Gli immigrati cinesi in Italia non danno vita ad una normale Chinatown

Chicago Tribune

PRATO, Italia – Nel cuore del paese della moda “Made in Italy” la Cina si è ritagliata un suo spazio.

Insegne in cinese sono appese a balconi in ferro battuto in questa città della Toscana. Ravioli caldi e pesce fritto – proveniente dalla Cina – vengono serviti nei caffè. Uomini e donne cinesi, con il visto visti da turista in tasca, affollano gli angoli delle strade nel centro della città in cerca di lavoro. Nessuno di loro parla italiano.

Dozzine di cinesi si accalcano davanti a un muro tappezzato di biglietti, tutti scritti in cinese. Le offerte di lavoro sono molte e, per gli standard italiani, brutali a condizioni proibitive. Le cucitrici possono guadagnare fino a 90 centesimi di euro a vestito se lavorano per tutta la notte in piccoli laboratori. Un uomo può guadagnare fino a 500 euro al mese se lavora per tutto il tempo in cui non dorme.

La trasformazione di Prato, appena fuori Firenze, segna un importante capitolo nel fenomeno dell’immigrazione in Europa. Questa città è diventata l’ultimo il nuovo ingresso per le ambizioni cinesi.

Come in qualche periferia, sobborgo e piccolo paese degli Stati Uniti dove messicani e altri immigrati si riuniscono in cerca di lavoro, Prato è un posto in cui due comunità culturalmente differenti possono vivere fianco a fianco senza conoscersi veramente.

“In tutti i miei viaggi non avevo mai visto niente del genere” afferma Roberto Ye, cittadino italiano, figlio di immigrati cinesi, che ha aperto un ufficio della Western Union nel cuore di Prato. “Mi sono detto: non è come essere nella Chinatown di Chicago o in quella di New York o di qualsiasi altro posto. È come essere in Cina. Sono i bianchi i veri stranieri qui.

Per comprendere l’impatto basta seguire il flusso di denaro. Quest’anno gli immigrati cinesi in Italia hanno spedito a casa l’esorbitante cifra di 1,68 miliardi di euro, buona parte parte dei 6 miliardi di euro di rimesse registrati dal governo italiano.

“Devi dimenticarti di tutto quello che hai imparato sull’immigrazione quando vieni a Prato. Dimenticati dei modelli tipici. L’Europa si è trasformata in un mercato globale e i cinesi che arrivano stanno cercando di approfittarne” dice Andrea Frattani, assessore alla multiculturalità di Prato. Frattani sorveglia l’andamento dell’immigrazione dal 2002 e, da allora, lui stesso dice che l’Italia ha visto un preoccupante aumento dello sfruttamento del lavoro cinese. Prato è stata testimone di un’eccezionale ondata.

In questa città di 180.000 abitanti sono circa 30.000 gli immigrati cinesi regolari. Si pensa che vivano qui altri 30.000 immigrati clandestini. Molti cinesi lavorano in piccole fabbriche nascoste fino a 14 ore al giorno. Se ne stanno per conto loro, pagano tutto in contanti e vedono il lavoro come una missione, dice Frattani.

Prato è il centro del Pronto moda – un settore manifatturiero che produce vestiti a basso prezzo travolto sopraffatto da lavoratori e imprenditori cinesi. Funzionari del governo stimano che 5.500 laboratori tessili e fabbriche della zona che sono state per lungo tempo la spina dorsale della piccola impresa italiana ora sono di proprietà cinese.

Magazzini di grandi dimensioni fiancheggiano la strada che porta al centro storico di Prato. Un magazzino – mostrato a un corrispondente del Tribune a condizione che non ne venisse rivelato il nome – ha aperto la porta su un altro continente.

All’interno di un ampio magazzino che contiene pantaloni di cotone, gonne e camicette, una cucitrice cinese lavorava con una macchina da cucire Juki, di fabbricazione giapponese. Accanto a lei un cinese troneggiava sopra a diversi strati di pesante stoffa jersey con delle grosse forbici elettriche. Ad ogni ronzio creava maniche, gambe di pantaloni e corpetti per uomini cinesi che aspettavano a braccia aperte.

