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Quando 200 mila contestatori antiglobalizzazione si riunirono nella città italiana che ospitava il G8 del 2001, tutti tranne una manciata arrivarono per dimostrare pacificamente. Invece molti furono picchiati a sangue da una polizia antisommossa apparentemente fuori controllo. Ma c’era qualcosa di più sinistro in gioco? E sarà mai resa giustizia alle vittime?
Mancava poco a mezzanotte quando un funzionario di polizia colpì violentemente con un manganello Mark Covell alla spalla sinistra. Covell fece del suo meglio per gridare in italiano che era un giornalista, ma nel giro di pochi secondi si trovò circondato da poliziotti in tenuta antisommossa che lo picchiavano. Per un attimo riuscì a rimanere in piedi, ma quando un colpo lo ferì al ginocchio, crollò sul pavimento.
Lì in terra, picchiato e ferito, sentiva la polizia tutto intorno che si raggruppava per attaccare la scuola Diaz-Pertini, dove 93 manifestanti stavano passando la notte dormendo sul pavimento.
La speranza di Covell era che entrassero, forzassero la catene dei cancelli anteriori, e non si occupassero più di lui. Se fosse andata così, avrebbe potuto zoppicare fino all’altro lato della strada e trovare scampo nel centroIndymedia, dove aveva trascorso gli ultimi tre giorni preparando articoli sul G8 e e sulla violenza con cui era gestito.
Fu in quel momento che un poliziotto facendosi incontro gli diede un calcio al petto così forte che tutto il lato sinistro del torace si incavò, una mezza dozzina di costole si ruppero e gli lacerarono il polmone sinistro. Covell, che è alto 1,75 e pesa una cinquantina di chili, fu alzato da terra e lanciato in strada. Sentì ridere il poliziotto. Il pensiero nella mente di Covell fu “non ne uscirò vivo”.
La squadra antisommossa era ancora alle prese col cancello, così un gruppo di agenti passarono il tempo usando Covell come una palla. Questi calci gli ruppero la mano sinistra e gli danneggiarono la spina dorsale. Da qualche parte alle sue spalle Covell sentì un poliziotto urlare che – “Basta! Basta!” – era abbastanza e sentì il suo corpo di nuovo trascinato in terra.
In quel momento, un blindato della polizia sfondò i cancelli della scuola e 150 agenti, quasi tutti con caschi, scudi e manganelli, si riversarono nell’edificio indifeso. Due si fermarono ad occuparsi di Covell : uno gli diede una bastonata in testa, l’altro lo prese a calci in bocca ripetutamente, facendogli saltare una dozzina di denti. Covell svenne.
Ci sono molte ragioni per cui non dobbiamo dimenticare quanto successo a Covell, allora 33enne, quella notte a Genova. La prima è che quello fu solo l’inizio. A mezzanotte i poliziotti avevano occupato tutti e quattro i piani dell’edificio Diaz -Pertini, dispensando la loro particolare disciplina ai suoi occupanti, riducendo i dormitori di fortuna in ciò che un agente in seguito ha descritto come una “macelleria messicana”. Loro e i loro colleghi incarcerarono in seguito le loro vittime in un centro di detenzione che divenne un luogo di oscuro terrore.
La seconda ragione è che, dopo sette anni, Covell e le altre vittime stanno ancora aspettando giustizia. Lunedì 15 persone, tra cui poliziotti, guardie carcerarie e medici, sono state finalmente condannate per il loro ruolo nelle violenze – anche se è emerso ieri che nessuno di loro finirà mai davvero in carcere. In Italia gli imputati non vanno in prigione finché non sono terminati tutti i gradi di giudizio, e in questo caso le condanne e le sentenze cadranno in prescrizione l’anno prossimo. Nel frattempo i politici che all’epoca erano responsabili della polizia, delle guardie carcerarie e dei medici, non hanno mai dovuto dare spiegazioni. Domande fondamentali sul motivo per cui è accaduto tutto questo sono rimaste senza risposta – e questo ci porta alla terza e più importante ragione per cui bisogna ricordare Genova. Non si è trattato di semplici disordini con le forze dell’ordine, ma di qualcosa che, andando oltre la superficie, è più terribile e preoccupante.
