[Frankfurter Rundschau]
Il ministro presidente italiano si fabbrica leggi a suo fabbisogno e ristruttura il paese a suo piacere. Berlusconi emana tutta l’autorità pubblica. E l’opposizione sta’ solo a guardare.
Se non ci fosse da piangere per quanto che sta accadendo in questi giorni al parlamento italiano, ci sarebbe da ridere. Senza alcuna vergogna, il ministro della giustizia, Angelino Alfano dopo l’approvazione della legge sull’immunità alla camera dei deputati, ha dichiarato che la legge “serve lo Stato”. Vale a dire, fino a quando “Silvio Berlusconi potra’ governare dopo aver vinto brillantemente le elezioni”. In verità la legge sull’immunità non riguarda altro che un evidente, flagrante abuso di potere: il primo ministro attende nelle prossime settimane un giudizio in cui rischia una pena fino a otto anni di reclusione per corruzione di testimoni - allora si fa costruire una legge che lo protegge contro una condanna. Allo Stato serve, ció che serve al primo ministro.
La pesante sconfitta dell’opposizione di Walter Veltroni alle elezioni la rende indifesa e disorientata: invece di attingere nuovo coraggio e impulso dall’inaspettato successo della prima grande manifestazione contro Berlusconi a Roma la settimana scorsa, continuano a discutere la strategia su come arginare il primo ministro senza mettere subito a rischio una necessaria riforma dello Stato. In merito alla legge sull’immunita’ il centro-sinistra si era rassegnato sin dall’inizio e, per la chiara maggioranza in entrambe le camere parlamentari, non ha neanche provato cio’ che restava ancora possibile: l’ostruzionismo parlamentare per prolungare i tempi di approvazione.
Gli attacchi di Berlusconi alla separazione dei poteri non sono nuovi: nella legislatura dal 2001 al 2006, ha emesso tutta una serie di leggi per le sue cause legali, sia per bloccare il sistema giudiziario sia per la protezione del suo illeggittimo potere sul mercato mediatico che ha da molti anni. La novità è l’arroganza: sin dal suo giuramento a maggio, Berlusconi ha governato quasi esclusivamente per decreto (con procedure di urgenza e con esclusione del Parlamento) - non solo per le situazioni di emergenze reali come ad esempio i rifiuti a Napoli, ma anche per disegni di legge che non mostrano nessuna particolare urgenza e quelli che per i sensibili contenuti sarebbe necessario un attento dibattito parlamentare, come il decreto sulla sicurezza e sulle impronte digitali di tutti i Sinti e Rom.
Nuova e’ soprattutto la completa smoderatezza del Cavaliere. Tutti quelli che prima, almeno temporaneamente erano riusciti a frenare il multimiliardario milanese, sembrano si siano rassegnati proprio come l’opposizione. Questo vale in primo luogo per i propri partner di coalizione. E’ infatti accaduto che Berlusconi, di fronte al difficilmente gestibile capo della Lega Nord Umberto Bossi, si permette perfino di chiamarlo persona scherzosa. Alcuni giorni fa Bossi ha minacciato che il governo non avrebbe retto piu’ a lungo, se non si smetteva subito con la legislazione per i propri affari. Nel 1994 Bossi aveva gia’ fatto cadere il primo governo Berlusconi - ma questa volta una simile minaccia e’ veramente sembrata uno scherzo.
Anche Giorgio Napolitano oppone poca resistenza contro la demolizione delle istituzioni democratiche. L’anziano presidente della repubblica prima della votazione della legge sull’immunitá ha fatto intendere, che probabilmente l’avrebbe firmata - benche’ decine di costituzionalisti abbiano espresso grosse perplessita’ circa la costituzionalita’ del disegno di legge. Sotto il predecessore di Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi e certamente con Oscar Luigi Scalfaro un tale preannuncio valutativo sarebbe stato pressocche’ impensabile.
In questo modo Silvio Berlusconi puo’, come ha scritto il Corriere della Sera, trasformare l’Italia come un suo Sultanato, nel quale la sovranita’ non e’ piu’ del popolo, ma viene emanata da lui stesso. A un giusto Sultano spetta anche un Harem, e non e’ per caso che i media nelle ultime settimane si sono occupati ampiamente di presunte telefonate inbarazzanti di Berlusconi. I colloqui proverebbero che la Ministro per le Pari Opportunita’ Mara Carfagna e’ nel governo solo perche’ ha avuto relazioni sessuali con il Cavaliere. Al “Padre Padrone” cio’ fa comodo: utilizza le telefonate intercettate come prova che il sistema giudiziario lo tiene incappottato - e contemporaneamente utilizza questa vicenda per distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese, ai quali finora ha mancato di dare soluzione: i salari bassi, la forte riduzione di consumi, la soluzione del problema Alitalia. E infinitamente molti altri.























