Ciao, Bella

[Der Tagesspiegel]

Era un grande amore. Sembrava indistruttibile. Ah, Italia – dov’è finito il tuo fascino?

Era un’erbetta dalle foglie piccole, verdi, dal profilo fittamente seghettato, come una foglia giovane di dente di leone. Si trovava sui banchi del mercato in piccoli mazzetti. E quando si chiedeva il nome della dimessa fogliolina, nella risposta si poteva avvertire una traccia di dolcezza: la verdura si chiama rughetta e si mette nell’insalata. Tutti lo sanno.

Invece non lo sapeva nessuno. Quanto meno nessun tedesco.

Questo succedeva a Roma a metà degli anni ’80, e chi allora portava con sé la rughetta, di ritorno dall’Italia, per metterla nell’insalata, poteva star sicuro di fare un figurone a tavola: che gusto meraviglioso, leggermente amarognolo, quasi di noce. La rughetta in tedesco si chiamava Runzelchen. Erano i tempi in cui in Italia si potevano ancora fare delle scoperte.

Non ci è voluto molto perché la fogliolina verde intraprendesse un lungo viaggio verso Nord. Ha valicato le Alpi, si è fermata inizialmente nei negozietti chic di specialità gastronomiche di Monaco di Baviera, ha cambiato il suo nome diventando rucola, come la chiamano nel Nord Italia, si è propagata sempre più a settentrione, in campi sempre più freddi, è entrata ben presto in ogni insalata e sulla metà delle pizze, infine ha fatto la sua comparsa in supermercati dai nomi tipicamente italiani come Bolle o Tengelmann.

E basterebbe questo ad illustrare il cuore di quel grande cambiamento che sta avvenendo da alcuni anni nei rapporti tra Germania e Italia. E’ la storia di una disillusione, è la storia della fine del richiamo del Sud. E’ la storia di una perdita storica.

Perché in tutte le epoche precedenti l’Italia è sempre stata il luogo eletto del desiderio di chi stava a Nord, in particolare dei tedeschi. Meta dei pellegrini devoti al Papa, meta delle classi agiate assetate di conoscenza che si soffermavano estasiate tra le antiche rovine sotto un cielo eternamente azzurro e si immaginavano un’anima romana classica. Finalmente sono arrivato nella capitale del mondo, il luogo più bello sulla terra, gioiva Goethe nel suo viaggio in Italia mentre varcava Porta del Popolo ed entrava nel territorio di Roma, dove si sentì come “rinato”. E quasi nessuno dei suoi colleghi poeti che avesse un’alta opinione di se’ sfuggiva alla sognante ammirazione per l’Italia, da Heinrich Heine a Peter Schneider. L’Italia era il luogo del perfetto compimento letterario e della maturità artistica. Seguirono i pittori, che rappresentarono romantici idilli, immagini della vita semplice e bucolica, bellezze dormienti negli oliveti.

Roma e Firenze, la Sicilia e Napoli – l’Italia era la terra promessa dei tedeschi. Forse anche perché, sotto il sole del Sud, oltre a tutte le bellezze artistiche e paesaggistiche, si poteva scoprire anche un contraltare all’accuratezza e all’amore per l’ordine della Germania, la promessa di una libertà e di una gioia dei sensi quasi sconosciute ai rigidi cuori tedeschi.

Quel che prima era riservato a pochi benestanti, diventò negli anni ‘50 del secolo scorso un fenomeno di massa. La motorizzazione diffusa portò ad una calata su città e spiagge italiane, e sui pescatori di Capri – bella, bella, bella Marie, non mi scordare mai! L’Italia era il luogo dell’evasione estiva dei tedeschi del miracolo economico, la costa adriatica tra Jesolo e Rimini il luogo dove arrostirsi al sole. E tornando a casa non portavano con sé solo le scottature, ma spesso e volentieri anche panciute bottiglie di vino rivestite di paglia che in italiano si chiamavano fiaschi e il cui contenuto era particolarmente apprezzato. I tedeschi impararono a conoscere gli spaghetti, e appresero che non si tagliano con il coltello. Quando avevano svuotato la bottiglia di Chianti, mettevano una candela nell’apertura e la conservavano sulla libreria come ricordo estivo.

Non ci volle molto perché si sviluppasse una nuova ondata turistica, completamente diversa, diretta verso le coste italiane. Cominciarono ad amare l’Italia soprattutto coloro che in precedenza avevano guardato con disprezzo alle migrazioni estive di massa dei Germani. Era la fine degli anni ’60, l’inizio degli anni ’70, quando nacque una nuova curiosità per il paese del Sud. Gli intellettuali scoprirono che non c’erano solo 7051 chilometri di bellissime spiagge, ma anche un serbatoio unico di testimonianze storiche ed artistiche.