Il fatto stesso che questa storia possa venire raccontata si deve a sette anni di duro lavoro portato avanti da un appassionato e coraggioso pubblico ministero, Emilio Zucca. Aiutato da Covell come dal suo staff, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato 5.000 ore di filmati, oltre a migliaia di fotografie. Tutte queste cose insieme raccontano una storia innegabile, che comincia con Covell a terra sanguinante.
La polizia fece irruzione nella scuola Diaz-Pertini. Alcuni di loro urlavano “Black Bloc! Vi ammazziamo”, ma se davvero avevano creduto di trovarsi di fronte i famigerati anarchici Black Bloc, che avevano causato danni e violenze in varie parti della città durante le manifestazioni dei giorni precedenti, si erano sbagliati. La scuola era stata messa a disposizione dal Comune di Genova come base per manifestanti che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano persino messo qualcuno di guardia per evitare che si infiltrassero.
Uno dei primi a vedere la squadra antisommossa entrare in azione è stato Michael Gieser, un economista belga di 35 anni, che in seguito raccontò che si era appena messo il pigiama ed era in coda per il bagno con in mano lo spazzolino quando il raid iniziò. Gieser crede nella forza del dialogo e, all’inizio, è andato verso di loro dicendo “dobbiamo parlare”. Poi vide i giubbotti antisommossa, i manganelli, i caschi e i fazzoletti che coprivano i volti dei poliziotti, cambiò idea e corse su per le scale per scappare.
Altri furono più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. Dieci amici spagnoli nel mezzo dell’atrio si svegliarono picchiati dai manganelli. Alzarono le mani in segno di resa. Altri agenti si aggiunsero per picchiarli in testa, tagliare, percuotere e rompere gambe e braccia, compreso il braccio di una donna 65enne. A un lato della stanza, molti giovani erano seduti ai computers e mandavano email a casa. Una di loro era Melanie Jonasch , 28enne studentessa berlinese di archeologia, che si era offerta volontaria per aiutare nell’edificio e non era nemmeno stata alla manifestazione.
Non riesce ancora a ricordare cosa è successo, ma molti testimoni hanno descritto come sia stata assalita dai poliziotti e picchiata in testa con tale forza da renderla rapidamente incosciente. Quando finì in terra, gli agenti la circondarono, picchiarono e presero a calci il suo corpo svenuto, le sbatterono la testa contro un armadio e alla fine la lasciarono in un lago di sangue. Katherina Ottoway, che ha visto la scena, ricorda: “Lei tremava tutta. Aveva gli occhi aperti ma girati in alto. Ho pensato che stesse morendo, che non sarebbe sopravvissuta a questo”.
Nessuno di quelli che si trovavano al piano terra l’ha scampata. Come ha poi scritto Zucca nella sua relazione: “nel giro di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra erano stati ridotti alla completa impotenza, i lamenti dei feriti si mescolavano alle richieste di ambulanze”. Prese dalla paura, alcune vittime persero il controllo delle viscere.
Poi le forze dell’ordine salirono di sopra. Nel corridoio al primo piano trovarono un piccolo gruppo, di cui faceva parte Gieser, ancora con lo spazzolino in mano: “qualcuno suggerì di stenderci in terra, per dimostrare che non facevamo resistenza. L’ho fatto. La polizia arrivò e cominciò a picchiarci, uno per uno. Mi proteggevo la testa con le mani. Pensavo “devo sopravvivere”. C’era chi urlava “per favore, basta”. Dissi così anche io… Mi faceva pensare ad una macelleria suina. Ci trattavano come animali, come maiali”.
Gli agenti sfondarono le porte delle stanze che davano sul corridoio. In una di queste trovarono Dan McQuillan e Norman Blair che erano arrivati da Stansted per mostrare il loro appoggio per, citando McQuillan, “una società libera ed equa con persone in armonia tra di loro”. I due inglesi e un loro amico neozelandese, Sam Buchanan, avevano sentito l’attacco della polizia al piano di sotto e avevano cercato di nascondersi con le loro borse sotto alcuni tavoli nell’angolo della camera oscura. Un dozzina di agenti fece irruzione, li scoprirono puntando una luce e, anche se McQuillan si alzò con le mani in alto dicendo “calma, calma”, li picchiarono infliggendo loro anche numerosi tagli e rompendo il polso a McQuillan. Norman Blair ricorda: “potevo sentire il loro odio e il loro disprezzo”.
