Dov’è Raffaello quando l’Italia ha bisogno di un’autorità culturale?

[International Herald Tribune]

Roma: “Siamo molto, molto, ma molto vecchi” afferma Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, quando una mattina di qualche giorno gli è stato chiesto se l’Italia, piuttosto che continuare a cambiare le poltrone della politica culturale, riuscirà mai un giorno a pensare ad una vera riforma.

Il problema è sorto dopo che il ministro della cultura del governo Berlusconi, Sandro Bondi, aveva sollevato un polverone proponendo qualche giorno fa di mettere una sola persona a capo dell’amministrazione dei 4000 musei del Paese e del loro patrimonio culturale. La persona proposta per l’incarico è Mario Resca, uomo d’affari che precendentemente gestiva la filiale italiana di McDonald’s, amico, come tutti hanno prontamente osservato, di Berlusconi.

Il piano è stato poi drasticamente modificato di fronte alla forte opposizione dell’establishment italiano dell’arte, di cui fa parte anche Paolucci, il quale ha chiarito di essere amico di Resca. Niente di personale, ha dichiarato. Tuttavia, quando papa Leone X, nel 1515, cercava qualcuno che si prendesse cura delle collezioni del Vaticano, scelse un artista, Raffaello.

Paolucci ha poi volto lo sguardo fuori dalla finestra del suo ufficio, che inquadra perfettamente l’antica Basilica di San Pietro. “è tutto”, ha detto. Trionfante, come se non ci fosse null’altro da aggiungere, è rimasto in silenzio.

Dopo tutto, questa è l’Italia. Tutti qui sono convinti che cambiare sia necessario. Ma poi sospirano, perché è anche impossibile. Cambiare completamente almeno. O Raffaello o niente.

Una mezza dozzina di rimpasti all’interno del Ministero della Cultura nel corso dell’ultimo decennio non ha prodotto granché, se non il rimescolamento degli oneri di una burocrazia scricchiolante e sulla difensiva. Il Paese è paralizzato dalle contraddizioni. Gli italiani dicono d’identificarsi profondamente con il proprio patrimonio culturale, ma in realtà non frequentano molto i musei.

Parlano di un’eredità artistica italiana collettiva, ma rimangono, nel profondo dei loro cuori, fortemente divisi da antiche differenze regionali mai completamente rimarginate dopo l’unificazione avvenuta un secolo e mezzo fa, differenze che spezzano le politiche culturali.

Perciò la proposta di un super-amministratore fatta dal governo Berlusconi doveva in teoria superare decenni di lungaggini burocratiche, introdurre il fresco punto di vista esterno e, in tempi di ristrettezze, trovare nuovi modi per aumentare gli incassi provenienti dall’ineguagliabile e immenso patrimonio artistico del Paese, soprattutto in vista del fatto che le risorse del ministero verranno ridotte più del 30% nei prossimi tre anni.

Ma gli oppositori, e non hanno tutti i torti, hanno sottolineato che la cultura ha bisogno di esperienza, non di qualcuno che vendeva hamburger, per quanto Resca sia un uomo ammirato e di successo. Questa scelta ridicola tra il dover lasciare tutto così com’è o ingaggiare il tizio che gestiva i McDonald’s era in qualche modo tipicamente italiana. In un paese in cui si pensa che ogni mossa a favore del cambiamento abbia qualche ragione politica nascosta, i detrattori sospettavano che l’idea di un supermanager fosse una manovra per setacciare i magazzini dello Stato e spalancare le porte ai ricchi amici del premier che vogliono vendere illegalmente all’estero i tesori d’arte italiani. In breve, americanizzare il sistema.

E forse, in parte, lo era. Ma gli italiani, le cui politiche per i beni culturali risalgono al Cinquecento, hanno una filosofia molto diversa per quel che riguarda le proprie cose. Dichiarano che il loro patrimonio culturale non consiste solo degli oggetti dell’antica Roma e dei quadri del Caravaggio, ma anche ogni di singolo edificio, opera d’arte o pezzo d’arredamento che abbia più di 50 anni.

