La proprietà, in internet, è un’altra cosa

El Mundo

Il progetto di Berlusconi di presentare alla prossima riunione del G8 di luglio 2009 una proposta per stabilire una regolamentazione a livello internazionale per la rete internet, dimostra una volta di più che alcuni governanti e poteri pubblici non capiscono la natura di internet.

La pretesa regolamentazione viene giustificata principalmente con l’idea che è necessario proteggere il diritto di proprietà in internet nei confronti di coloro che usano la Rete, per esempio per scaricare musica gratuitamente, scambiarsi archivi o accedere liberamente all’informazione contenuta nel cyberspazio.

La giustificazione più pericolosa e falsa, è senza dubbio quella che per bocca di alcuni governanti – tra cui Berlusconi -, equipara libertà con proprietà. Così, per esempio, il Ministro (spagnolo, N.d.T.) dell’ Industria, del Turismo e del Commercio Miguel Sebastián, ha affermato durante la consegna dei Premi FICOD 2008, che il settore dei contenuti digitali non può progredire, se non si rispetta la proprietà intellettuale: “beneficiamo della libertà in internet, però questa deve essere compatibile con il diritto e il rispetto della proprietà intellettuale”.

Il problema della proprietà intellettuale

Alla luce dell’esistenza di internet, sarebbe probabilmente più utile pensare che si dovrà dare una lettura diversa del diritto di proprietà, non solo di quello della proprietà intellettuale – anche della proprietà industriale, per esempio -.

I governanti devono essere coscienti del fatto che dal momento che l’uso della rete è divenuto di massa , niente sarà più uguale, neanche per ciò che riguarda la configurazione dei diritti e dei doveri e ancor meno riguardo a quei diritti che, proprio per la loro lunga elaborazione storica, hanno un urgente bisogno di una messa a punto o di un aggiornamento che li renda efficienti nelle reti del XXI secolo.

Il diritto di proprietà che servì ai cittadini dell’impero romano, ai signori feudali, ai rivoluzionari francesi, agli eroi dell’indipendenza nordamericana e ai fautori dello stato sociale e democratico di diritto, ha bisogno di essere adeguato al mondo digitale: è il diritto che deve seguire la realtà, non il contrario. Non dovremmo modificare la realtà per adeguarla al diritto, sarebbe come tornare al passato.

Il territorio, il tempo e la struttura del cyberspazio, sono diversi dai territori, dai tempi e dalle strutture fisiche. Entrambi sono reali anche se diversi. Il territorio del cyberspazio permette l’ubiquità: posso essere e stare in due o più “territori” (chats, per esempio), simultaneamente, cosa che che non posso pretendere di fare, almeno per ora, nel mondo fisico, a meno che non mi comporti come una particella quantica.

Il tempo del cyberspazio conferisce ai nostri atti virtuali una capacità di diffusione simultanea a livello planetario impensabile fino ad ora: la posta elettronica che spedisco ora da Barcellona a Bombay, viene praticamente ricevuta istantaneamente e questo permette di vivere in un ambiente realmente globale.

I mercati finanziari, così come li conosciamo – crisi comprese -, non potrebbero esistere senza questa possibilità. Anche la struttura del cyberspazio è diversa da quella del mondo fisico: il potere costituito dalla rete, è questo, cioè la capacità di creare e applicare norme di comportamento radicate negli informatici e negli amministratori di sistema, non nei parlamenti né nei sistemi politici.

La necessità di regolamentare internet

Detto ciò, nonostante la rete si costruisca dalla base a partire da una prospettiva sicuramente individualista, non si nega a nessuno la necessità di proteggere il bene comune – il bene comune – nel cyberspazio, proprio per evitare che si converta in una specie di nuova versione del far west in cui impera la legge del più forte e l’esercizio dei diritti civili diviene impossibile.

In questo senso è ovviamente necessario regolamentare internet; ma questo è radicalmente diverso dal voler stabilire in internet norme e sistemi regolamenti propri del passato: non c’è ragione per cui la proprietà nella rete debba operare con meccanismi identici a quelli dell’impero romano.

Da questo punto di vista, tanto la proposta di Berlusconi al G8 di “regolamentare il sistema di internet nel mondo perchè manca una regolamentazione”, come le uscite del ministro Sebastián, implicano una chiara volontà di voler regolare la Rete come se questa non avesse modificato profondamente la realtà, come se potessimo modellare la realtà a colpi di decreto.

Il cyberspazio è essenzialmente regolato da meccanismi di autodisciplina che il più delle volte rispecchiano in modo coerente regolamenti amministrativi di ambito statale. La regolamentazione sovrastatale di internet curiosamente, ha prosperato solo, in generale, per le questioni di sicurezza e, quando lo ha fatto, lo ha sempre fatto in maniera occulta e tramite meccanismi che di solito aggirano il controllo democratico per andare a finire a toccare diritti come la privacy o la riservatezza delle comunicazioni: è lì che si richiede urgentemente l’intervento pubblico.

È necessario e urgente programmare meccanismi di autoregolamentazione e di supervisione amministrativa globale in internet per proteggere il bene comune. La proprietà, in internet, è un’altra cosa.

[Articolo originale "La propiedad, en Internet, es otra cosa" di Ramón J. Moles]

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Traduzione di:
Federica  D’andreaGran Bretagna Federica D’andrea
Laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Orientale di Napoli (arabo e somalo). Da sempre interessata alla storia del Nord Africa e del Medio Oriente e con la passione per il giornalismo, da qui la sua fuga dall’Italia! Attualmente vive e lavora a Londra e traduce articoli dallo Spagnolo
Revisione di:
Amina Iacuzio