Gieser era nel corridoio: “Intorno a me c’era sangue dappertutto. Un poliziotto ha gridato ‘Basta!’. Questa parola è stata come uno spiraglio di speranza. Ho capito cosa significava. Però non si fermavano lo stesso. Continuavano con gusto. Alla fine si sono fermati, sì, ma è stato come quando si toglie un giocattolo a un bambino, contro la loro volontà”.
In quel momento, c’erano poliziotti su tutti e quattro i piani dell’edificio, che picchiavano e davano calci.
Molte vittime descrivono una specie di sistematicità nella violenza, con ogni agente che picchiava ogni persona che incontrava e poi passava alla vittima successiva, lasciando la precedente ad un collega. Sembrava importante che si facesse male a tutti. Nicola Doherty, 26 anni, un’infermiera di Londra, ha in seguito descritto come il suo partner, Richard Moth, si sia messo davanti a lei per proteggerla: “riuscivo a sentire i colpi sul suo corpo. I poliziotti si sporgevano sopra Rich per riuscire a colpire anche le parti del mio corpo che erano esposte”. Ha tentato di ripararsi la testa con un braccio: le hanno rotto il polso.
In un corridoio ordinarono ad un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi, per picchiarli più comodamente sulla testa e sulle spalle. Fu qui che Daniel Albrecht, 21enne berlinese studente di violoncello, fu colpito alla testa così violentemente da finire in sala operatoria per fermare l’emorragia cerebrale. Intorno all’edificio, gli agenti roteavano i loro manganelli, impugnandoli per l’estremità e usando la parte angolata come un martello.
Nel mezzo di queste implacabili violenze, ci furono momenti in cui la polizia preferì l’umiliazione: un agente che stava a gambe larghe davanti a una donna ferita e in ginocchio, si afferrò l’inguine e glielo sbatté in faccia per poi girarsi e fare lo stesso a Daniel Albrecht che era inginocchiato di fianco a lei; un altro che fece una pausa nel pestaggio e prese un coltello per tagliare ciocche di capelli alle sue vittime, inclusa Nicola Doherty , urlando costantemente insulti; un agente che chiese a un gruppo se stavano bene e quando uno rispose “no” reagì picchiandolo ancora.
Alcuni scapparono, almeno per un po’. Karl Boro riuscì a rifugiarsi sul tetto, ma poi fece l’errore di tornare dentro dove fu pestato pesantemente alle braccia e alle gambe, ebbe una frattura alla testa e un’emorragia toracica. Jaraslaw Engel, polacco, riuscì ad usare le impalcature per uscire dalla scuola, ma fu preso in strada da alcuni autisti della polizia che lo colpirono alla testa e lo lasciarono in terra stando lì a fumare mentre il suo sangue scorreva sull’asfalto.
Due tra gli ultimi ad essere presi furono due studenti tedeschi, Lena Zuhlke, 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen. Si erano nascosti in un ripostiglio all’ultimo piano. Hanno sentito la polizia avvicinarsi sbattendo i manganelli contro i muri delle scale. La porta del ripostiglio si aprì e Martensen fu tirato fuori e picchiato da una dozzina di agenti che gli stavano intorno. Zuhlke attraversò di corsa il corridoio e si nascose nel bagno. I poliziotti la videro, la seguirono e la tirarono fuori trascinandola per i capelli.
Nel corridoio si accanirono su di lei come cani su un coniglio. Fu picchiata in testa e presa a calci dappertutto sul pavimento, dove lei si sentì collassare il torace. Fu trascinata contro un muro dove un agente le diede una ginocchiata all’inguine mentre gli altri continuavano a colpirla coi manganelli. Scivolò giù e loro continuarono a colpirla anche a terra: “Sembrava che si divertissero, quando urlavo di dolore, sembrava che questo desse loro ancor più piacere”.
