[The Independent]
La costa sabbiosa, linfa vitale del turismo italiano, è spazzata via dal vento. Peter Popham ci riferisce di un resort che sta perdendo la sua battaglia contro gli elementi.
Mauro della Valle è un membro delle forze armate italiane, ma la sua passione è il mare e la spiaggia. Tutto il suo tempo libero lo passa al Soleluna, il lido che gestisce con la moglie Luciana a San Cataldo, località marittima vicino Lecce, in Puglia, sul tacco dello stivale. Serve panini e bevande al bar del lido, chiacchiera con i clienti fissi e, in qualità di bagnino, fa il turno di vedetta scrutando impassibile il mare. E quello che vede è desolante. La spiaggia di San Cataldo, come decine di altre spiagge in giro per l’Italia, viene spazzata via dal vento. Si riduce di stagione in stagione. Così come si riduce il suo futuro come metà di vacanze.
Il lido Soleluna è un gruppo di splendenti capanne bianche e frangivento dai tetti rosso acceso all’estremo nord della spiaggia di San Cataldo. Gli avventori pagano 4 euro al giorno per usare le docce, gli armadietti, gli ombrelloni e le sdraie. Ma sempre più, il lido barcolla nel vuoto. Guido, l’autista del mio taxi, mi racconta, mentre percorriamo i 12 km di strada che separano Lecce dalla spiaggia, che vent’anni fa c’erano 15 metri di sabbia tra i lidi e l’acqua. C’era spazio per una mezza dozzina di file di ombrelloni e sdraie e per il campo di beachvolley, un bagnasciuga per far giocare i bambini e abbastanza spazio anche per chi voleva proprio evitare tutto ciò.
“Ma oggi la spiaggia è a malapena 5 metri. Le persone non vengono più a San Cataldo. Non c’è più sabbia. Vanno più a sud, dove c’è ancora sabbia. È un peccato. San Cataldo è sempre stata la spiaggia cittadina. I miei genitori mi raccontavano che, da giovani, l’intero paese soleva raggiungere San Cataldo coi tram. I mezzi erano pieni. Da ragazzi, vent’anni fa, il tram non c’era più ma le strade per il mare erano ingolfate dal traffico. Guardi oggi: sono vuote.”
San Cataldo però non ha semplicemente ignorato ed accettato l’inevitabile. Per anni, il consiglio comunale di Lecce ha combattuto per salvare il resort. Guardando dal bar del Soleluna si vedono scogliere di roccia spuntare ad intervalli regolari lungo il mare. Sono studiate per minimizzare l’effetto del vento sulla sabbia rimasta. Ma l’obiettivo più ampio di queste braccia rocciose allungate nel mare è la raccolta della sabbia dell’Adriatico, così che la spiaggia possa rinascere.
Si chiama “nutrimento della spiaggia” ed è stato praticato su diverse spiagge in via di scomparsa in giro per il mondo, con esiti differenti. È un rimedio che l’Italia si troverà ad usare sempre di più nei prossimi anni se vuole continuare ad accogliere i milioni di turisti, locali e stranieri, che passano le loro vacanze sui 3,952 km di coste italiane occupate da spiagge di cui il 42.5% soffre di erosione. In Puglia la percentuale è del 64.6%, nel vicino Molise del 91%. E con le previsioni di innalzamento del livello del mare di 18-30 cm nel prossimo secolo, la situazione non può che peggiorare. Il “nutrimento” funziona così: si trova della sabbia dello stesso tipo e consistenza di quella che sta scomparendo; si risucchiano decine di migliaia di metri cubi di essa nella stiva di una draga; la si trasporta a riva e la si riversa sulla spiaggia.
Come mi ha spiegato Mauro della Valle, Lecce ha teoricamente risolto i suoi problemi sette anni fa. “Un esperto di idrografia assunto dal comune ha identificato un enorme deposito di sabbia sei miglia marine al largo della costa di Brindisi [40 km a nord di Lecce] e 90 m sotto il livello del mare. La sabbia è esattamente dello stesso tipo della nostra. La proposta consisteva nel risucchiare 250,000 metri cubi di sabbia, l’equivalente di 20 campi da calcio. È parecchio, ma secondo i nostri esperti ci sono 2 milioni di metri cubi di sabbia lì sotto. Portarla fino alla spiaggia di San Cataldo con dei tubi richiederebbe un mese. Il piano era pronto nel 2001 e il consiglio comunale ottenne una promessa di fondi dall’Unione Europea per 5.5 milioni di euro.”
