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I rifiuti del crimine - Intervista a Roberto Saviano

Pubblicato Venerdì 7 Marzo 2008 in Brasile

[CartaCapital]

Da mesi, la città di Napoli, nel Sud dell’Italia, è al collasso. Ci sono approssimativamente 2,4 mila tonnellate di immondizia abbandonate per la strada, mentre nella provincia si è già arrivati a 200 mila tonnellate. Una situazione poco degna per un paese che si considera civile come l’Italia. L’emergenzia rifiuti, come è stata definita dalla stampa italiana, è un’ “emergenza” che perdura in realtà dal 1994, trascinandosi col passare degli anni con soluzioni fittizie e momentanee che, col tempo, si sono rivelate fallimentari.

Dietro, la lunga mano della Camorra, la criminalità organizzata che regna in quella zona dell’Italia. Nel 2005, un giovane scrittore italiano di 28 anni, Roberto Saviano, previde tutto questo, e molto di più. Il suo libro Gomorra, incluso nel 2007 nella lista dei più importanti del mondo dal New York Times e tradotto in più di 40 paesi, ha alzato il sipario su una delle realtà più crudeli d’Italia.

CartaCapital: Lei ha concluso Gomorra con una immagine apocalittica di Napoli, affogata nell’immondizia. La realtà le ha dato ragione. Lei è stato un mago, o prima o poi era inevitabile arrivare a questo punto?
Roberto Saviano: L’emergenza rifiuti a Napoli è qualcosa che si ripete a cicli regolari. Ma è la punta dell’iceberg, perchè la situazione è marcia, o meglio, stramarcia, da decine di anni. Che le discariche fossero piene già si sapeva. E anche che fossero piene di rifiuti non solamente urbani. Nel mio libro parlo dell’entroterra del territorio di Caserta, dove la Camorra ha interrato rifiuti tossici industriali che venivano da tutta Italia, e dove l’incidenza di cancro è aumentata del 26%, secondo quanto affermato dal The Lancet Oncology, che parla addiritura di un aumento dell’80% delle malformazioni fetali. E’ in questo territorio che si trova il termovalorizzatore di Acerra, che dovrebbe entrare subito in funzionamento. Ma la gente protesta, non ha fiducia: l’esperienza del passato insegna che con molte probabilità finirà male, perchè non c’è nessun controllo.

CC: Perchè l’immondizia è il grande business della criminalità?
RS: Loro guadagnano nel trasporto e nello svasamento illegale dei rifiuti tossici, con le discariche in aree che loro stessi hanno acquisito per mezzo delle loro imprese. Queste imprese agiscono in consorzi pubblico-privati per la gestione dei rifiuti solidi urbani, con veicoli (camion - bobcat) che li ritirano in caso di emergenza. In questi o in altri modi interferiscono nella gestione, lucrandoci.

CC: Chi ha l’interesse che l’immondizia rimanga sparsa per strada?
RS: Da un lato, questo è il risultato di un sistema totalmente marcio che in un dato momento si ferma completamente. Dall’altro lato, la Camorra non crea l’esigenza in se. Intanto è capace di lucrare con questa situazione. Così come anche con una politica associata, principalmente, alle amministrazioni locali che ne approfittano dei fondi destinati alle emergenze.

CC: Lei ha preferito scrivere un romanzo a un’opera di giornalismo investigativo. Perchè?
RS: Non ho scritto un lavoro di giornalismo investigativo, ma non ho neanche fatto qualcosa che possa essere definito un romanzo, come un’opera di finzione. I dati, i fatti e i nomi sono reali. Ci sono fonti, principalmente giudiziarie. E’ un lavoro ibrido, letteratura “non fiction”. Ma l’approssimazione letteraria per me è essenziale. Uno scrittore non è sottomesso ai dettami del giornalismo, può arrivare a parare dove vuole, può scoprire dettagli secondari che possano far emergere un quadro d’insieme, può esporsi in prima persona, può unire il soggettivo all’oggettivo. C’è molta più libertà, può offrire una ricchezza e una complessità ben maggiori, ha il potere di raggiungere molto di più i lettori, visto che sa come coinvolgerli, portarli vicino all’oggetto narrato. E’ per questo che credo che la letteratura possegga armi più affilate.