Gli ultimi commenti.
Vergognamoci.
@Bruno
….Berlusconi - ricorda la moglie - incolpò subito una collaboratrice, che a suo dire avrebbe copiato prefazione e traduzione a sua insaputa.
SEGRETARIA COMUNISTA TRADITRICE!!
A conferma della sua straordinaria cultura a 360°…
“Il resoconto stenografico della giornata segnala anche il paragone, fatto da Berlusconi, tra il ministro Mara Carfagna e Santa Maria Goretti (”Presidente,
accetti un consiglio, scherzi pure con le Fante, ma per favore lasci stare le Sante” è l’invito di Rosy Bindi) e uno strafalcione di latino. Parlando del muro contro muro con la Lega sulle priorità del governo - la giustizia per il premier, il federalismo per il Carroccio - il Cavaliere ha rassicurato tutti. Nessun problema, e quando mai. “Simul stabunt, simul cadunt” dice il premier sfoggiando il latinorum, “insieme staranno così insieme cadranno” nel senso che non ci saranno modifiche nè problemi tra Pdl e Lega. Però ha sbagliato la coniugazione del verbo cadere, ha usato cadunt invece di cadent. Lo stesso errore che fece Craxi, anni fa. Ma allora c’era Natta, segretario del Pci, e la correzione arrivò seduta stante. Corsi e ricorsi…
…è veramente difficile pensare che tutto quello che sentiamo, vediamo ogni giorno possa piacere alla maggioranza degli italiani…
Segue precedente messaggio:
Nell’articolo è riprodotto il biglietto manoscritto inviato a Firpo in allegato ai due regali che però non sono riuscito ad inserire.
Perchè non pubblicate questo articolo che vale più di un commento?
LA REPUBBLICA GIOVEDI’ 23 MARZO 2006 PAG. 11
La vedova racconta che l’intellettuale torinese si accorse di un plagio di Berlusconi guardando la tv
Il Cavaliere e il libro copiato allo storico
“Così mio marito Firpo lo smascherò”
MARCO TRAVAGLIO
TORINO — Un giorno d’estate di metà anni 80 Luigi Firpo se ne stava in poltrona nella sua villa sulla collina torinese con la moglie Laura. Faceva zapping in tv. Su Canale 5 una graziosa signorina intervistava il padrone, Silvio Berlusconi. E ne magnificava l’enorme bagaglio culturale: «Lei è anche un grande studioso dei classici…». Il Cavaliere si schermiva: «Ma no, non dica così…». E lei: «Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino…». E lui: «Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo…».
Firpo, grande intellettuale torinese, polemista della Stampa con i suoi “Cattivi pensieri”, ma soprattutto docente universitario di Storia delle dottrine politiche e fra i massimi esperti di cultura rinascimentale, drizzò le antenne. Anche perché aveva da poco tradotto e commentato un’edizione
dell’”Utopia” per l’editore Guida di Napoli. L’intervistatrice attaccò a leggere la prefazione del Cavaliere.
Dopo le prime due frasi, l’anziano studioso fece un salto sul divano: «Ma quella prefazione è la mia! E’ tutta copiata! Ma chi è questo signore? Ma come si permette?».
L’episodio è tornato in mente a Laura Salvetti, la vedova di Firpo, qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi in una delle sue teleesternazioni elettorali si è cosi descritto in terza persona: «Il presidente del Consiglio si è nutrito di ottime letture e ha un curriculum di studi rilevantissimo…». E’ corsa in archivio, ha estratto una cartella intitolata “Berlusconi”, ne ha cavato uno strano bigliettino autografo del Cavaliere e ha deciso di raccontarne il retroscena. «Era subito dopo le
vacanze estive, credo in settembre. Firpo (lei lo chiama rispettosamente cosi, ndr), quando scoprì in tv che Berlusconi aveva copiato la sua versione dell’Utopia, si attaccò subito al telefono per avere quel libro. Gli risposero che era un’edizione privata, in pochi esemplari, riservata all’entourage del
Cavaliere. Ma lui, tramite l’associazione milanese degli Amici di Thomas More, riuscì a procurarsi una copia in visione. La sfogliò e sbottò: “Non è un plagio, è peggio! Quello ha copiato interi brani della mia prefazione e la mia traduzione integrale dal latino, mettendoci la sua firma. Non ha cambiato nemmeno le virgole!”. Prese carta e penna e scrisse a Berlusconi, intimando di ritirare subito tutte le copie e annunciando che avrebbe sporto denuncia. Qualche giorno dopo squillò il telefono di casa: era Berlusconi».
