Migliaia di braccianti rumene sono vittime di orrendi abusi.

Violentate, picchiate e sfruttate: la schiavitù del XXI secolo, ovvero il pilastro dell’agricoltura siciliana.

The Guardian

Migliaia di braccianti rumene sono vittime di orrendi abusi.

Da quasi tre anni Nicoleta Bolos non dorme, distesa su un materasso sudicio in una casupola nella provincia siciliana di Ragusa, in attesa del suono dei passi sulla soglia della porta. Le ore trascorrono, ma lei rimane sempre in allerta, temendo che la porta possa aprirsi scricchiolando, che possa sentire il rumore metallico della pistola posata sul tavolo accanto la sua testa e il peso del datore di lavoro cadere pesantemente sul materasso grigio e sudicio vicino a lei.

Ma più del rumore dei passi dell’agricoltore dietro la porta, è la paura di perdere il lavoro ciò che la preoccupa di più: questo le ha fatto sopportare notti di abusi e di violenze, mentre fuori il marito si ubriacava fino a perdere i sensi.

“ La prima volta è stato mio marito a dirmi che dovevo farlo, che il padrone della serra dove lavoravamo voleva fare sesso con me e che se ci fossimo rifiutati, non ci avrebbe pagato e ci avrebbe mandato via dalla sua proprietà” afferma la donna.

“Credevo fosse diventato matto, ma quando io mi sono rifiutata, lui mi ha picchiata. Ha detto che dovevo fare tutto quello che il padrone ci ordinava di fare, questo era il solo modo per tenersi stretto il lavoro. Quando lui tornò, mi minacciò con un’arma e mi disse che mi avrebbe fatto saltare le cervella. Una volta terminato, è andato via come se nulla fosse”.

La mattina dopo la Bolos era tornata al lavoro e, rannicchiata accanto al marito all’interno della serra dall’aria soffocante, si prendeva cura delle piante e raccoglieva quei frutti che hanno reso l’Italia il primo produttore ed esportatore ortofrutticolo d’Europa, di cui la provincia di Ragusa è il terzo maggiore produttore in Europa.

Nicoleta Bolos continua affermando che durante la sua permanenza nella fattoria ai lavoratori non veniva dato che un alloggio a malapena abitabile, cibo per gatti a cena, ed era loro negata ogni assistenza medica. Di notte lei e le altre lavoratrici rumene divenivano merce di intrattenimento per il proprietario e per i suoi amici che hanno ripetutamente abusato di loro per molti anni.

“Quando sono arrivata credevo che avrei trovato un lavoro duro ma onesto in un altro paese europeo, non che saremmo finite schiave” continua Nicoleta.

5000 donne rumene come Nicoleta Bolos lavorano come stagionali nel settore agricolo, nascoste tra i campi del Ragusano, un territorio costellato di serre dalla plastica bianca sfilacciata e svolazzante. Il trattamento che subiscono rappresenta una scandalosa violazione dei diritti umani perpetrato nella quasi totale impunità.

Le donne: una forza lavoro vulnerabile

L’associazione Proxyma, organizzazione impegnata sul fronte dei diritti dei migranti, calcola che più della metà delle donne rumene impiegate nelle serre sono state costrette a rapporti sessuali con i datori di lavoro, e che quasi tutte lavorerebbero in condizioni di lavoro forzato e di sfruttamento estremo.

La polizia ritiene inoltre che fino a 7500 donne, nella maggioranza rumene, vivano in condizioni di schiavitù nelle fattorie della regione; Guido Volpe, comandante dei Carabinieri, ha dichiarato a The Observer, che Ragusa sarebbe il centro dello sfruttamento nell’isola.

“Queste donne lavorano come schiave nei campi e sappiamo che sono sottoposte a ricatto da parte dei proprietari terrieri e delle serre per intrattenere con loro rapporti di natura sessuale a causa del loro soggiogamento psicologico”, afferma l’ufficiale dei Carabinieri. “Condurre delle indagini e prevenire che tali fatti accadano non è facile, perché sono troppo impaurite per esporsi”.

Molte delle donne rumene lasciano nelle loro terre figli e famiglie e si vedono costrette a fare scelte dolorose; scelte che hanno lasciato profondi solchi di dolore sul volto di Nicoleta Bolos.

“Nella terra da cui provengo, la Moldavia rumena, sono tutti disoccupati” dice Nicoleta Bolos, mentre si prende cura della figlioletta di appena cinque mesi, all’interno del magazzino che nel frattempo è diventata la sua casa in un’altra fattoria della provincia di Ragusa. “Il salario medio è di 200 Euro al mese; qui si può guadagnare di più se si è disposti a soffrire”.

The Observer ha interpellato 10 lavoratrici rumene nelle fattorie di Ragusa, e tutte descrivono in dettaglio una routine fatta di violenza sessuale e sfruttamento, compresi turni di lavoro di dodici ore in una calura soffocante, senz’acqua, con salari non pagati, costrette a vivere in condizioni degradanti e in condizioni igienico-sanitarie precarie in fabbricati isolati. La giornata di lavoro include spesso violenza fisica, la paura delle armi e ricatti con minacce rivolti ai figli e alle famiglie.

Alessandra Sciurba, professoressa dell’Università di Palermo, è co-autrice di uno studio condotto nel 2015 che ha documentato lo sfruttamento cui sono sottoposte in Sicilia le donne di nazionalità rumena, e afferma che oggi le condizioni sarebbero peggiorate.