Non erano solo le rovine del passato ad entusiasmarli, ma anche il presente estremamente vivace. Forse era proprio questa la cosa più eccitante: dal Sud arrivava una nuova speranza a mitigare la delusione di coloro che, dopo i moti del ’68, rischiavano di affondare nella confusione. In Italia si poteva vedere in azione un partito comunista forte quasi quanto i democristiani, che governavano da quella che sembrava ormai un’eternità. E che partito: non i grigi burocrati di Mosca o di Berlino Est, ma un partito che stava intraprendendo la famosa “terza via”, i comunisti europei di Enrico Berlinguer. Il paese sembrava un laboratorio politico nel quale nulla era impossibile. Rudi Dutschke trasformò questa speranza insperata in euforiche dichiarazioni: “Sì, Italia!” titolava un suo articolo sulla rivista “konkret”. L’Italia non era più solo il paese della carne debole che si rosolava al sole dell’Adriatico, ma era diventato un paese-guida, una sfida agli intellettuali. E le sue località di svago anche. Comprarono vecchi casali in Toscana, li ristrutturarono spendendo parecchi soldi e scoprirono con soddisfazione che in Italia non solo la politica era più creativa che in Germania – ma anche la viticoltura.

E le edizioni Wagenbach fornirono i libri giusti da tenere sul comodino. Se prima in Germania si conoscevano al massimo le storie, apprezzabili ma piuttosto reazionarie, di Don Camillo e Peppone o al massimo un paio di romanzi di Alberto Moravia (principalmente a causa di determinati “passaggi”), all’improvviso saltarono fuori nomi nuovi: Italo Calvino, Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Pier Paolo Pasolini, Primo Levi, Natalia Ginzburg, Gavino Ledda, Luigi Malerba, Antonio Tabucchi e molti altri. E inoltre Dario Fo, autore teatrale pungente e dissacrante. La Fiera del Libro di Francoforte del 1987 si trasformò in una passerella letteraria per il paese ospite, l’Italia.

Ovunque si avvertiva questo fermento proveniente da Sud. Al cinema si impararono a conoscere Visconti, Fellini, Antonioni; ne “La Dolce Vita” Anita Ekberg si muoveva come una dea nella Fontana di Trevi, Marcello Mastroianni con una sigaretta in bocca era l’uomo più bello del mondo e Claudia Cardinale aveva gli occhi più neri. In pittura spopolavano i “nuovi selvaggi” della Transavanguardia, Francesco Clemente, Sandro Chia, Enzo Cucchi. Sulla scena musicale erano i Cantautori [in italiani nel testo] a far parlare di sé, i poeti come Lucio Dalla e Fabrizio De André. Nel campo del design la macchina da scrivere rosso fuoco “Valentine” della Olivetti otteneva un posto d’onore al MoMA di New York. E dove c’era così tanto fermento, nemmeno l’economia poteva rimanere indietro: negli anni ’80 il Paese si assestò al quinto posto tra i paesi più potenti al mondo, superando la Gran Bretagna. La stampa la definiva “la locomotiva italiana”. Perfino il calcio non voleva essere da meno, e improvvisamente anche la radicata mentalità del catenaccio – pur se per poco tempo – apparve superata; la “serie A” era il campionato più difficile del mondo; Milan, Inter, Juve, Roma erano le mete sognate da ogni calciatore tedesco che avesse voglia di spostarsi.

Ma il più grande, il più bello, il più riuscito miracolo italiano è avvenuto in tutt’altro campo: quello del gusto. Si accusano sempre gli americani di aver colonizzato il mondo intero. Ma l’imperialismo statunitense non è nulla a confronto dell’imperialismo gastronomico degli italiani. La pizza è diventata piatto principale e alimento fondante della generazione che non ha più tempo di cucinare, la pasta fa parte del repertorio standard di ricette da Hammerfest a Kapstadt, l’aceto balsamico si trova perfino nelle cucine della Bassa Sassonia e la domanda di prosciutto di Parma è così elevata che per produrlo vengono trasportati nel Nord Italia perfino maiali bavaresi. La ciabatta ha spodestato la baguette, il prosecco è il rifugio di tutte le casalinghe disperate di questo mondo, la grappa è Nonino, il caffè Illy o al massimo Lavazza, e le macchinette per prepararlo sono Gaggia o Pavoni. Qualcuno si ricorda forse ancora delle bustine Melitta?