I poliziotti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma nelle ferite di Martensen. La sua compagna fu presa per i capelli e gettata giù per le scale di testa. Alla fine trascinarono Zuhlke nell’atrio del piano terra, dove avevano raggruppato dozzine di prigionieri da tutto l’edificio in un caos di sangue ed escrementi. La buttarono sopra altre due persone. Loro non si muovevano e Zuhlke intontita chiese loro se erano vivi. Non risposero e lei rimase là sdraiata, incapace di muovere il braccio destro, incapace di tener fermi il braccio sinistro e le gambe che si torcevano, mentre il sangue le usciva dalle ferite. Alcuni agenti passarono di lì e ognuno di loro abbassò la bandana che portava sul volto per celare l’identità, si abbassò, e le sputò in faccia.
Perché delle forze dell’ordine si dovrebbero comportare con tale disprezzo per la legge? La risposta più facile potrebbe essere quella ben presto data dai manifestanti solidali fuori dalla scuola che hanno scelto una parola che sapevano che la polizia avrebbe capito: “Bastardi! Bastardi!”. Ma stava succedendo altro qui – qualcosa che sarebbe emerso più chiaramente nei giorni seguenti.
Covell e dozzine di altre vittime del raid furono portate all’ospedale San Martino, dove i poliziotti camminavano su e giù per i corridoi, battendosi i manganelli sui palmi, ordinando ai feriti di non muoversi e di non guardare dalla finestra, tenendo molti di loro in manette, spesso con le ferite ancora da medicare, spedendoli poi dall’altra parte della città ad unirsi ad altri, provenienti dalla scuola Diaz e dalle manifestazioni, tenuti in un centro di detenzione nel quartiere di Bolzaneto.
All’inizio i segni di qualcosa di più terribile, qui, erano superficiali. Alcuni agenti avevano tradizionali canzoni fasciste come suoneria dei cellulari e parlavano entusiasticamente di Mussolini e Pinochet. Ordinavano ripetutamente ai prigionieri di dire “Viva il Duce”. Qualche volta li minacciarono per costringerli a cantare canzoni fasciste: “Un, due, tre. Viva Pinochet!”
Le 222 persone trattenute a Bolzaneto furono trattate in un modo in seguito descritto dai pubblici ministeri come tortura. All’arrivo venivano marcati col pennarello con una croce per guancia e molti erano costretti a camminare tra due file parallele di agenti che li prendevano a calci e li picchiavano. La maggior parte erano ammassati come bestie in grandi celle che contenevano fino a 30 persone. Qui erano obbligati a rimanere in piedi per lunghi periodi, con la faccia al muro, le mani in alto e le gambe divaricate. Quelli che non riuscivano a mantenere la posizione ricevevano urla, schiaffi e percosse. Mohammed Tabach aveva una gamba artificiale e, non riuscendo a stare in quella posizione stressante, cadde e fu ripagato con due getti di spray al pepe e poi con un pestaggio particolarmente selvaggio. Norman Blair in seguito ha ricordato che mentre stava in quella posizione e una guardia gli chiese “Chi è il tuo governo?”. “La persona prima di me aveva risposto ‘Polizei’, così feci lo stesso. Avevo paura di essere picchiato”.
Stefan Bauer osò rispondere a tono: quando un agente che parlava tedesco gli chiese di dove fosse, lui disse che era dell’Unione Europea e che aveva il diritto di andare dove voleva. Fu trascinato fuori, picchiato, spruzzato col pepe, spogliato e messo sotto una doccia fredda. I suoi vestiti furono portati via e fu riportato nella fredda cella con indosso solo un sottile camice da ospedale.
Ai detenuti tremanti che stavano sui freddi pavimenti di marmo delle celle furono date solo poche coperte, furono tenuti svegli dalle guardie, fu dato loro poco o niente da mangiare e fu loro negato il diritto di fare una telefonata e di vedere un avvocato. Potevano sentire urla e pianti provenire dalle altre celle.