Il piano era stato validato da due consigli comunali e il consiglio regionale aveva dato il nulla osta ambientale. Ma a lavori quasi iniziati, la Politica con la P maiuscola ha alzato la testa. La sabbia oggetto dell’operazione di trapianto si trovava sì a sei miglia dalla costa, ma di fronte alla città di Brindisi non di Lecce. E le due città sono state acerrime rivali per anni: come succede pressoché in ogni angolo d’Italia, la vicinanza genera disprezzo, manifestata dal cosidetto ‘campanilismo’, un intenso e sciovinistico orgoglio di ogni comunità accompagnato da una spiccata riluttanza verso i propri vicini. Lecce e Brindisi sono tanto vicine, quanto differenti: Lecce è forse la città più elegante della costa pugliese (nonché suo cuore storico), adornata da uno spropositato numero di chiese barocche e resti romani di interesse, Brindisi è una città portuale la cui importanza deriva dall’essere il crocevia dei contatti con la Grecia. Politicamente, le due città si trovano oltretutto ai lati opposti dello spettro, Brindisi al centro-sinistra, Lecce al centro-destra.
Gli attriti durano da secoli. Il superbo centro storico di Lecce ha il suo capolavoro nell’alta ed esile colonna che tiene la statua di Sant’Oronzo, il vescovo del I secolo DC sbranato dai leoni sotto gli occhi dell’imperatore Nerone, colonna che un tempo segnava la fine della via Appia a Brindisi, finché non venne rubata da Lecce durante un attacco secoli fa. Così, quando il sindaco di Brindisi, Michele Errico, apprese che Lecce si apprestava ad aggiungere a quel crimine il saccheggio della sabbia di Brindisi, non sarebbe stato un politico italiano se non avesse giocato tutte le sue carte. La città si mise in posizione di attacco. Gli ambientalisti locali organizzarono una protesta sulla spiaggia. I turisti furono importunati da una raccolta firme che, presentata come Lecce sta rubando la sabbia dalla spiaggia di Brindisi, raccolse 10,000 adesioni. I fan del club di calcio locale appesero un lungo striscione durante le partite in casa su cui si poteva leggere “Non toccate la nostra sabbia”.
Una terza seduta del consiglio, probabilmente influenzata dal clima di ostilità pubblica, confuse ulteriormente Lecce. La stagione estiva 2008 ha aperto con il sole, il caldo secco, temperature fino a 34°C, un mare splendente e pulito, ma a San Cataldo, il punto di accesso a tutto ciò continua a scomparire. Ciò che resta della sabbia è coperto de alghe nere; la scomparsa della sabbia non colpisce inoltre solo la parte emersa ma anche quella sommersa e i bagnanti devono camminare in punta di piedi trovando un percorso per entrare in acqua sopra alle pietre.
Mauro ha costruito un camminamento sopraelevato in legno con dei corrimano per permettere ai suoi clienti di raggiungere il largo senza difficoltà. Ma nella splendida giornata di luglio in cui il The Independent ha fatto visita, solo una manciata di bagnanti punteggiava cioé che resta della spiaggia sabbiosa.
Mauro della Valle, uomo dal carattere fiero e solare, mantiene il controllo, ma Lecce è infuriata. Il più importante politico locale è Adriana Poli Bortone, senatore, già sindaco ed ora vice-sindaco, la promotrice del piano di salvataggio della spiaggia cittadina. Oggi fa non poca fatica per mascherare la sua ira. “Ci troviamo a fronteggiare una lunga serie di mancanze da parte della regione Pugliia che rischiano di buttare alle ortiche tutto il lavoro che il consiglio comunale ha fatto in questi lunghi anni commissionando studi di altissimo livello per la sostituzione della sabbia, studi che avrebbe dovuto fare la regione. Ora rischiamo, se l’autorità regionale non presenta il piano per la costa entro la fine dell’anno, di perdere i 5.5 milioni di euro stanziati per la salvaguardia della costa leccese.”
Brindisi ed i suoi alleati nel consiglio regionale non arretrano a questi attacchi. La Bortone ha però un altro asso nella manica. La settimana scorsa ha dichiarato ad un corrispondente del quotidiano La Stampa, “Brindisi non vuole darci la sabbia? Ci dispiace ma la prenderemo dall’Albania”. La signora Bortone ha trovato qualcuno dall’altra parte dell’Adriatico che vuole entrare nella partita. L’Albania aiutò Corfù a salvare le proprie spiagge; ora il primo ministro Sali Berisha, col quale la signora Bortone dichiara avere un ottimo rapporto, è pronto a fare qualcosa di simile per Lecce.
Sfortunatamente per la città però il virus democratico sembra essere arrivato anche a Tirana. La Bortone può avere anche raggiunto un accordo con Berisha che però non pare aver prima condiviso questo suo accordo con il parlamento. Il risultato: costernazione tra deputati albanesi, in particolare con il leader dei socialisti, Erion Brace, ad attaccare Berisha ricordandogli che la costa albanese non è una sua personale proprietà. Al di là di questo, quando l’Albania aiutò Corfù nel 1990, i movimenti ambientalisti erano sconosciuti in Albania; oggi è una forza da tenere in conto. Ed ora, con l’ultima speranza svanita, pare che San Cataldo dovrà chiedere presto l’estrema unzione.























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