Tutto il mondo è invaso dallo stile di vita italiano. Da tempo all’Italia sta stretto lo Stivale, ha varcato i suoi confini, ha valicato le Alpi e solcato gli oceani, si è stabilita in tutto il mondo. Nei supermercati, nelle boutique, nei ristoranti, nei negozi di arredamento. Non è più necessario cercare l’Italia, non serve più aspettare l’Italia, la verità è: ci siamo già. La zuccheriera è Alessi, il vestito è Armani, la borsa Gucci, la cravatta Fendi, il profumo Laura Biagiotti. E l’olio d’oliva, prima spremitura, viene direttamente dal commerciante di vini all’angolo. Lui conosce un frantoio eccezionale, nell’entroterra ligure, un consiglio speciale.

L’Italia è ovunque. Ciò che una volta era esotico è diventato familiare. Quel che è iniziato con la rughetta non finirà con la rucola, non ancora.

Il far proprio ciò che era lontano, però, ha svelato tutti i segreti. Ha distrutto l’aura di eccezionalità, ha reso piccolo quel che era grande, consueto quel che era inconsueto. Italia qui, Italia là. Quotidianità invece che estraneità. Svendita dell’originalità. Niente più da aspettarsi, tanto è già tutto qui.

Il risultato di questa perdita di fascino potrebbe essere: l’Italia, tolta la visione tedesca romantica e illuminante, è di colpo un paese come tutti gli altri. L’overdose provoca – paradossalmente – freddezza.

Ma il peggio doveva ancora venire. Da molti anni le notizie dall’Italia sono spesso e volentieri brutte notizie. Le peggiori sono quelle politiche: una nazione elegge Capo del Governo per tre volte Silvio Berlusconi, con il suo smisurato ego il personaggio politico più imbarazzante di tutta Europa, che ha cambiato la definizione di politica trasformandola in un self service dei propri interessi. A Roma il sindaco è un sobillatore del partito post-fascista. Tutt’intorno si muove una sinistra politica ingarbugliata in una eterna discussione irresponsabile ed infantile. Dal Parlamento arrivano immagini di deputati che si prendono a pugni. Così il paese è scivolato in una crisi economica e di credibilità. In tempi di crescita economica resta sempre indietro di circa un punto all’anno rispetto alla media OCSE. La disoccupazione giovanile è sopra il 20%, il debito pubblico è spropositato. In compenso cresce la spesa, la qualità della vita scende, il ceto medio si impoverisce. La Spagna supera l’Italia in ricchezza pro-capite. Si diffondono malumore, depressione, stanchezza. Romano Prodi, ex capo del governo, ha diagnosticato nei suoi concittadini “un sentimento estremo di paura”.

Come potrebbe il vecchio fascino del Sud superare le Alpi? Invece quel che giunge sono notizie dei cumuli di immondizia puzzolente e dell’incapacità dei politici di rimuoverli. Notizie di omicidi di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta. Notizie di razzismo e xenofobia. Di vino annacquato, di diossina nel formaggio. Di episodi di corruzione sui campi di calcio, di scontri tra tifoserie in cui ci scappa il morto, di infiltrazioni di estrema destra nelle curve di tifosi. Gli spettatori non vanno più allo stadio. Perfino il calcio, orgoglio nazionale italiano, si è ritrovato in crisi, e nemmeno l’insperata vittoria ai Mondiali del 2006 ha potuto trarre in inganno. Da tempo i giocatori tedeschi non cercano più fortuna tra il Brennero e Palermo.

Nessuno spiraglio in vista? Non c’è più molto da dire nemmeno su settori in cui la creatività italiana ha dato i suoi frutti migliori. Nessun Giorgio Strehler in teatro, nessun nome di spicco sulla scena letteraria, praticamente nessun film degno di nota, se si escludono l’intramontabile Roberto Benigni o l’occasionale Nanni Moretti. E anche nei teatri d’opera del mondo il più acclamato dei tenori non è più italiano, ma messicano.

Il paese è colpito da una malattia: la si potrebbe chiamare essere stufi di se stessi. La musica per dirlo l’ha composta Luciano Ligabue, il poeta e cantautore. Una canzone malinconica che si chiama “Buonanotte all’Italia”. Deve un po’ riposare, consiglia al suo paese, recuperare le forze. E’ attaccata alle flebo, con gli sfregi nel cuore. Il domani, dice, sembra in apnea.

Tutto questo non è passato inosservato. Se nel 1970 l’Italia era ancora la meta turistica più amata al mondo, oggi è scivolata al quinto posto. Una catastrofe per il settore turistico italiano, che ha un giro d’affari di oltre 156 miliardi di euro all’anno e che dà lavoro a un italiano su nove. “Il nostro paese corre il serio pericolo di non essere più visto come antico, ma come vecchio, non più come giardino d’Europa, ma come discarica”, scrive il quotidiano romano La Repubblica.

Solo i turisti tedeschi che scelgono i già citati 7051 chilometri di coste non sembrano particolarmente impressionati. Proprio l’anno scorso l’Italia si è assestata ancora una volta al primo posto tra i paesi di vacanza più amati dai tedeschi. Forse perché amano viaggiare dove si sentono un po’ come a casa, e in Italia trovano tutto ciò che si può trovare anche nei supermercati tedeschi.