Proprio così. Qualsiasi cosa sopra i 50 (per quanto riguarda l’arte invece, gli artisti devono essere deceduti) entra nell’ambito delle leggi sul patrimonio che richiedono agli italiani di dichiarare i beni che posseggono se hanno l’intenzione d’esportarli. Questo vuol dire che molti preferiscono tacere su quello che hanno, e conseguentemente se si tratta d’arte, questa non circola. Qualunque cosa si trovi sotto terra appartiene automaticamente allo Stato, perfino se la terra in questione è il giardino di casa.

Bei principi, in teoria: valori collettivi, eredità condivisa, l’integrità culturale al di sopra dell’economia.

In pratica, in un paese che vede l’evasione fiscale raggiungere i 280 miliardi d’euro, circa 401 miliardi di dollari -un riflesso, fra le altre cose, dei dubbi e della mancata identificazione degli italiani col proprio Stato- il sistema dipende da un ministero sempre più vetusto e perennemente sottofinanziato. E’ praticamente ingestibile. Promuove la disonestà ed i commerci illeciti; scoraggia l’innovazione e l’apertura verso l’esterno. E’ un sistema che enfatizza la conservazione, a volte erroneamente.

I musei italiani hanno accettato di restare aperti anche dopo le due del pomeriggio soltanto 15 anni fa. Un’amica romana è rimasta sconvolta la scorsa settimana quando ha ricevuto un volantino dal Palazzo Massimo, facente parte del Museo Nazionale di Roma, invintandola a “Scoprire il Massimo”. I musei in America inviano queste promozioni di continuo, ma ciò non avviene in Italia.

Negli Usa gli sgravi fiscali incoraggiano i contributi dei privati alle istituzioni pubbliche. L’Italia ha appena cominciato a impostare un sistema di sgravi fiscali limitati, ma le condizioni per accedervi sono così complesse che la maggioranza degli italiani non le conosce oppure le trova incomprensibili. Il contrabbando d’oggetti d’arte e di antichità fuori dal Paese è un problema costante.

L’economista Michele Trimarchi ha scosso la testa disgustato. “Abbiamo un establishment culturale piccolo ma molto rumoroso, con il culto dell’auto-protezione”, ha dichiarato. “La maggior parte degli italiani non sono interessati alla cultura. Per niente.

“Negli Stati Uniti ci sono dei musei e delle compagnie di canto lirico che non fanno pagare il biglietto ai più giovani, cercando così di attirare nuovi spettatori. Promozioni simili qui sarebbero impensabili. I musei in Italia non hanno alcun incentivo per pubblicizzarsi. Non sono finanziariamente indipendenti, ovvero tutto quello che incassano va al governo centrale, quindi le entrate non si riflettono sul proprio andamento economico.”

Questo neanche è del tutto vero. Ma è pur sempre parte del problema. “E sì”, ha aggiunto Trimarchi, “non ci rendiamo conto che la conservazione e la promozione sono due facce della stessa medaglia”. Il che è vero. Alla fine, è un fallimento un po’ strano per un paese che dipende così tanto dalla cultura per attirare i dollari dei turisti, e che è così abile e all’avanguardia in settori commerciali come il design e la moda.

Di ritorno al Vaticano, Paolucci scrolla le spalle: “La cultura è come la nostra famiglia. Di tanto in tanto un politico viene e ci dice di vendere quello che abbiamo in soffitta. Ma gestire i beni culturali da una prospettiva economica non è nel nostro DNA. E’ vero, l’Italia non si prende cura come dovrebbe del proprio patrimonio perché non ha le risorse. Quindi aspettiamo tempi migliori”. Quando viene interrogato su quando questi arriveranno, egli sorride. “Sono ottimista”, afferma. “Trovandomi qui, è mio dovere esserlo”.

[Articolo originale "Where's Raphael, when Italy needs a culture czar? " di Michael Kimmelman]

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