CC: Cito ciò che lei ha scritto: “Quali soldi? Le stime dell’Istat dicono che la Campania cresce meno del resto d’Italia. La regione è umiliata nei settori dell’agricoltura e dell’industria, è incapace di realizzare il salto di qualità nel settore dei servizi. E, per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale è di 21.806 euro, al Sud non supera i 14.528 euro”. Oltre alle cifre, cosa significa questo, tradotto in condizioni di vita di un giovane, per esempio di 18 anni?
RS: Che non ha prospettive per il futuro. O è affiliato ai clan o emigra al Nord o all’estero. Ma l’ultima soluzione è valida solo per i giovani più qualificati o quelli di famiglia di classe media o medio-alta. In caso contrario gli restano poche alternative. Lavori umili, salari da fame, impieghi precari e irregolari. L’arruolamento nell’esercito o nelle forze di polizia. O ancora lavori per la Camorra: sentinella, corriere della droga, rapinatore. E infine, se ci riesce, l’affiliazione al crimine organizzato. Cosa, questa, che gli da prestigio e la possibilità di salire di grado. La camorra non recluta solo sicari, ma anche persone formate, qualificate. Ha bisogno anche di colletti bianchi.

CC: La camorra si autodefinisce “sistema”. Che vuol dire il termine tradotto alla vita di tutti i giorni?
RS: Significa controllo capillare e militare dei territori, ma vuol dire principalmente condizionamento strutturale, e per questo sistematico, dell’economia. Non solamente di quella notoriamente illegale, relazionata alla droga e al traffico delle armi, ma anche del racket dei prestiti con tassi da usura, del mercato delle falsificazioni, del business dell’immondizia, dell’industria alimentare, della gestione delle opere pubbliche, e coì via. Questo in Campania. Ma il potere economico della Camorra va ben oltre, perchè il Sistema investe, ricicla e produce anche in altre regioni italiane e all’estero, dalla Cina all’Europa dell’Est, Germania, Scozia, Spagna, Olanda. Anche in Brasile, a Rio de Janeiro e San Paolo, i clan di Secondigliano dominano il mercato dell’abbigliamento di marca, con negozi e merce falsificati di prima qualità.

CC: Cosa si deve fare per combattere efficacemente il crimine organizzato?
RS: Cercare di colpirlo più sul piano economico che in quello repressivo e giudiziario. Se un clan è sconfitto dall’incarcerazione dei suoi capi, un altro occuperà il suo vuoto di potere. E’ necessario formulare nuovamente le regole dell’economia che facilitano l’accesso delle imprese della Camorra alle gare di appalto pubbliche, perchè, grazie alla loro composizione criminale, hanno vantaggi nell’aggiudicarsi gli appalti, costano meno e lavorano meglio, senza problemi sindacali. E’ necessario ottenere una maggiore collaborazione internazionale perchè le organizzazioni criminali sono una realtà globale che deve essere affrontata globalmente.

CC: In Brasile, la generazione “più compromessa e pericolosa”, paradossalmente, è quella degli adolescenti e dei giovani, che rapinano, rubano, uccidono per un niente. Molte volte sono loro i primi a morire. Il futuro della società non sembra appartenere a questi ragazzi. Nel caso napoletano, la situazione è la stessa a causa della Camorra?
RS: Si e no. In realtà, nei territori controllati dai clan più potenti, la camorra amministra la tendenza della violenza giovanile. I giovani o sono dentro o girano attorno al sistema. E il sistema ha bisogno di funzionare. Ma, mentre l’ambizione della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo fu quella di gestire la “vita e la morte dei tutti”, oggi non c’è più l’ambizione di controllare tutto il territorio e la totalità della sua popolazione. In molte zone si apre uno spazio per il “fai come vuoi”, e si formano bande di giovani che rapinano, picchiano, e a volte uccidono per una sciocchezza. E, se sono capaci di imporsi, possono diventare interlocutori dei clan, cosa alla quale aspirano. Infine, è chiaro che in un territorio in cui la violenza paga in tutti i sensi, dove la violenza è lo strumento di potere reale, questa sia accettata dai giovani come indispensabile segno di valore.