Agli uomini e donne con i rasta furono rudemente tagliati a zero i capelli. Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, spogliato, costretto a mettersi a quattro zampe, abbaiare e gridare “Viva la polizia italiana!”. Singhiozzava troppo per riuscire ad obbedire. Un agente anonimo ha dichiarato al quotidiano italiano La Repubblica di aver visto suoi colleghi urinare sui prigionieri e picchiarli per essersi rifiutati di cantare Faccetta Nera, una canzone fascista del tempo di Mussolini.
Ester Percivati, una giovane donna turca, ricorda che le guardie la chiamavano puttana mentre era accompagnata alla toilette dove un’agente donna la costrinse con la testa nella tazza e un maschio la dileggiava “Bel culo! Ci vorresti infilato un manganello?” Molte donne hanno denunciato minacce di stupro, anale e vaginale.
Anche l’infermeria era pericolosa. A Richard Moth, coperto di tagli e lividi dopo aver riparato la sua compagna, sono stati dati punti alla testa e alle gambe senza anestesia – “un’esperienza estremamente dolorosa e scioccante”. Lo staff medico della prigione era tra i condannati di abuso lo scorso lunedì.
Tutti concordano sul fatto che non fu un tentativo di far parlare i detenuti ma semplicemente la volontà di creare paura. E ha funzionato. Nelle testimonianze i prigionieri hanno poi descritto la loro sensazione di disperazione, di essere tagliati fuori dal resto del mondo in un posto dove non c’erano leggi né regole. Effettivamente la polizia costringeva i prigionieri a firmare dichiarazioni rinunciando ai loro diritti legali. Un uomo,David Larroquelle, testimoniò che per essersi rifiutato di farlo ebbe le costole rotte. Anche Percivati rifiutò e fu sbattuta con la faccia contro il muro dell’ufficio, rompendole gli occhiali e facendole sanguinare il naso.
Al mondo esterno furono riservati dei resoconti gravemente distorti di tutto questo. Mentre giaceva nell’ospedale di San Martino, il giorno dopo il suo pestaggio,Covell si svegliò davanti a una donna che gli stava scrollando la spalla, che era, lui comprese, dell’ambasciata britannica. Fu solo quando l’uomo che l’accompagnava cominciò a scattare fotografie che si rese conto che lei era una giornalista del Daily Mail. Il giorno dopo la sua prima pagina pubblicò una storia interamente falsa che lo descriveva come l’ideatore dei disordini. (Quattro lunghi anni dopo, il Mail finalmente si è scusato e ha pagato a Covell i danni per invasione della privacy.)
Mentre i suoi cittadini subivano pestaggi e venivano tormentati in detenzioni illegali, il portavoce del primo ministro, Tony Blair, dichiarò: “La polizia italiana ha avuto un lavoro difficile da fare. Il Primo Ministro crede che lo abbiano svolto.”
La stessa polizia italiana alimentò la stampa con una ricca dieta di falsità. Anche mentre i corpi sanguinanti venivano trasportati fuori dagli edifici della Diaz -Pertini su barelle, la polizia raccontava ai giornalisti che le ambulanze allineate lungo la strada non avevano niente a che fare con i raid, eo che le ovviamente fresche ferite erano vecchie, e che l’edificio era pieno di estremisti violenti che avevano attaccato agenti di polizia.
Il giorno dopo, alti ufficiali tennero una conferenza stampa durante la quale annunciarono che tutti quelli nell’edificio sarebbero stati accusati di resistenza aggressiva all’arresto e cospirazione di causare distruzione. Alla fine, il tribunale italiano respinse ciascun singolo tentativo di accusa contro ogni singolo individuo. Incluso Covell. I tentativi della polizia di accusarlo con una serie di reati molto gravi furono descritti dal pubblico ministero, Enrico Zucca, come “grotteschi”.