A questo punto inizia un irresistibile balletto telefonico, con il Cavaliere che cerca scuse puerili per placare l’ira dell’austero cattedratico, e questi che, sbollita la furia, si diverte a giocare al gatto col topo. Firpo minaccia di mettere in piazza tutto e trascinarlo in tribunale. «Berlusconi - ricorda la moglie - incolpò subito una collaboratrice, che a suo dire avrebbe copiato prefazione e traduzione
a sua insaputa. E implorò Firpo di soprassedere, pur precisando di non poter ritirare le mille copie già stampate e regalate ad amici e collaboratori. Firpo, capito il personaggio, cominciò a divertirsi alle sue spalle. Lo teneva sulla corda con la causa giudiziaria. E Berlusconi continuava a telefonare
un giorno si e un giorno no, con una fifa nera. Pregava di risparmiarlo, piagnucolava che uno scandalo l’avrebbe rovinato».
Pure Franco Grande Stevens, famoso avvocato e consigliere di casa Agnelli, che di Firpo era amico anche per via della comune candidatura nel Pri, seguì la faccenda da vicino: «Firpo mi raccontò di quel plagio. Era esterrefatto. Anche perché Berlusconi, anziché scusarsi, dava la colpa a una segretaria. Poi cercò di rabbonirlo con regali costosi, che il professore rispedì sdegnosamente al mittente».
«Passava - ricorda la moglie Laura – intere mezz’ore al telefono col Cavaliere. E alla fine correva a raccontarmele, fra l’indignato e il divertito: sapessi quante barzellette conosce quel Berlusconi. E’ un mercante di tappeti, una faccia di bronzo da non credere, sembra di essere in una televendita». Il tira e molla si trascinò per mesi. Anche con uno scambio di lettere, ancora riservate (saranno pubbliche solo nel 2009, vent’anni dopo la morte dello studioso).
Per ora c’è solo quel bigliettino rimasto nei cassetti della signora Laura, visto che era indirizzato anche a lei: «Accompagnava un doppio regalo per Natale, credo del 1986. Nel frattempo Berlusconi aveva pubblicato un’edizione riveduta e corretta dell’Utopia, senza più la prefazione copiata e con la traduzione di Firpo regolarmente citata. Ma Firpo seguitava a fare l’offeso, ripeteva che la cosa era grave e la stava ancora valutando con gli avvocati. Un giorno lo invitarono a Canale 5 per parlare del Papa e si ritrovò Berlusconi dietro le quinte che gli porgeva una busta con del denaro, “per il suo disturbo e l’onore che ci fa”. Naturalmente la rifiutò. Poi a Natale arrivò un corriere da Segrate con un bouquet di orchidee che non entrava neppure dalla porta e un pacco: dentro c’era una valigetta ventiquattr’ore in coccodrillo con le cifre LF in oro». Il biglietto d’accompagnamento è intestato Silvio Berlusconi, datato “Natale 1986″ (ma l’ultima cifra è uno scarabocchio) e scritto a penna: “Molti cordiali auguri ed a presto… Spero! Silvio Berlusconi”. Poi una frase aggiunta a biro:”Per carità non mi rovini!!!”.
Ma Firpo continuò il suo gioco: «Rispedì la borsa a Berlusconi, con un biglietto beffardo: “Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità, ma gli oggetti di lusso non mi si confanno: sono un vecchio professore abituato a girare con una borsa sdrucita a cui sono molto affezionato. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi…”.
Non lo sentimmo mai più».
Berlusconi scrive a Firpo “non mi rovini” in un biglietto allegato a due preziosi regali (subito restituiti). Lo storico dopo essersi accorto del plagio, minaccia di querelare Berlusconi, che fa di tutto per rabbonire il professore.
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