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Perché i marchi britannici si stanno aprendo la strada verso l’Italia

Pubblicato Domenica 6 Luglio 2008 in Inghilterra

[The Independent]

Rachel Shields scopre che le etichette più importanti stanno lasciando le aziende clandestine della Cina

In quanto luogo di nascita dei giganti della moda quali Versace, Gucci e Armani, l’Italia è uno dei paesi più alla moda del mondo. Ora, grazie alle etichette britanniche più famose, come Aquascutum, Paul Smith e Pringle, il paese sembra destinato ad apparire sulla mappa della moda in vesti meno glamour: come il centro scambi per gli stracci d’Europa.

Spinti da una crescente preoccupazione per le aziende clandestine e lo sfruttamento del lavoro minorile, i consumatori etici d’Occidente si sono resi conto che le etichette ”Made in China” pesano sulle loro coscienze. Desiderosi di evitare tali connotazioni negative- ma ugualmente preoccupati per i bassi costi di produzione - le marche di abbigliamento britanniche si stanno spostando nel continente, trasferendo la manifattura in Italia. Con costi inferiori di un terzo rispetto al Regno Unito, grazie in parte alla mancanza di un salario minimo nazionale, i produttori britannici si sforzano di competere con il mercato.

Dopo l’annuncio di questa settimana che l’azienda di maglieria Pringle prevede la chiusura di uno stabilimento sui bordi scozzesi, affiliati hanno rivelato che il marchio sposterà probabilmente la produzione in Italia. ”Se ti ritrovi all’apice del mercato, l’Italia è una scelta ovvia,” ha detto Marino Donati, assistente editore della rivista della moda industriale Drapes.

Con una lunga tradizione di stabilimenti tessili, filati di alta qualità e tessuti, l’Italia sembra una soluzione geniale per le aziende del lusso britanniche che desiderano mantenere il senso della tradizione e della storia su cui le loro marche sono basate, senza necessariamente rimanere in Gran Bretagna.

Un’etichetta ”Made in Italy” darà uno standard di qualità ed autenticità che non è automaticamente associato ad un’etichetta ”Made in China”, ha detto Donati. Questo è particolarmente importante nel mercato asiatico, in cui il piccolo cartellino bianco ”Made in Italy” può essere considerato uno status symbol alla stregua dell’etichetta di una marca britannica.

La marca Aquascatum, essenzialmente britannica, gioca sul fatto che i suoi capi sono “fabbricati in Inghilterra”, tuttavia ha spostato la produzione di tutti i suoi prodotti, a parte quelli essenziali, all’estero. Lo scorso anno ha annunciato che la ditta italiana Antichi Pellettieri avrebbe prodotto le sue cravatte, sciarpe, borse e scarpe per il 2008. Allo stesso modo, solo il 5 per cento dei vestiti che possiede l’etichetta inglese Paul Smith sono effettivamente realizzati in Gran Bretagna, con il 42 per cento della produzione che si svolge in Italia.

Il maggior richiamo verso la produzione tessile in Italia consiste nella convinzione, da parte di chi acquista, che i capi non siano stati prodotti nelle aziende clandestine in cui i lavoratori sono sottopagati o lavorano i minorenni. La fiducia dei consumatori, però, potrebbe essere mal riposta. Un documentario trasmesso l’anno scorso dalla televisione italiana RAI Tre ha rivelato che gli immigrati cinesi addetti alla produzione di capi per le più grandi case di moda lavoravano in condizioni che violavano le leggi sul lavoro.

Si stima che il 10 per cento della popolazione della città di Prato in Toscana, la capitale tessile del paese, sia composta da immigrati cinesi, molti dei quali illegali.

[Articolo originale di Rachel Shields]

Gli ultimi commenti.

  1. Mercoledì, 9 Luglio 2008 alle 3:23 pm, Rosario ha scritto :

    Una sorta di delocalizzazione, ma a raggio ridotto. Si puo’ fare in Romania, Ungheria, Italia, Spagna, non a caso con salari molto bassi. E’ uno dei motivi perche’ le imprese sono favorevoli agli allargamenti verso est e i balcani.