[Articolo originale "Ciao, Bella " di Wolfgang Prosinger]

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10 commenti per Ciao, Bella

  • dal Chianti

    e la legalità non più garante dei cittadini onesti ma alla mercè della malavita
    e l’ informazione che ti dice solo quello che vuole chi è al potere approfittando dell’ incapacità critica del beota italico, appagato di tette e totti a tutti
    (i vari piero e pietro e appecoronati che trollando hanno raggiunto lo scopo, d’ Alia docet, di limitare internet come la Cina e la Birmania)
    e del lavoro sempre più come largizione del datore e sempre più a nero, di modo che ti paga come e quando vuole e che, in caso di crisi, chiede soldi allo stato per poi intascarne i profitti
    i servizi sempre più privatizzati così o li compri o t’ attacchi
    (la sanità finanziatrice di papponi parassiti)
    papponi parassiti al governo per dilapidare i contributi a scapito di scuole fatiscenti, di strade cominciate e mai finite …
    papponi politici che fanno carriera solo in base a quanto rubano e intascano per la casta
    c’ è da mordersi i gomiti
    o scendere armati, ognuno col proprio ferro del mestiere, e assediar Bastille in ogni dove
    ma tengo presente che il capo-pappone, lungimirante, ha già piazzato l’ esercito per smaltir monnezza passata, presente e futura, e per futura il popolo inca22ato che si ribellerà, se ne avrà la forza
    e tengo anche presente il ferro del mestiere che sapranno usare

  • Pietro 1987

    Ma cosa vuoi trovare nei supermercati tedeschi ignorante! E ben venga il calo del turismo di massa, ci bastano già gli intasamenti di ogni buco possibile immaginabile a cui assistiamo ogni estate. E perchè mai il nostro calcio sarebbe in crisi?? E il cinema poi, che si sta riprendendo?Inoltre i rifiuti da Napoli sono stati tolti, vada a farci un giro… Non è vero che l’Italia è stufa di se! l’Italia si sta trovando ora ad affrontare parecchi nodi venuti al pettine, nodi formatisi in quella sprecona ed inefficiente Italia, che era modello di malgestione della cosa pubblica, perpetrata proprio negli anni 70-80 tanto amati dall’ignorante giornalista tedesca.
    Abbiamo i nostri problemi e il modo migliore per risolverli è affrontarli uno ad uno con intelligenza e perseveranza. Non trarre conclusioni idiote, affrettate ed errate.

  • Bellissimo articolo,condivido pienamente quello che pensano di noi,abbiamo bisogno di una sferzata o finiremo in un declino inarrestabile!!
    Ma vi sembra possibile che la Francia sia al primo posto per flussi turistici e noi al quinto???
    Abbiamo il 75% del patrimonio culturale al mondo e non riusciamo a sfruttarlo…
    Gli americani sarebbe capaci di sfruttare anche un pezzo di marmo del colosseo…
    DOBBIAMO SVEGLIARCI!!!!

  • augusto

    Prima di tutto il paese si dovrebbe svecchiare,incominciando dal parlamento.
    Gente ‘ignorante’del genere(vedere servizi delle ‘Iene’)non dovrebbe governarci,ma dare spazio a menti giovani e brillanti,tolleranti e fantasiose.
    Siamo stufi dentro???
    Si.

  • Roberto

    Fin quando, ogni giorno, si vedranno nei TG nazionali sempre le stesse facce dei politici, che a ruota dicono tutti la stessa cosa, facendo il lavaggio del cervello a tutti gli Italiani, non ci sarà speranza di cambiamento

  • antonella

    unico appunto sul cinema: Sorrentino ? direi che è un genio

  • E’ tutto vero quello che dice, però io penso che come quando si fanno le pulizie a fondo, si alza sempre un po’ di polvere e noi di sporco di stantio e di vecchio ne abbiamo ancora in abbondanza. Ne sono convinto, tutto questo marciume che viene a galla serve a pulire almeno 60 anni di collusioni con mafie, servizi segreti, partiti padroni, falsi imprenditori, ecc. I nodi stanno venendo al pettine diamogli tempo e soprattutto fiducia e partecipazione. Non sia mai che un giorno esportiamo un po’ di sana rivoluzione silenziosa.

  • Francesco

    Bello ed esatto articolo, non c’è che dire. Complimenti al giornalista tedesco!

  • eustachio

    Bellissimo articolo.

    Che vergogna avere politici che dicono che all’estero ci criticano perchè sono ‘invidiosi’.
    Una profondità di pensiero come quella di una bottiglia di birra.

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