricorda il suo compagno. L’ultima volta che Merakchi è andato a trovarla, Petrella gli ha detto: «Consegneranno solo il mio cadavere». 

La prima paura arriva nel 2002. Il conservatore Jacques Chirac è il nuovo presidente francese e il suo ministro della Giustizia, Dominique Perben, riceve dalle mani del suo omologo italiano, Roberto Castelli un elenco di quattordici terroristi, la cui estradizione è una priorità per Roma. Tre poliziotti in borghese fanno irruzione, poco tempo dopo, alle sei di mattina, nella casa della Petrella, la schedano e se ne vanno. Proprio in quel periodo la Francia consegna Paolo Persichetti, condannato in Italia per l’omicidio di un generale. Chirac non mantiene la promessa fatta da Mitterand. 

Cesare Battisti, un altro ex terrorista residente a Parigi, sarebbe stato il prossimo a cadere nel 2004, ma riuscì a fuggire in Brasile , dove oggi è in carcere. «Quell’episodio turbò profondamente Marina», afferma la sua amica Lacroix che fino ad allora conosceva a malapena le peripezie della sua impiegata modello. «Parlava di questo periodo convulsa dell’Italia, dei movimenti dell’estrema sinistra, ma non raccontava che ruolo avesse avuto lei», ricorda. 

Si dovettero aspettare altri tre anni perché arrivasse il turno della Petrella. Sua figlia Elisa ancora non ha capito se sia stata una casualità o meno, ma la cosa certa è che la ex terrorista ricevette una convocazione in cui le si chiedeva di presentarsi, il 21 agosto 2007, al commissariato di Argenteuil, il sobborgo parigino in cui risiede. Per prima cosa le fecero domande su un incedente subito da un veicolo che aveva venduto un anno prima, ma, dopo aver consultato il computer, la condussero in un’altra stanza, dalla quale uscì in manette due ore dopo. Merakchi e la figlia Emanuella, che l’avevano accompagnato all’appuntamento, non poterono salutarla. Romano Prodi, allora primo ministro italiano, elogiò la «brillante operazione» della polizia francese. 

Da allora il suo avvocato, Irène Terrel, lotta invano perché rimanga libera mentre è in corso la sua estradizione. «È crudele tenerla in carcere», assicura. «Non c’è il pericolo di fuga perché ha messo radici qui, ha fondato una famiglia, è pienamente integrata». 

Sono giù quasi due mesi che il primo ministro François Fillon ha firmato il decreto per l’estradizione dell’ex brigatista. Il suo avvocato il giorno seguente ha presentato un ricorso davanti al Consiglio di Stato, l’ultima pratica di routine, che permette solo di guadagnare tempo. Il verdetto dell’istituzione non è esecutivo, ma il Governo di solito lo aspetta (a volte persino per un anno) prima di ordinare l’estradizione. 

Sono già quasi due mesi che anche in Francia si è scatenata una polemica monumentale. Intellettuali come Edgar Morin o Jean Lacouture, scrittrici come Fred Vargas, ecclesiastici come Jacques Maury – ex presidente della Federazione Protestante –, associazioni come la Lega dei Diritti Umani e il Sindacato dei Magistrati, e partiti come quello socialista, i verdi o i comunisti si mobilitano per chiedere a Sarkozy di non consegnare la Petrella. Persino il Difensore nazionale dell’infanzia, Dominique Versini, gli chiede di non dimenticare che è la madre di una bambina di dieci anni.  

L’Associazione degli Assistenti Sociali ha scelto, invece, di scrivere una commovente lettera alla moglie di Sarkozy, Carla Bruni, di origini italiane, in cui sostiene che la dedizione della Petrella alla sua nuova professione è la migliore dimostrazione «della sua reintegrazione tra gli uomini, e del suo rispetto del genere umano». Ma la miglior sostenitrice della Petrella è, senza dubbio, la figlia Elisa, onnipresente tra i mezzi di comunicazione con una vivacità e un’energia sorprendenti. 

«Quello che tutti chiediamo in fondo», riassume Terrel, l’avvocato, «è che la Francia invochi la clausola umanitaria del convegno europeo di estradizione del 1957, che le permette di negarne la consegna se questa può avere gravi conseguenze, o per motivi di salute». 

La missiva delle colleghe di lavoro della Petrella deve aver impressionato Carla Bruni. Lunedì, sul quotidiano Libération ha chiesto la sua scarcerazione perché «ha bisogno di ricevere cure, come qualunque persona, motivo per cui il carcere non è un luogo adatto». Sua sorella, Valeria, attrice, è stata più esplicita nel manifestare la propria solidarietà. Si è presentata in prigione per far visita all’ex brigatista, ma le è stato negato l’accesso perché non aveva l’autorizzazione giudiziaria. Una volta ottenutala, è tornata e finalmente l’ha incontrata. Quando è uscita non ha voluto parlare molto: «È una storia che conosco […]. Ho amici che sono stati sul punto di caderci dentro (al terrorismo) così come altri sono caduti nel tunnel della droga». 