Alla stessa conferenza stampa, la polizia mostrò una varietà di quelle che loro descrissero come armi. Includevano piedi di porco, martelli e chiodi che loro stessi avevano preso da un negozio di costruzioni a fianco della scuola, montature in alluminio per zaini, che presentarono come armi contundenti, 17 macchine fotorafiche , 13 paia di occhialini da nuoto, 10 coltelli da tasca, e una bottiglia di crema solare. Mostrarono anche due bottiglie Molotov che, Zucca concluse più tardi, erano stati trovate dalla polizia quel giorno, prima, in un’altra parte della città, e piazzate nell’edificio della Diaz-Pertini dopo la fine dell’incursione della polizia.
La disonestà pubblica fu parte di uno sforzo più vasto per insabbiare quello che era successo. Nella notte dell’incursione, un gruppo di 59 poliziotti entrò nell’edificio opposto alla Diaz Pertini, dove Covell e altri avevano gestito il loro centro Indymedia e dove, crucialmente , era basato un gruppo di avvocati, i quali avevano raccolto prove degli attacchi della polizia durante la manifestazione precedente. Gli ufficiali entrarono nella camera degli avvocati, minacciarono gli occupanti, distrussero i loro computer e confiscarono i loro harddrive. Rimossero anche qualsiasi oggetto contenente fotografie o filmati.
Quando il tribunale si rifiutò di condannare i detenuti, la polizia si assicurò un ordine di deportazione di tutti dal paese, bandendoli dal ritornare per 5 anni. Così i testimoni furono rimossi dalla scena. Come i tentativi di accusa, tutti gli ordini di deportazione furono dimessi come illegali dal tribunale.
Quindi, Zucca si è battuto attraverso anni di negazione e di offuscamento. Nel suo rapporto ufficiale, Zucca ha annotato che tutti i dirigenti coinvolti stavano negando ogni responsabilità: “Nessun ufficiale ha confessato il proprio ruolo di comando effettivo in nessun aspetto dell’operazione.”
Un alto ufficiale, filmato sul posto, ha spiegato che era fuori servizio e che era passato solo per assicurarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le stesse dichiarazioni della polizia furono mutabili e contraddittorie, e clamorosamente contraddette dalle prove delle vittime e dei numerosi filmati: “Non uno dei 150 agenti presenti sul posto ha fornito informazioni precise su un singolo episodio”.
Senza Zucca, senza la ferma presa di posizione dei tribunali italiani, senza l’intenso lavoro di Covell che ha assemblato le registrazioni video del raid alla Diaz, la polizia avrebbe potuto benissimo eludere responsabilità e procurarsi accuse false e condanne al carcere contro decine delle sue vittime. Oltre il processo per Bolzaneto conclusosi lunedì, altri 28 agenti, alcuni molto in alto di grado, sono sotto processo per il loro ruolo al raid alla Diaz. Eppure la giustizia è stata compromessa.
Nessun politico italiano è stato indagato, nonostante il forte sospetto che la polizia si sia comportata come se qualcuno le avesse promesso l’impunità. Un ministro visitò Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non vide nulla o, almeno, non vide nulla che ritenne di dover fermare. Un altro, Gianfranco Fini, ex segretario nazionale del partito neofascista MSI e in seguito vice Presidente del Consiglio, era – secondo i resoconti dei media all’epoca – nel quartier generale della polizia. Non gli è mai stato chiesto di spiegare quali ordini abbia dato.
La maggior parte delle centinaia di forze dell’ordine coinvolte nei fatti della Diaz e di Bolzaneto ne sono usciti senza nessuna sanzione disciplinare o penale. Nessuno degli agenti processati per Bolzaneto è stato accusato di tortura – la legge italiana non inquadra il reato. Alcuni alti ufficiali che all’inizio dovevano essere accusati per il raid alla Diaz sono sfuggiti al giudizio semplicemente perché Zucca non è riuscito a provare che esisteva una catena di comando. Anche ora, il processo ai 28 agenti sotto accusa è a rischio perché il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sta portando avanti una proposta di legge per rimandare tutti i processi per fatti accaduti prima del giugno 2002. Nessuno è sotto accusa per le violenze inflitte a Covell. E come ha detto il difensore di una delle vittime, Massimo Pastore: “Nessuno vuole ascoltare che cosa ha da dire questa storia”.