  2. Mercoledì, 9 Luglio 2008 alle 10:45 am, Marco ha scritto :

    Grazie a te Anna, che ci riporti la tua esperienza anche se purtroppo negativa. Aggiungo pur non operando nel tuo stesso settore che (se può essere definito un plus), la Primark mi vende un prodotto “almeno” economicamente vantaggioso. Sulla qualità non oso.
    La vera presa per il culo come dice Sergio, e mi complimento per la lucida e spietata analisi, sono le aziende come la Nike o Prada Gucci ed altre, che dopo avere tratto gli stessi vantaggi del basso costo della manodopera, mi vengono a vendere a 100,00€ un paio di scarpe sostanzialmente di plastica. A proposito sono andato a vedere il sito ufficiale della Nike. Ennesima sorpresa negativa. Stanno vendendo i loro prodotti on-line a metà prezzo. Previsione? Prima hanno distrutto il tessuto produttivo “decentrando”. Adesso stanno facendo lo stesso con la rete distributiva. Conseguenza? La completa spersonalizzazione del rapporto cliente fornitore. Personalmente se fossi un negoziante organizzerei un class action per concorrenza sleale. Ops sorry, dimenticavo… è vero che il nuovo governo ha posto dei “limiti”, di fatto complicando la possibilità di avvalersene.
    Quello che stà succedendo è semplicemente la logica conseguenza delle politiche (?)industriali, perpretate negli anni passati dalla nostra classe(?) imprenditoriale. Basata sul conto terzi sfrenato del nord est, lo sfruttamento scellerato della cassa integrazione e sostanzialmente, strutturato sul costo contenuto della manodopera itallica. Nel frattempo gli “altri” hanno fortemente investito nella ricerca scientifica. Sono salito per la prima volta su un Terminal Buss ad IDROGENO a Francoforte esattamente 10 anni fa!!!! Prontissimi i nostri imprenditori a chiedere sovvenzioni ed aiutini, ed altrettanto pronti a sputtanarsi un pacco di soldi a puttane, in qualche fiera a Mosca piuttosto che a Bangkok. Speriamo almeno che il Tremonti confermi quanto inserito nella finanziaria dei comunisti del 2007 relativa alla detrazione (10%) dei costi derivati dall’innovazione tecnologica. La farà passare come farina del suo sacco ovviamente come con l’ICI. Ma questo è un altro discorso. Hai ragione Sergio quando parli dei “conti della serva”. Ma purtroppo questa classe dirigente, non sa nemmeno fare una “O” con il bicchiere!

  3. Martedì, 8 Luglio 2008 alle 8:53 pm, Anna ha scritto :

    Rimanendo in tema con l’articolo concordo
    con te Sergio per la semplice ragione che a causa degli aumenti strepitosi avvenuti dopo il cambio della moneta, e facendo fatica ad arrivare a fine mese, la gente ha preferito acquistare quei capi che, seppur simili nei vari negozi nel design e qualita’ dei tessuti, costavano meno. Non dimentichiamoci pero’ che si preferisce risparmiare, sempre. Ed e’ qui che la ruota inizia il suo giro. I cinesi, giunti in Italia, hanno trovato complicita’ con gli imprenditori e le grosse aziende, che hanno preferito dare a loro il lavoro pur sapendo che erano illegali, e il tutto solo per un tornaconto personale. Il risultato, a lungo termine, e’ stato quello che la maggior parte delle aziende tessili (soprattutto al sud) sono andate in banca rotta, e molte famiglie si sono ritrovate senza lavoro. Un altro fattore che pero’ ha costretto gli imprenditori a ”risparmiare” e’ stato l’elevato costo delle tasse (circa il 40%). Da qui si arriva facilmente a comprendere il perche’ il lavoro nero e’ diffuso e perche’ si preferisce darlo all’estero che, a conti fatti compreso di trasporto, costa molto meno. Non so se avete sentito dell’azienda Primark, che vende i suoi capi a prezzi stracciati, del tipo 3 euro per un vestito. Qui c’e’ l’articolo se puo’ interessare

    http://aidanmaconachyblog.blogspot.com/2008/06/child-labour-in-india-primark-under.html

    Marco grazie per il link, anche se la situazione e’ vecchia. Ben vengano i controlli comunque, seppur tardi.

