[CartaCapital]
Quando la marcia di Benito Mussolini arrivò alle porte di Roma, il capo di stato maggiore dell’Esercito Italiano, il generale Facta, chiese l’autorizzazione al re Vittorio Emanuele III di respingere quella banda di perfetti rappresentanti della piccola borghesia impaurita e rabbiosa. Il sovrano tergiversò e i militari non uscirono dalle caserme.
Sono passati 86 anni. Mussolini entrò a Roma, come descrisse il poeta Trilussa, con i calzini bucati. Il leader del Partito Fascista prese il comando del governo. Due anni dopo avvenne il golpe, dopo l’assassinio del parlamentare socialista Matteotti. Si instaurò una dittatura totalitaria del partito unico e Mussolini divenne il Duce.
Impossibile comparare l’Italia di oggi con quella degli anni 20 del 1900. O Silvio Berlusconi con Mussolini. O la marcia su Roma con le elezioni dello scorso aprile. Nonostante questo, è però chiaro che gli Italiani capaci di trasformare un paese povero in ricco, tra l’immediato dopoguerra e l’altroieri, sono ancora molto simili a quelli di 86 anni fa.
Paura e rabbia erano provocati dal sorgere di un proletariato organizzato e da forti partiti di sinistra, problemi che il liberalismo al potere non sembrava capace di affrontare con efficacia a favore della piccola e grande borghesia. Oggi in Italia, paese di grandi emigrazioni, c’è paura e rabbia per le ondate crescenti di immigrati. E del confronto politico tra fazioni nemiche. E del progresso, e di qualunque cambiamento. Stagnazione economica e corruzione marchiano a fuoco la vita del paese, e la metà degli Italiani, come minimo, continua a considerare Berlusconi l’eroe del momento, anche se non mancano le prove del fatto che governa per i suoi interessi, per non parlare dello straordinario impegno nel ruolo di clown globalizzato.
In tutto questo, patetica è l’opposizione cosiddetta di centro-sinistra, così come i sindacati, non più rappresentativi di un proletariato bramoso di risalire la piramide sociale, tutti portati a reiterare l’indulgenza di re Vittorio Emanuele. Sono tentato di evocare il dittatore Mugabe e il suo tragico Zimbabwe. Il paragone potrebbe sembrare rischioso, ma non lo è. Chiaro che l’Africa non è l’Europa, anche se bisogna dire che la ferocia della legge della selva, il continente nero ha imparato a conoscerla non con i suoi leoni, ma con i colonizzatori bianchi.
Bisogna notare che nel primo turno della corsa presidenziale in Zimbabwe ha vinto l’opposizione di Tsavangirai, sottomesso poi da una campagna di terrore e obbligato, alla fine, a ritirarsi in modo che Mugabe fosse il condidato unico al secondo turno. Si noti anche che l’Unione Africana, riunita nei giorni scorsi, manifesta delle preoccupazioni e raccoglie i suggerimenti del Sud Africa di creare un governo di unità nazionale nel quale Mugabe manterrebbe la presidenza e Tsavangirai diventerebbe il capo del governo.
Là, nel fronte che si suppone essere quello delle antiche civiltà e delle pratiche democratiche consacrate, l’Unione Europea assiste impassibile alle bravate di Berlusconi e l’opposizione protesta con dei sussurri – l’unica voce perentoria è quella di Antonio Di Pietro, figura simbolo dell’inchiesta Mani Pulite e oggi leader del partito Italia dei Valori.
In questo esatto momento, Berlusconi fa a braccio di ferro con la Magistratura, con il palese obiettivo di sottomettere il potere giudiziario alla volontà dell’Esecutivo. E, percorrendo la strada del suo classico ricorso alla dittatura della maggioranza, presenta al Parlamento un progetto di legge che fa lettera morta delle lezioni di Montesquieu. E già pensa ad un’altro progetto, dello stesso tipo.
Nel primo caso, i processi che vedono coinvolte le quattro cariche più alte dello Stato, Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, presidenti di Camera e Senato, che interessano fatti accaduti prima del 30 giugno 2002, vengono momentaneamente sospesi. La mossa è trasparente: questo luglio, Berlusconi corre il rischio di essere condannato a sei anni di reclusione in un processo per corruzione, il cui inizio risale al 2001.
Nel secondo caso, il progetto ha lo scopo di impedire che figure pubbliche siano ascoltate nel corso di intercettazioni condotte dagli investigatori. Si da il caso che il primo ministro ha visto diffuse una serie di conversazioni telefoniche con i direttori della RAI, la Tv statale, per raccomandare starlet del video per ruoli in serie televisive e varietà. Berlusconi dice sempre al suo interlocutore “di a quella ragazza che ti ho chiamato”, o dice di parlare a nome dei politici della sua coalizione.
Berlusconi e Mugabe travolgono la legge, la democrazia, lo Stato di Diritto. Il primo, anche la decenza. Quanto al secondo, ha il vantaggio di essere più chiaro e diretto.





















Allora i paralleli tra Berlusconi e Mugabe non sono l’unico a vederli!