Si tratta di fascismo. Secondo moltissime voci, i poliziotti, i carabinieri e lo staff della prigione appartenevano a gruppi fascisti, ma nessuna prova le supporta. Pastore obietta che così si perde di vista il punto principale: “Non si tratta solo di qualche fascista ubriaco. E’ il comportamento dell’insieme della polizia. Nessuno ha detto ‘No’. Questa è cultura fascista”. Nella sua essenza, questo riguarda ciò che Zucca nella sua relazione ha descritto come “una situazione in cui ogni regola sembra essere stata sospesa”.
Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini usarono aerei pieni di passeggeri come bombe volanti e mutarono le basi su cui le democrazie occidentali fondavano i loro affari. Da allora, politici che mai si definirebbero fascisti hanno permesso massicce intercettazioni telefoniche e di posta elettronica, detenzione senza processo, tortura sistematica, calibrato affogamento dei detenuti, arresti illimitati entro i propri confini ed omicidi mirati, mentre la procedura di estradizione è stata sostituita dal “rimpatrio straordinario”.
Questo non è fascismo da dittatori con stivali militari e schiuma alla bocca. E’ il pragmatismo di politici elegantemente vestiti. Ma il risultato appare molto simile. Genova ci dice che quando uno stato di sente minacciato, la legge può essere sospesa. Ovunque.















Il dramma è che abbiamo delle strutture di polizia (garabinieri, guardia di finanza, polizia di stato), da sempre permeate di retorica cultura fascista, dai vertici alla base. Nessuno dei media ha rilevato l’anacronistico fatto che il nuovo capo della polizia all’atto dell’assunzione della carica si è recato all’”altare della patria” a rendere omaggio al milite ignoto!
Cosa c’entrano gli organi di polizia con il milite ignoto?
Giustizia sarebbe ammazzarne qualcuno, di questi poliziotti maledetti.
D’ora in poi, ogni volta che qualche poliziotto verra’ ammazzato, cantero’ dalla gioia.
@ Antonio,
la rabbia e’ sicuramente tantissima, ma godere della loro morte e’ comportarsi come loro, e’ definitivamente dare ragione al loro sistema, fatto di soprusi e ingiustizie.
fondamentalmente ci e’ rimasto il diritto di sapere, di conoscere, di capire: la via non violenta della crescita culturale e’ l’unico antidoto per il fascismo e i suoi interessati alleati, vera enorme metastasi del nostro paese.
Non esageriamo. Sperare nella morte di qualcuno fa cadere tutte le ragioni del mondo.
Speriamo invece in una giustizia ferrea e veloce, ma se continuiamo su questa strada, ovvero criminalizzando costantemente Magistratura e Forze dell’Ordine, spesso ingiustamente, faremo il gioco di chi vuole il male democratico.
A Genova sono successi fatti gravissimi, e le sentenze sono state lievi in molti casi. La storia è fatta di abusi di potere ed avvenimenti tenuti nascosti o fatti tacere.
Lottiamo perchè tutto venga a galla, costantemente. Usiamo e facciamo informazione, pretendiamo i nostri diritti vivendo in maniera degna e civile. Sosteniamo la Magistratura, in questo momento ne ha molto bisogno.
http://nonleggerlo.blogspot.com/
Certo fà rabbia leggere come si è comportata la polizia nei confronti dei manifestanti, viene a tutti voglia di prendere il fucile e sparare alla prima volante che passa.
Non di meno però dobbiamo ricordarci di essere una popolazione civile e di diritto schiacciata sotto una dittatura Fascista in ascesa.
Se prima o poi si ristabilirà l’ordine democratico in Italia spero nella nascità di una legge, retroattiva e non prescrivibile, che comprenda pene dai 5 anni all’ergastolo per chi sapeva e non ha parlato e per chi stava al comando (i politici al governo) ed ha oscurato tutto.
Per i poliziotti che ne hanno preso parte ci vorrebbe una radiazione dal corpo e l’espulsione dalla comunità europea o in alternativa carcere a vita per sovversione e tradimento alla repubblica.
Che ne dite???