    Concludo dicendo che la mia esperienza di imprenditrice tessile, al sud, a stretto contatto con i cinesi, mi ha fatto rendere conto che non ne valeva la pena…Mentre l’ispettorato mi multava perche’ una dipendente aveva sbagliato a dire la data di assunzione, i cinesi lavoravano tranquillamente. Da qui la decisione di abbandonare data l’insostenibile competizione.

  4. Martedì, 8 Luglio 2008 alle 6:45 pm, Sergio Bergamaschi ha scritto :

    Arriva tutto dalla mancanza di controllo: quando nel lontano 2000-2001 si passò all’euro in via ufficiale, c’è stato per un po’ l’obbligo di esporre il vecchio prezzo in lire di fianco a quello nuovo in euro; ciò comportava l’obbligo conseguente di fare la conversione tra lira ed euro. Poi tutto ad un tratto pufff… obbligo sparito, e come per magia il risultato è stato il seguente:

    £ 1000 = € 1,00

    Ovvero è stata tolta la £ e messa la € con l’ovvio risultato di raddoppiare i prezzi. Il buon Tremonti (che gli venisse un fulmine!) non ha controllato, non ha messo becco, NON HA FATTO UN CAZZO DI NIENTE PER EVITARE QUESTO AUMENTO ARBITRARIO E SCONSIDERATO DEI PREZZI AL CONSUMO ed ora siamo qua a litigare con i portafogli. In più (perchè non è solo quello) questa mancanza gravissima dei controlli con la conversione, se possibile per difetto, dei salari ha raddoppiato ulteriormente il deficit del potere d’acquisto ed ecco che facciamo fatica a tirare fine mese, non se ne può più etc.etc. Tradotto in soldoni:

    stipendio da £ 1.800.000 = € 929,622
    (stipendio equiparato ma alla fine dei conti dimezzato)
    £ 1000 ora € 1,00 (che vuol dire 1936,27 alias £ 2000 quindi il doppio)
    avere in tasca 100 Euro è come possedere le vecchie £ 25000.

    Non faccio fatica a credere che tirare fine mese sia diventato un incubo…
    Grazie Trmonti!

    Ah, non ho messo di mezzo le rate dei mutui, la benzina etc.

    e per la benzina c’è un discorso particolarissimo da fare:
    (il tutto è riferito a quando il barile di petrolio costava ancora 115 dollari)

    Nel 2000 1 $ = 1.2 € e 1 barile di petrolio = 60$
    e quindi 1 barile = 72 €

    Oggi
    1 $ = 0.62 € e 1 barile circa 115$.

    e quindi 1 barile = 71,3 € (Oups !)

    La domanda è:
    Se in Europa il barile costa uguale rispetto al 2000
    Perche la benzina è aumentata così enormemente?

    La crisi del petrolio non sembra cosi drammatica per chi vende la benzina e lo stato che incassa le tasse, ne per l’Enel che aumenta le bollete, … ecc …….

    Mi sembra una bella presa in giro … …

    Però la situazione non è cosi terribile pensate a quando il dollaro si riprenderà!

    Perchè nessuno fa questi conti della serva che però rendono bene l’entità della presa per il culo che stiamo subendo????

  5. Martedì, 8 Luglio 2008 alle 3:21 pm, Marco ha scritto :

    Per un quadro + preciso della situazione vi allego il Link di Federico Sarti giornalista di Prato. Giusto per distinguere tra schiavisti ed i nuovi (?) schiavi. (senza dimenticare i napoletani)
    http://www.pratoblog.it/content/view/12243/346/
    Suggerisco anche il film “Il diavolo veste Prada”


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