Ciò che ho detto al Papa su come dare forma al nuovo capitalismo

[The Guardian]

Salari decenti, dignità del lavoro, nessun profitto senza morale – quando si parla di riformare l’instabile economia di mercato, la Chiesa Cattolica è la guida laddove il New Labour (partito neo-laburista britannico, N.d.T.) teme di avventurarsi. Ieri, Will Hutton ha partecipato ad una straordinaria discussione in Vaticano.

Per avere più di 80 anni, Papa Benedetto XVI cammina inaspettatamente veloce, dirigendosi di corsa verso la Sala Clementina ieri a mezzogiorno, come se fosse determinato a dimostrare, a coloro in attesa, che stava cercando di rimediare al ritardo. Poi ha preso posto al trono papale nello splendore della cappella, per ascoltare i protagonisti della straordinaria conferenza vaticana su capitale sociale e sviluppo umano, i quali hanno brevemente riconfermato il loro appoggio alla chiesa nel tentativo di affermare una dottrina sociale di matrice cattolica.

Mentre gli altri parlavano, lui osservava il resto dei presenti, un raduno dei più ricchi ed influenti affaristi cattolici al mondo, uomini e donne, assieme a qualche cardinale, arcivescovo e ”uomini e donne di buona volontà”. Non doveva essere un dibattito o una conversazione; questo era già avvenuto il giorno prima. Piuttosto, è stata un’occasione per tenere un discorso di incoraggiamento, preparato con grande attenzione, in favore della Fondazione Centesimus Annus-Pro Pontifice – fondata dal suo predecessore Giovanni Paolo II come incentivo alla politica sociale cattolica – per riflettere su come la chiesa dovrebbe reagire e tentare di rimodellare il velocissimo capitalismo di oggi, i suoi instabili e potenti mercati finanziari accompagnati da ineguaglianze sempre maggiori, e infine, per ascoltare la nostra opinione sulle grandi questioni da lui affrontate. Il Papa sta attualmente lavorando ad una nuova enciclica sul capitalismo e sulla società che sarà pubblicata entro la fine dell’anno, e questo fine settimana doveva servire a dargli qualche asso nella manica in più.

Stalin era famoso per non stimare il Papa, pretendendo di sapere quante armate fossero sotto il suo comando. Ma il cattolicesimo è sopravvissuto sia al comunismo che al socialismo. E sebbene i critici della Chiesa Cattolica sottolineino giustamente il paradosso tra la sua esaltazione della povertà ed il suo amore per la bella vita e l’arte raffinata, insieme con la sua straordinaria capacità di essere tanto abile quanto qualsiasi politico laico nel perseguimento dei suoi obiettivi, si avverte, ciò nonostante, un’integrità, un fascino ed una spiritualità riguardo alla sua missione che anche un agnostico non cattolico come me è costretto ad ammettere. E dopo esser sopravvissuto ed essersi consolidato per così tanto tempo in molti paesi, il cattolicesimo si ritrova e essere vera e propria istituzione mondiale, con la capacità di far sì che i suoi valori siano sentiti ed ascoltati su scala globale; quello che una religione di successo deve essere in un’epoca di globalizzazione.

Sono stato invitato in Vaticano come uno di quegli “uomini e donne di buona volontà” per dire la mia opinione su quanto sta accadendo nel capitalismo contemporaneo, e su cosa si può fare per evitare che diventi distruttivo, iniquo ed instabile come lo era 100 anni fa.

Il “Centennius’” nel titolo della Fondazione si riferisce al centenario della prima grande enciclica papale sul capitalismo, promulgata da Papa Leone XIII nel 1891. “Rerum Novarum” (Sulle Cose Nuove) è stata la risposta della chiesa di allora alla lotta di classe tra il capitalismo e la classe operaia che minacciava di sfociare in rivoluzione e nel comunismo mondiale, come la Rivoluzione Russa nel 1917 sembrò poi annunziare. Propostosi come pacificatore, Leone XIII ha riconosciuto la validità delle rivendicazioni di una classe operaia sempre più militante per una migliore retribuzione, migliori condizioni e dignità sul lavoro. Il capitalismo poteva e doveva sopravvivere solo se la classe capitalista avesse abbandonato la guerra contro la classe operaia, aveva avvertito, e doveva invece organizzarsi come un sistema morale, accettando il fatto che trasformare il lavoro in alienazione non era nell’interesse né dei capitalisti né dei lavoratori.

Per Leone XIII, il capitalismo doveva comprendere che “la vita dell’uomo si costruisce attraverso il lavoro” e che la ricerca del profitto non era un fine di per sé. Piuttosto era una necessaria, ma insufficiente, condizione in uno sforzo umano più ampio, uno sviluppo inteso come bene comune, dove ogni uomo e ogni donna avrebbe potuto realizzare il proprio potenziale – e qui entra in gioco la religione – di cui Dio li ha dotati. Un secolo più tardi, la Chiesa Cattolica è di nuovo in stato di allarme per il modo in cui il capitalismo si sta sviluppando. Aziende che sfruttano la manodopera, che schivano i sindacati, con amministratori pagati decine di milioni per poi fallire, mentre le paghe ristagnano per la manodopera non qualificata: alla chiesa non piace quello che vede. Dunque, ecco la prossima l’enciclica.