Per fortuna in Europa c’e’ ancora liberta’ di espressione ed ‘ bene anche per la democrazia in Italia. E’ un peccato che gli italiani (purtroppo mediamente troppo ignoranti) non possano approvigionarsi da altre fonti di informazioni che non sia il Tg4/Tg5/ Rai uno o Rai due…..
Ho visto gente anche qui prendersela con la polizia. Ricordatevi che anche Pasolini difese gli uomini della polizia in quanto sono persone con gli stessi problemi nostri. Come sempre pagheranno gli agenti deboli che magari credevano di fare il loro lavoro o obbedire a ordini, mentre non pagheranno ufficiali/ministri che gli ordini li hanno impartiti. Ma non prendiamocela con la polizia semplice in fondo obbediscono a ordini dovrebbero cercare le persone in carica responsabili!
Sembra un romanzo, tremendamente scritto bene, particolari crudi, situazioni descritte dettagliatamente… ma non lo è.
E’ la descrizione fatta da chi ha vissuto quei momenti e non potrebbe essere più dettagliata di così. Fatti emergere dal bisogno di verità e vera giustizia radicato in un PM come ne abbiamo pochi, questi fatti (prove su prove che sono sfuggite ai raid della polizia) testimoniano quanto marcio ci sia in quello che ci viene proposto come democrazia.
In una democrazia questo non succede.
Il Cowell non avrà mai la possibilità di sapere chi gli ha mezzo rovinato la vita e come lui tanti altri.
In una democrazia questo non succede.
Noi Italiani non sapremo mai a chi dire grazie per aver dato questo incredibile esempio di democrazia.
In una democrazia questo non succede.
Ma mi pare di capire che questa non sia una democrazia. Queste cose non sarebbero successe. …Ma sono successe.
Non riconosco più la Repubblica Italiana.
Lotterò contro questa gente, al costo della mia vita.
Non è vendetta. E’ la difesa del mio paese dai vigliacchi e dai ladri.
Ieri sera La7 ha trasmesso un reportage sui fatti successi durante il G8. Volevo ringraziare Casarin, per avere dato l’ennesima dimostrazione di una ottusità politica e strategica totale. Cosa pensave di ottenere cercando di sfondare la zona protetta, e facendo indossare ai ragazzi delle protezioni di gommapiuma? Pensava davvero di sovvertire le sorti del G8? Pensava di spaventare i presenti? Pensava forse che la Polizia (che non vedeva l’ora) sarebbe rimasta impassibile e inattiva? Grazie Casarin ed ai B.B. che hanno fornito alla polizia il pretesto per fare quello che hanno fatto. CORREI. Ma è mai possibile che la storia non gli abbia ancora insegnato nulla? Non è già di per se durissima il dover lottare QUOTIDIANAMENTE contro la disinformazione costruita scentemente dalle TV di B. Bastava ieri sera guardare Lucignolo, con il servizio sul pattume a Napoli, per capire che qualsiasi cosa succeda oggi è cinematograficamente manipolabile e ricostruibile sia nella forma che nella sostanza. Possibile che questi autoproclamati “paladini” della libertà e della giustizia,non si rendano conto che questo modo di “agire”, peraltro fallimentare già negli anni settanta, non riesce a ottenere altro che il distacco “dell’elettorato” dalla sinistra nel suo insieme? Pensano veramente, facendole vittime del sopruso, di riuscire a convincere mia Zia Mafalda di 72 anni a “plaudire” alle macchine e cassonetti bruciati, quando lo SUADENTE Fede, sottolinea che macchine e cassonetti li pagano i contribuenti? La sinistra perde consensi perchè spesso è ancora radicata alla logica delle 3 S. Sudore, sangue e sanpietrini. Le elezioni, se non se ne sono ancora accorti, le abbiamo perse perchè abbiamo perso per STRADA, il valore intrinseco della sinistra cioè il stare CON la gente, mentre la destra dopo averla “spaventata”, parla a mia nonna in dialetto rassicuradola che le forze dell’ordine hanno la situazione in mano e paga parallelamente i PIRATI INFORMATICI per oscurare il sito della Sabina Guzzanti.
Ed i nostri ragazzi? Indossano pseudoprotezioni di gommapiuma!!!!