Portavano i pezzi verso una Fiat rossa, che aspettava col bagagliaio aperto e il motore acceso. Subito un’ autista cinese si allontanava con la macchina carica. Sarebbe ritornata qualche ora più tardi con vestiti cuciti da donne rinchiuse in case vicine. La visita è stata una vera istantanea dell’etica di lavoro dei cinesi. Ma ci sono scene più tetre.

Negli anni passati la polizia ha fatto irruzione in centinaia di laboratori affollati, dove i cinesi vivono, lavorano e dormono. La paga che ricevono è molto al di sotto di una paga ordinaria eppure producono articoli che, secondo quanto si dice, vengono venduti perfino nei negozi degli stilisti.

Alcuni adducono scuse per aver violato le norme sul lavoro. I lavoratori trovano in Italia condizioni migliori di quelle che si trovano in Cina, affermano. Ma le forze dell’ordine sostengono che gli imprenditori sia italiani che cinesi sfruttano i più deboli. Gli italiani subappaltano agli uomini d’affari cinesi per nascondere pratiche sospette. I padroni cinesi comandano su persone che vogliono disperatamente un lavoro.

Le autorità sono preoccupate per possibili pericoli. Le organizzazioni criminali possono sfruttare gli stranieri che non conoscono la lingua – e l’Italia è un paese in cui la mafia è già presente.

L’integrazione tra italiani e cinesi è pressoché inesistente, le scuole sono uno dei pochi luoghi in cui i giovani di entrambe le culture vengono a contatto. “Le imprese cinesi esistono in Italia ma non sono parte dell’Italia. C’è stata l’immigrazione ma non l’integrazione” ha detto Daniele Cologna, sociologo dell’Agenzia di ricerca Codici a Milano.

Possono sorgere delle tensioni. A Milano, che ospita generazioni di cinesi, lo scorso anno ci sono stati dei disordini dopo che la polizia ha sanzionato alcuni commercianti cinesi che avevano tentato di trasformare via Sarpi, una via conosciuta per i negozi di scarpe, in un centro di vendite all’ingrosso con consegne non stop. Alla fine la città ha limitato le consegne a 2 ore al giorno.

Dongke Mo, che è a capo dell’associazione italo-cinese di Prato, ha detto che il suo ufficio è un rifugio per i lavoratori cinesi. Lottano con dure richieste lavorative, dice, e devono affrontare ripetute irruzioni della guardia di finanza italiana. “In America integrate gli immigrati. In Italia i cinesi sono visti come manodopera da sfruttare” ha affermato Mo.

L’assessore alla multiculturalità sostiene che la velocità e le dimensioni del flusso migratorio hanno cambiato per sempre i mercati italiani. I cinesi che sono arrivati in Toscana adesso si stanno spostando nella vicina regione delle Marche specializzata nel commercio della pelle.

“Pensiamo che l’immigrazione avvenga per volontà del governo cinese” afferma Frattani. “In quale altro modo si può spiegare quello che sta succedendo qui? Guardate le targhe dei compratori in quei magazzini: Germania, Turchia, Svezia…”. “I cinesi lo sanno: la chiave di tutto è la distribuzione…Questo è il modo per distribuire in tutta Europa.”

Nel dicembre del 2007 un canale dell’emittente nazionale ha mandato in onda il documentario “Schiavi del Lusso” che ha collegato diverse marche italiane di lusso al sottopagato e spesso illegale lavoro cinese. Prada e Ferragamo, citate nel servizio, hanno messo fine ai subappalti quando sono state avvertite del problema.

A Prato, a Milano e nelle Marche tali rivelazioni hanno provocato sorrisi e alzate di spalle. Il programma ha rivelato agli uomini d’affari italiani e cinesi quello che già sapevano. I lavoratori cinesi tengono a galla il “Made in Italy”.

“Nelle fabbriche ufficiali tutti hanno il proprio spazio e lavorano per un numero stabilito di ore. Beh, se segui queste regole i costi ti tagliano fuori dal mercato” dice Luigi Sun, proprietario di Uniontrade, importatore di cibo cinese e giapponese con sede a Milano e una figura rispettata nella comunità cinese più vecchia. “Se lavori nel settore dell’abbigliamento qui – non importa chi sei – prima o poi avrai a che fare con i cinesi” dice. “Prato è solo un esempio straordinario”.

[Articolo originale " Text size: increase text sizedecrease text size Chinese immigrants to Italy build no ordinary Chinatown" di Christine Spolar]

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Traduzione di:
Alessandro
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