La chiesa, come il partito dei neo-laburisti britannici, è attenta a non essere né contro il business né anticapitalista. Ma mentre i neo-laburisti non si esprimono, i cattolici sono preparati ad intraprendere la sfida. Vogliono salari dignitosi; maggiore autonomia e dignità sul lavoro; vogliono che i ricchi accettino l’obbligo di promuovere il bene comune; che le imprese riconoscano che c’è una morale nel fare profitto solo se è presente una dichiarata finalità economica – per fabbricare una bella macchina, costruire un aereo sicuro e altro ancora.

Quando la Unilever è nata, ho detto durante il mio intervento alla conferenza, si è impegnata a fare “le migliori cose di ogni giorno per la gente di ogni giorno”, la Boeing a costruire un aereo che volasse più veloce, più sicuro, più lontano, e la Sony si è dedicata all’innovazione continua, e così via. Queste grandi imprese hanno tentato di ricavare dei profitti con lo scopo di fornire un grande obiettivo economico; quel fine è il collante sociale che permette ad un’azienda di stare in piedi e che la spinge nel tempo verso il successo. Se il capitalismo si organizza secondo le linee di un’impresa strettamente privata, interessata solo al potere finanziario, sfuggendo alle tasse per un maggiore guadagno personale e mandando a quel paese concetti quali il bene comune, allora ha perso terreno. Prima o poi ci sarà un contraccolpo, e non si tratta di una strategia vantaggiosa neanche a lungo termine.

Tuttavia, ciò che spaventa la chiesa – e gli uomini e le donne d’affari che finanziano la Fondazione – è che il capitalismo contemporaneo si sta avviando proprio su questa strada. Loro vogliono il capitalismo degli stakeholders (coloro che hanno un interesse nelle attività del capitale coinvolto nello specifico, a tutti i livelli e in tutti i campi sociali, politici ed economici, N.d.T.), che con mia sorpresa Giovanni Paolo II aveva promosso nella sua enciclica nel 1991. La mia posizione, che ho delineato in Vaticano, è che il capitalismo “stakeholder” e le linee politiche e sociali che lo accompagnano sono ancora più importanti in una “economia della conoscenza” in cui gran parte dell’attività economica implica soluzione dei problemi, lavoro di squadra, capacità mentale e utilizzo di abilità e competenze.

Dappertutto nell’avanzato mondo industrializzato, il lavoro nel campo della conoscenza sta acquisendo maggiore importanza (più della metà dei lavoratori svedesi lavorano ormai in questo campo) ed è impossibile ottenere il massimo dai lavoratori specializzati se la relazione con i dirigenti e i proprietari è basata sullo sfruttamento. I lavoratori chiedono rispetto, integrazione e un lavoro che abbia uno scopo, e ciò significa compagnie che abbiano dirigenti e proprietari impegnati e partecipi.

Questo non significa un mondo paradisiaco in cui nessuna compagnia debba mai ristrutturarsi, licenziare personale o prendere decisioni difficili. Ma significa provare a plasmare il capitalismo di modo che operi nell’interesse di sé stesso e della società. Più tardi, in corridoio, sono stato avvicinato da capi d’industria preoccupati del fatto che molti dei loro azionisti avessero scelto di restare anonimi piuttosto che accettare le responsabilità implicite nell’essere proprietari di quote di una particolare compagnia. Si chiedevano se le loro ditte potessero comunque essere organizzate secondo i principi del capitalismo “stakeholder” nel caso in cui subappaltassero e spostassero troppo lavoro da un paese all’altro, e fino a che punto potessero pagare salari decenti e rimanere tuttavia competitivi.

Molti uomini e donne d’affari in Gran Bretagna condividono queste preoccupazioni, ma la nostra conversazione raramente lascia che queste emergano. Qualsiasi uomo politico che osa esprimerle, invece di fare il tifo per la super classe, le rimunerazioni incontrollate e i salari “flessibili”, rischia di essere additato come anti-capitalista.

E’ stato un fine settimana surreale. Cosa ci facevo in mezzo ai bellissimi giardini vaticani, ad un messa mattutina all’aperto a guardare i pappagalli verdi volare sopra la mia testa? Ma ci sono un miliardo di cattolici nel mondo, una forza per il cambiamento non da poco, se si riesce a mobilitare. Gordon Brown preferirebbe perdere un dito piuttosto che discutere questa roba come una dottrina dominante e interconnessa. Noi che siamo gli interessati (”stakeholders”, in originale, N.d.T.), che crediamo nella giustizia sociale e nel lavoro positivo, ci alleiamo con chiunque possiamo trovare. E sono proprio felice che il Papa sia uno di loro.

[Articolo originale di Will Hutton]

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