[Le Monde]
Sua madre si lascia morire, lo sa bene. Elisa accende una sigaretta senza tremare. “Non è neppure una crisi suicida, è un abbassamento dell’energia vitale. Beve un pò d’ acqua, il resto, non le importa, spiega in maniera calma la giovane donna. Si può morire di tristezza, sapete. Riesco a sopportarlo perchè non ci penso. Non siamo gente che si lamenta. “Marina Petrella, 54 anni, membro anziano delle brigate rosse, attende la morte lentamente in una cella dell’unità psichiatrica della prigione di Fleury-Mérogis (Essonne). È stata fermata per caso nell’agosto 2007, quando lavorava come assistente sociale, dopo aver passato quindici anni a ricostruire la sua vita in Francia. Con le sue due figlie e tutte le carte in regola.
STATO DEPRESSIVO GRAVISSIMO
Il primo ministro, François Fillon, ha firmato il decreto d’estradizione il 9 giugno. Marina ha, senza illusioni, richiesto l’intervento del Consiglio di Stato, che non si pronuncerà prima di svariati mesi. Marina Petrella non attende più nulla. Il medico della prigione di Fresnes ha annotato, l’11 aprile, “uno stato depressivo gravissimo, abbattimento morale, idee di morte estremamente pronunciate, angoscia focalizzata sul passato, sensazione di un futuro inesistente, l’insieme evoca chiaramente una crisi suicida molto inquietante”. Il 9 giugno, un altro medico, il medico Jean-François Bloch-Lainé, si preoccupa di questo “abbandono della vita” e riscontra la perdita di “2 kg per settimana”. “Il suo stato non la interessa più”, si proccupa il medico. “La Sig.ra Petrella non si nutre più, non beve più, non comunica più, e si lascia andare in uno stato di depressione importante.” I suoi avvocati chiedono al governo di applicare la “clausola umanitaria” della convenzione europea sull’ estradizione del 1957, che autorizza a bloccare l’estradizione di una persona” a causa della sua età o del suo stato di salute”.
Elisa, sua figlia, conosce perfettamente la prigione, c’è nata. Un 25 agosto di quasi venticinque anni fa, a Roma. C’è restata diciotto mesi prima di essere affidata a Lea, sua nonna, che aveva all’inizio degli anni ‘80 tutta la sua famiglia in prigione: suo figlio, sua figlia e suo genero. Quasi 60.000 persone sono state accusate, 5.000 sono state imprigionate durante “gli anni di piombo” in Italia durante processi impotanti, dopo aver votato leggi speciali contro il terrorismo. In Italia era in atto allora “una vera guerra civile, benché di bassa intensità”, ha riconosciuto Giovanni Pellegrino, il presidente della commissione d’inchiesta parlamentare. Elisa non ha cattivi ricordi. “Quando uscivano di prigione, la gente si trovava per comprendere ciò che era successo, dice la giovane donna. Non si dimenticavano di coloro che vi erano ancora, mi ricordo questa solidarietà fondamentale, era una bella lezione di vita.” Marina, sua madre, è stata imprigionata otto anni prima di essere liberata sotto controllo giudiziario, essendo stata raggiunta la durata massima della detenzione provvisoria. Ha ancora atteso cinque anni prima di essere definitivamente condannata, il 4 maggio 1993, all’ergastolo. Marina Petrella non è stata giudicata in contumacia, lei era presente al suo processo, ma i suoi giudici non hanno emesso una sentenza. Sono passati mesi. “Non ci si nascondeva, dice Elisa. Un giorno mi disse, si vivrà a Parigi.” A Parigi, ci sono amici. Sui consigli di Jean-Jacques di Felice e Irene Terrel, gli avvocati instancabili degli italiani, Marina scrive al procuratore di Parigi ed alle autorità italiane per dichiarare la sua presenza. Elisa è iscritta alla scuola italiana, Marina è cameriera a Saint-Ouen.
“CI SI SENTIVA PROTETTI”
Roma invia una domanda d’estradizione nel 1994. Si imputano a Marina Petrella sette crimini, fra i quali il sequestro di un magistrato e, soprattutto, come membro della direzione romana delle brigate rosse, la partecipazione all’organizzazione di cinque aggressioni tra cui l’assassinio di un commissario di polizia. “Abbiamo soltanto lavorato per integrarci in Francia”, spiega Elisa, “ci si sentiva protetti, si entrava nei criteri della dottrina Mitterrand”. Il Presidente della Repubblica aveva dichiarato il 26 aprile 1985, dinanzi al 65imo congresso della lega dei diritti dell’uomo, che gli italiani, che “hanno partecipato all’azione terroristica in Italia per molti anni” ma “hanno rotto con la macchina infernale” e si sono reinseriti “erano al riparo da qualsiasi sanzione in merito all’estradizione”. La parola del capo dello Stato ha impegnato la Francia per diciassette anni, sotto nove governi. Dominique Perben, guardasigilli del governo Raffarin, ha rotto l’impegno estradando nel mese di agosto 2002 Paolo Persichetti, professore dell’università Parigi-VIII. Nel 1994, Marina Petrella si iscrive ad un corso di giardiniere paesaggista, la sua passione. C’è Ahmed Merakchi, un uomo scuro e riservato che guadagna quattro soldi curando le serre. È francese di origine algerina, dapprima parigino del 12o raggruppamento, ha fatto da giovane dodici mesi di prigione, ha una figlia grande ed una ferita mal guarita con le donne. Si installano in una residenza ad Epinay-sur-Seine (Seine-Saint-Denis), lei come donna delle pulizie, lui come custode del giardino. Creano un piccolo giornale, Entre voisins (tra vicini). Lei si fa notare dai residenti con la sua intelligenza. Traslocano in seguito alla Source, una zona difficile d’Epinay dove Marina sermona i bambini che bruciano le automobili. Lei trova lavoro velocemente al centro culturale. “La vita non trascorreva troppo male, sorride Ahmed. Non si guadagnava molto, ma si era felici. Lei mi ha trascinato in tutti i piccoli teatri di periferia. In vacanza, lei si bloccava davanti alle belle case, sapeva apprezzare le cose, ed osava dirlo.” Un giorno, Marina gli dice che vuole un altro bambino. Lui non è molto entusiasta, ma finisce per lasciarsi piegare, a condizione di andare alla prefettura di polizia, con una copia della dichiarazione di Mitterrand. La prefettura non trova nulla da ridire, in più Marina ha una carta di soggiorno. Emanuela, “Emma” per i suoi parenti, nasce il 18 dicembre 1997, “il primo viso che ha visto, è il mio”, dice Ahmed.