CC: Lei como vede l’Italia oggi?
RS: L’Italia è sempre meno ricca e sempre meno sviluppata di ciò che lascia immaginare agli occhi dei giornali stranieri e al resto della Comunità Europea. Un terzo dell’Italia, tutta l’area meridionale, è dominato dalle organizzazioni criminali le quali, secondo la Confcommercio, rappresentano, tutte insieme, la maggiore industria italiana. Questa informazione ha provocato sorpresa in tutti i settori. Sappiamo allora che una parte della ricchezza italiana è sporca. Ma anche l’economia del resto del pese è interessata dagli investimenti e dalle attività imprenditoriali delle mafie, mentre la produttività pulita di vari settori nel Centro e nel Nord sta calando. L’Italia è un paese in crisi, e le metastasi dell’economia criminale che si sono sparse in tutte le parti del suo organismo non facilitano una prospettiva di una guarigione reale.

CC: Lei ha speranza nell’Italia?
RS: La mia speranza risiede nel fatto che la situazione è così critica che i problemi finiscano per emergere alla luce del giorno. Non è più possibile fingere che non accade, minimizzare, aspettare un miglioramento. Il Sud, in questo momento, attraversa una situzione disastrosa, ma il Nord non sta meglio. Ci sarebbe bisogno di molta determinazione e chiarezza, principalmente da parte della classe politica, per mettere mano a questa situazione. Anche se esistono segnali positivi in questo senso, non so se ci sarà il coraggio di proseguire abbastanza in profondità con misure che potrebbero, in un primo momento, far perdere consensi, e addirittura destabilizzare le direttive economiche attuali.

CC: Come è cambiata la sua vita con questo libro? Lei personalmente ha paura? Cosa pensa di Umberto Eco, che l’ha difesa e l’ha comparata a personaggi come i giudici Paolo Borsellino e Giovanno Falcone?
RS: Da quando ho ricevuto minacce dai clan sono entrato nel programma di protezione nelle 24 ore giornaliere del governo. Giro scortato da tre carabinieri, e viaggio solo in auto blindate. E’ chiaro che la mia vita è cambiata totalmente, visto che ho perso la possibilità di muovermi liberamente e condurre la cosiddetta vita normale. Non ho mai avuto paura, ma questo condizionamento è stato molto pesante, soprattutto all’inizio. Sono grato a Umberto Eco e a tutti coloro che mi hanno manifestato solidarietà, tra i quali molti giovani, gente comune, lettori di Gomorra. La comparazione con Falcone e Borsellino mi lusinga, anche se spero, facendo gli scongiuri, di non meritarla fino alla fine. Oltre a questo paragone, ciò che è incredibile, è che in questo paese democratico, membro fondatore dell’Unione Europea, molte persone, in maggioranza sconosciute all’opinione pubblica, fra loro giudici, poliziotti, giornalisti, ciattadini comuni, e addirittura uno scrittore come me, devono vivere sotto costante minaccia perchè tentano di contrastare il potere delle mafie.

CC: Cosa è cambiato dopo il suo libro, non nella sua vita, ma nel territorio che ha descritto? Insomma, il suo romanzo è servito a qualcosa?
RS: Nel territorio che ho descritto, come si può vedere dall’emergenza rifiuti di cui abbiamo parlato, poco è cambiato fino ad ora. Un libro, anche se ha un enorme successo come il mio, non può da solo produrre un cambiamento. Ciò che ho fatto è stato portare molte persone a conoscere una realtà che non era conosciuta, o che non lo era in maniera strutturale. Sensibilizzarle e svegliare un interesse per temi che la stampa nazionale ignorava. Si è prodotta una maggior attenzione e un aumento delle informazioni che possono essere trovate con facilità. Si è dimostrata anche la falsità del luogo comune meridionale secondo cui quelle erano tematiche che, fuori dal territorio, non interessavano nessuno. E che pertanto non sarebbero mai state ascoltate. In questo senso, Gomorra ha rotto un silenzio che è stata la copertura necessaria per far funzionare gli interessi dei clan. E tutto ciò mi sembra una cosa grandiosa.

[Articolo originale di Maria Zuppello]

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