Il Partito Democratico si ricompatta nell’opposizione a Berlusconi

[El Pais]

Veltroni al congresso di centro-sinistra annuncia un autunno caldo

MIGUEL MORA - Roma – 21/06/2008
Il ritorno di Silvio Berlusconi alla sua essenza autoritaria, e alla promulgazione di leggi volte a evitare i giudizi pendenti, sembrano aver realizzato il miracolo. Il centro sinistra italiano, moribondo e diviso dopo la schiacciante sconfitta elettorale di aprile, promette di nuovo battaglia. Walter Veltroni, leader del Partito Democratico, riunito ieri e oggi a Roma per eleggere i suoi 120 dirigenti, dà per terminato il dialogo con il governo e annuncia un autunno caldo, con azioni di protesta in tutto il paese che culmineranno con una “grande manifestazione”.
Con un discorso di circa un’ora e mezza, Veltroni ha cercato di tirare su il morale ai suoi compagni di partito, e di ricomporre una guida molto in discussione. Nato il novembre scorso a immagine e somiglianza del Partito Democratico degli Stati uniti, il PD si dimena tra tendenze di segni diversi, frontalmente opposti. Da un lato Massimo D’Alema; dall’altro Francesco Rutelli; sopra ad entrambi, Veltroni. E da un estremo all’altro, verdi, cattolici, ex comunisti, socialdemocratici, liberali, ex radicali…

Tra correnti, critiche e tensioni, il congresso dovrebbe servire a trovare un posto al sole in Europa. D’Alema vuole una nuova alleanza con la sinistra radicale, oggi fuori dal parlamento, e integrare nel PD il gruppo socialista europeo. Rutelli non vuole sentire parlare di “Old Ways” e propone una più innovativa, sebbene esotica, integrazione nell’Alleanza dei Democratici: una rete di 50 partiti, tra cui i liberali democratici e i non allineati di tutto il mondo, di modo che, in Europa, il PD sia un ponte tra liberali e socialisti.

Come esempio dei dubbi post-ideologici che affliggono il PD, nella lista degli stranieri invitati a Roma figurano leader europei, asiatici e africani di ispirazione politica molto varia, tra i quali il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, e Inigo Urkullu, presidente della Partito nazionalista basco.

Nel suo discorso, Veltroni ha sottolineato che l’identità del PD è nuova e deve restare autonoma, “benché autonomia non significhi solitudine e ancor meno può significare dividersi tra noi in altri gruppi distinti che rivendicano le vecchie origini”.
Veltroni ha riflettuto sul futuro del partito, sul paese, sull’Europa, sulla globalizzazione. Ha affermato che Berlusconi è tornato al passato e ha promesso che il PD non entrerà nel gioco del “massimalismo e antiberlusconismo”, però sarà intransigente sulle leggi fatte su misura. Ha attaccato la destra per la sua politica populista e xenofoba che criminalizza, ha detto, i gruppi etnici e nazionalità intere, dimenticando forse che Amnesty International lo ha criticato per averlo fatto egli stesso quando era sindaco di Roma.

La sorpresa è arrivata quando i militanti si sono alzati in piedi durante un discorso nel quale Veltroni ha citato Romano Prodi chiedendogli di non lasciare la presidenza del partito. Prodi non solo non era presente, ma aveva anche scritto una lettera a Veltroni nella quale gli ricordava che le ragioni per le quali ha preso quella decisione, ovvero aprire il campo alle nuove generazioni, “rimangono valide”.
Inoltre, il disagio è noto tra le basi. Veltroni ha parlato davanti ad un’assemblea poco rappresentativa, dato che nella Fiera delle Mostre di Roma c’erano solo 1200 delegati dei 2800 eletti nelle primarie. I critici, con in testa Arturo Parisi, hanno accusato Veltroni di presentare una lista unica senza lasciar posto al dibattito democratico.

[Articolo originale di Miguel Mora]

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