Le pressioni famigliari o la mobilitazione dell’opinione pubblica hanno intaccato solo lievemente la determinazione di Sarkozy. Al vertice del G-8 a Toyako (Giappone), l’8 luglio, il presidente francese ha confermato, senza che nessuno glielo domandasse, che consegnerà la Petrella, ma in seguito ha rivelato che si sarebbe rivolto al primo ministro italiano, Berlusconi, perché questi, a sua volta, «intervenga presso il presidente della Repubblica italiana (l’ex comunista Giorgio Napolitano) per cercare di ottenere la grazia», per l’ex terrorista. 

La detenzione della Petrella, ha scritto Sarkozy a Berlusconi, al suo ritorno dal Giappone, «ha comportato per lei un colpo psicologico che genera delicate conseguenze umane: convinta che finirà la propria vita in carcere, rifiuta di ricevere la sua famiglia, e ha diminuito notevolmente la propria alimentazione. In questo contesto mi sembra giustificato che si prenda in esame, per quanto sia possibile, la grazia. Ho piena fiducia nella capacità [dell’Italia] di trattare questo caso con autentica umanità». 

Nonostante la sua buona volontà, l’iniziativa ha procurato a Nicolas Sarkozy un’alluvione di critiche in Francia. «È una nuova manovra per far finta di non essere un boia, mentre la mia cliente sta morendo», dichiara l’avvocato di Petrella. «È puro cinismo dichiararsi disposto a offrire protezione ai guerriglieri colombiani delle FARC – il presidente ha accolto questa proposta quando, il 4 luglio, ha ricevuto Ingrid Betancourt a Parigi – e consegnare, in cambio, persone che hanno rinunciato alla lotta armata trenta’anni fa». «Non sono contraria all’idea di offrire asilo politico alle FARC, ma allora bisogna essere coerenti e applicare la dottrina di Mitterand», insiste la romanziera Vargas. 

Visti dall’Italia, i dibattiti e le manovre francesi risultano quanto meno irritanti. «L’incomprensione dell’Italia di fronte a questi tentennamenti giuridici […] è assoluta», scrive su Le Monde Gian Giacomo Migone, ex presidente della Commissione degli Affari Esteri del Senato italiano. «La sinistra italiana nel suo insieme ritiene che le Brigate Rosse non costituiscano un’organizzazione rivoluzionaria, ma un gruppuscolo terrorista».  

A Napolitano non è piaciuto l’intervento di Sarkozy. Lo rende noto in un comunicato del 9 luglio, in cui gli ricorda che l’attribuzione della grazia è subordinata a certi requisiti. Il reo deve aver scontato parte della pena e deve mostrare pentimento di fronte alle sue vittime o ai loro famigliari. 

La Petella «non si è pentita, non si è mai scusata», ricordava la settimana scorsa Aldo Vinci, fratello del commissario di polizia assassinato dalla brigatista, davanti ai microfoni di Radio 24. «Se avesse trascorso vent’anni in carcere potremmo vedere le cose dal suo punto di vista», ha aggiunto, «ma è fuggita in Francia, dove ha potuto vivere una vita normale, mentre mio fratello era al cimitero, crivellato di proiettili, per il semplice fatto di servire lo Stato. La stampa parla di mio fratello come di un poliziotto, ma il poliziotto era un uomo simpatico e intelligente con una famiglia». La vedova del commissario non è riuscita a riprendersi dalla batosta. I suoi familiari assicurano che è morta di crepacuore. 

Quasi contemporaneamente, Sarkozy suggeriva all’ex terrorista di chiedere perdono: «Nel diritto italiano, e il diritto è importante, per ottenere la grazia bisogna pentirsi. La signora Petrella dovrebbe rifletterci su». 

Perché non fa questo passo? Alla domanda risponde così la figlia Elisa: «Che modo migliore di farlo se non ricostruirsi una vita dedicandosi agli altri attraverso un lavoro socialmente utile?» 

Perché non si rivolge direttamente alle vittime? «Alcuni ex brigatisti», ricorda Elisa, «hanno scritto delle lettere in cui esprimono la loro profonda compassione alle vittime». Ma Petrella non ha firmato nessuna di esse. Che cosa le ha raccontato sua madre degli anni di piombo? «Mi ha spiegato il contesto sociale che portò alla lotta armata [dalla sua bocca non esce la parola «terrorista»], mi ha raccontato che erano anni di rivolta sociale che sfociarono una guerra civile di bassa intensità. Ci furono vittime da entrambe le parti». E non la dà vinta. 

[Articolo originale di Ignacio Cembrero]

Gli ultimi commenti.

  1. Sabato, 9 Agosto 2008 alle 7:49 pm, harlock ha scritto :

    Compassione, certo, umanità certo… Peccato non fossero queste le parole d’ordine dei terroristi. E la smettessero una buona volta con la scusa della lotta politica e del periodo turbolento: non tutti in quel periodo hanno ucciso, non tutti hanno sparato. Le responsabilità sono personali non generazionali!

  2. Venerdì, 8 Agosto 2008 alle 12:23 pm, Alessandro ha scritto :

    Se ha commesso quegli omicidi deve rimanere in carcere. Se è così convinta della lotta armata, si assuma le sue resposabilità: ha lottato, ha ucciso e ha perso. Il carcere è il posto per le persone che lottano, uccidono e perdono E lo affornti con dignità. Altrimenti scenda sulla terra si penta e si lasci giudicare dalle persone a cui ha rovinato la vita.
    Questo il mio pensiero.

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