PIANO PIANO MARINA SI LASCIA ANDARE
Ma un giorno, nel 2002, alle 6 della mattina, tre uomini bussano alla porta, appena dopo l’affare Persichetti. Tre poliziotti in abiti civili, che analizzano i loro cellulari e il computer. Marina scrive immediatamente una lettera al comune per spiegare chi è lei, le si risponde di non preoccuparsi. Lei si getta presto di nuovo nel lavoro sociale, che la divora, nella valle-d’Oise. “Lei combatteva affinché le persone si prendessero in mano, spiega Anne Ouvrard, direttore di una casa per giovani lavoratori. Non tipi che si lamentavano. E non contava le ore.” Ahmed, si innervosiva: “A tavola, lei ci raccontava di casi molto difficili, che la turbavano pesantemente. Gli dicevo: “Ma prendi un pò di distanza!”
Il 22 agosto 2007, Marina viene convocata al commissariato d’Argenteuil. Un anno prima aveva venduto un’ automobile ad un garage che aveva omesso di fare il cambiamento di possesso sul libretto. Lei ci va, con il suo certificato di cessione in mano, con Ahmed ed Emma. “Gli hanno chiesto il nome di suo padre e di sua madre, dice Ahmed, ed alla terza domanda: “Avete armi in casa?”, ho capito che stava finendo male.” Marina viene ammanettata, imprigionata, la Corte d’Appello conferma l’estradizione, quindi la Corte di Cassazione.
Il suo comitato di sostegno tempesta di richieste lo Stato, in una cortese indifferenza. Solo il deputato Patrick Braouezec e la senatrice Dominique Voynet combattono per la prigioniera; Jean-Pierre Dubois, il presidente della lega dei diritti dell’ uomo, si preoccupa del fatto che la Francia proponga l’asilo per i guerriglieri delle FARC ed estradi un’italiana. Nulla di fatto.
Piano piano, Marina si lascia andare, sbalordita da questa ripetizione della storia. Elisa è nata in detenzione, e quando Emma, 10 anni, ha bisogno di lei, Marina non ha nuovamente davanti a sè che l’ergastolo come orizzonte. Quando sua madre è stata arrestata, la piccola non ha aperto bocca per quarantotto ore. Un giorno, al parlatorio, la bimba non ha più voluto abbracciarla. E dopo non è più voluta andare. Ahmed si arrangia come può, con la piccola. La cucina non è realmente la sua forza, ed in più guadagna 1.300 euro con un affitto di 750 euro.”Abbiamo capito che un ingranaggio si è messo in moto senza realmente preoccuparsi di chi siamo” , dice. Elisa ha smesso la scuola di lingue (italiano, inglese e russo - anche suo padre ha imparato il russo, in prigione) e lavora come hostess. La giovane donna irradia forza e maturità, ma è stanca. “E’ troppo, sorride Elisa. Occorre sempre contare su se stessi, fare meglio di tutti. Perché sono partita senza alcun bagaglio, o piuttosto con bagagli riempiti di pietre.” Marina è stata messa in ospedale psichiatrico, in un isolamento assoluto. Osserva il soffitto, la si fa uscire un quarto d’ora al giorno. Rifiuta tutte le visite. “Preferisce morire che essere sepolta viva, dice Ahmed, lei dice che, in questo modo, le sue figlie potranno portare il lutto. “Marina gli ha appena inviato una bella fotografia del mare, pieno di sole. Ha scritto sulla parte posteriore: “Quello avrebbe potuto essere il mare di Creta, ma non lo vedremo mai. Siamo passati attraverso buoni e cattivi momenti, ma questo non è il momento di fare il bilancio, accontentati di averlo vissuto. Ed ora, ti chiedo di occuparti che Emma cresca sana, non obbediente o ribelle, ma sana, con buoni principi. Quanto a te, sei stato l’ultimo uomo che ho amato… come ti avevo promesso.” Porta sempre la lettera con sè. Ha un tale timore che sia l’ultima.





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