[La Pagina]
A due mesi dalle elezioni e dopo un inizio segnato da un nuovo clima, quello del dialogo, è scoppiata, come già si sa, di nuovo la guerra, una guerra che non è solo tra maggioranza ed opposizioni, ma anche tra le opposizioni e all’interno dei singoli partiti.
Ma entriamo subito in argomento con il governo che sulla questione giustizia si sta giocando la credibilità. Si è mosso male, le opposizioni ne hanno approfittato ed è esplosa la confusione.
Intendiamoci, tutto questo si è verificato perché la sinistra, o meglio, le sinistre, non sanno governare, come si è visto con Prodi e l’Unione, ma sanno fare bene l’opposizione, anche perché possono contare su posizioni di potere stabilmente presidiate. Inoltre, il collante dell’antiberlusconismo era solo sopito ma non veramente scomparso, per cui è bastato l’allarme della via giudiziaria per far nascere la confusione.
Nicoletta Gandas manifesta idee contrarie al premier e soprattutto, prima del processo, lei giudice, dice che al premier darà 6 anni e poi glielo farà vedere lei come governerà. In un Paese normale sarebbe stata licenziata subito, anche dagli amici politici, ma in Italia no. La risposta del capo del governo è stata di tipo legislativo: un provvedimento di sospensione dei processi iniziati prima del 2002 per reati meno gravi ed accelerazione di quelli che prevedono reati più gravi (oltre i dieci anni).
Ovviamente l’associazione nazionale dei magistrati e il Csm preparano e affilano le armi, interviene il capo dello Stato, ma la sua opera di mediazione, di fatto, si rivela impotente.
Insomma, è muro contro muro tra maggioranza ed opposizione, con una sicuramente breve recente pausa in seguito alla rinuncia del premier di andare alla trasmissione Matrix per – è la versione ufficiale – non cadere nella trappola del gossip.
Allo stato attuale, probabilmente, la sospensione dei processi sarà ritirata, visto che questo è il nodo della discordia, e al suo posto sarà inserito il “lodo Alfano” meglio formulato, che permette l’immunità per un mandato alle 4 cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio).
Intanto, però, le opposizioni sono riuscite a far apparire appannata e in stato confusionale l’azione del governo. Cosa di cui sono consapevoli autorevoli rappresentanti del governo stesso, come il ministro Roberto Calderoli ed altri che vogliono sbarazzarsi della questione giustizia per potersi occupare di cose più importanti come i salari, il calo dei consumi, l’aumento delle bollette dell’elettricità e della benzina.
E’ vero che il decreto sulla sicurezza va avanti, è vero che esiste una dichiarazione di Berlusconi, secondo la quale entro la fine di luglio l’immondizia sarà tolta dalle strade di Napoli, ma è pur vero che tutto ciò dovrà ancora essere realizzato. Resta il fatto che secondo alcuni sondaggi la sua popolarità è addirittura aumentata.
Sul fronte delle opposizioni, intanto, c’è poco da ridere. Si sta scavando il fossato tra l’Idv di Di Pietro e il Pd di Veltroni. Ricevuto l’apparentamento, Di Pietro ha spinto sul giustizialismo oltre misura, con insulti e dichiarazioni da cui traspaiono atteggiamenti di odio verso l’avversario (nel 1994 quando era pubblico ministero dichiarò “Io a quello lì lo sfascio”) con l’evidente obiettivo di raccogliere voti e sottrarli proprio al Pd (questo lo scopo della manifestazione a Piazza Navona l’8 luglio).
Il Pd, a sua volta, subisce l’iniziativa di Di Pietro (a cui non interessa di costruire nessun partito riformista) e rischia di essere risucchiato verso posizioni più estreme, facendo venir meno la novità politica e programmatica che si era affermata con la leadership di Walter Veltroni.
Stanno venendo a galla per il Pd i nodi irrisolti della fusione fredda tra Margherita e Ds e in modo particolare una mancanza di serio dibattito sul fallimento dell’esperienza comunista e del necessario approdo, anche generazionale, verso il riformismo.
In sostanza, il passaggio dal Pci al Pds prima, ai Ds dopo, è avvenuto con gli stessi uomini. Veltroni può ancora farcela, a condizione che riesca ad imporsi sulle correnti ormai numerose nel Pd (circa 17) e soprattutto a neutralizzare l’iniziativa di D’Alema il quale, con Red (riformisti e democratici, ma anche rossi) sconfessa apertamente l’obiettivo del bipartitismo veltroniano. D’Alema vuole un partito socialista che non si chiami socialista, altrimenti quelli della Margherita scappano.
Le divisioni all’interno del Pd sono profonde e davvero non si sa come se ne uscirà. Ma le sinistre sono due, c’è anche l’ex sinistra radicale. Il 24 luglio si aprirà il congresso di Rifondazione comunista. Questo partito, all’indomani delle elezioni, si spaccò tra la leadership di Nichi Vendola, che vorrebbe un partito non più comunista, ma movimentista, su posizioni più “liberal”, in cui il comunismo potrebbe essere un filone culturale, e quella dell’ex ministro Sergio Ferrero, il quale vuole una forte caratterizzazione comunista di Rifondazione per una confluenza con i Comunisti di Marco Rizzo e di Oliviero Diliberto.
Il dato nuovo è che la preparazione del congresso sta mettendo a nudo brogli e rischi di ulteriori scissioni. Insomma, a sinistra dominano incontrastate le eterne divisioni tra riformisti e massimalisti, con la preponderanza di questi ultimi che paralizzano le potenzialità di una sinistra riformista. Con una differenza: che i contendenti sono aumentati e sono diventati rumorosi (con Di Pietro) e la sfida è a chi è più massimalista.
Davvero uno spettacolo pessimo.























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