“Ci raccontano che la loro scelta di emigrare è dettata dal bisogno di assicurare ai propri figli in Romania una vita lontana dalla povertà più totale, ma che ciò comporta il sopportare abusi e condizioni terribili di vita”, continua la docente. “Attraverso le testimonianze delle donne veniamo a conoscenza dell’impossibilità di trovare altro lavoro e che quindi esse si sentono costrette ad accettare tali trattamenti per sostenere le famiglie. Quella che fanno è una scelta consapevole, e ciò che noi testimoniamo altro non è che lavoro forzato e traffico di esseri umani secondo quanto definito dall’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite”.

Il pubblico ministero Valentina Botti segue diversi casi di violenza sessuale e di sfruttamento commessi dai proprietari terrieri ed è sua opinione che gli abusi commessi a danno delle donne rumene sarebbe un “fenomeno di ampie proporzioni”.

“Rapimenti, abusi sessuali e mantenimento delle persone in schiavitù sono tre dei crimini più gravi che abbiamo indagato finora” afferma il pubblico ministero.

“Potenzialmente parliamo di migliaia di cittadine rumene vittime di gravi abusi; pochissime di loro si fanno avanti con il loro bagaglio di storie, molte accettano questa condizione come parte dei sacrifici da affrontare se vogliono tenersi il lavoro. Per molte di loro perderlo avrebbe un effetto devastante”.

Eliza, una donna di 45 anni di origine rumena, racconta a The Observer che sentiva di non avere altra scelta, quando il primo giorno il nuovo datore di lavoro la ha spinta all’interno di un casolare.

“Ho provato a scappare, mi ha detto però senza mezzi termini che se non ci stavo dovevo andarmene” dice la donna. “Da mesi

non lavoravo e mi rendevo conto che se volevo rimanere in Italia dovevo accettare”.

L’elevato aumento di donne rumene che abortiscono in Sicilia è anche un campanello d’allarme tra i medici e le associazioni per i diritti umani: secondo Proxyma il numero di donne rumene rappresenta appena il 4% del totale della popolazione femminile della provincia di Ragusa, con un  tasso di aborti registrati però del 20%.

“Il numero di aborti tra le donne rumene è molto preoccupante” afferma Ausilia Cosentini, coordinatrice del progetto Fari, che fornisce in una clinica assistenza alle lavoratrici rumene, e che molte delle donne che decidono di abortire sono spesso accompagnate dai loro datori di lavoro o da altri uomini di nazionalità italiana. “Se da un lato è difficile concludere che tutte queste gravidanze siano frutto di violenze, è tuttavia molto allarmante l’elevato numero di aborti in rapporto all’esiguo numero di poche migliaia di donne rumene presenti nella provincia”.

In certi casi le condizioni di lavoro sono altamente rischiose; una giovane rumena ci ha raccontato che si è ammalata a causa quando è stata costretta a lavorare con sostanze chimiche per l’agricoltura senza indumenti protettivi: “Ero a contatto con frutta e verdura pieni di pesticidi e questo è mi ha fatto ammalare. Tossivo e non riuscivo a respirare”, dice la donna.

“Ero incinta, ho cominciato a sentirmi male e ho messo al mondo la mia bambina dopo solo cinque mesi di gravidanza. I dottori dicono che mia figlia è nata prematura a causa del lavoro e che forse riporterà dei danni cerebrali a causa dei prodotti chimici”.

Quelle donne che hanno denunciato alle autorità gli abusi spesso non hanno trovato lavoro da nessun’altra parte. “Lavoravo con mio marito nelle serre e il padrone voleva portarmi a letto” afferma Gloria, 48 anni. “Mi sono rifiutata e lui mi ha licenziata. Lo ho denunciato alla polizia ma da allora non ho più trovato un lavoro. Gli altri proprietari lo hanno saputo e non mi vogliono nelle loro aziende”.

Alla fine le sofferenze patite di notte da Nicoleta sono andate oltre le sue forze: è scappata dall’azienda agricola, ha lasciato il marito, ma è rimasta senza impiego ed è impossibilitata a inviare denaro ai suoi due figli in Romania che adesso vivono con lo zio del suo ex-marito e le è negato ogni contatto con loro. Nonostante gli abusi è tornata a lavorare a Ragusa affrontando il viaggio di 50 ore di autobus dalla cittadina rumena di Botosani fino in Sicilia, di nuovo nelle serre.

Le opportunità di lavoro occasionale nell’agricoltura non mancano a Ragusa: negli ultimi anni le esportazioni ortofrutticole dell’Italia sono cresciute, ammontano attualmente a circa 366 milioni di Euro all’anno, e gran parte della produzione proviene dalle circa 5000 aziende agricole sparse nel Ragusano. Da molti anni ormai l’agricoltura italiana poggia sulla manodopera dei migranti, e la Coldiretti stima che nel Mezzogiorno d’Italia circa 120.000 migranti siano impiegati nel comparto agricolo. Dopo anni di accuse pesanti per sfruttamento rivolte ai produttori agricoli che hanno dato come risultato un giro di vite da parte del governo italiano, i produttori agricoli siciliani hanno  cominciato a rivolgere le loro attenzioni ai lavoratori migranti provenienti dai paesi della UE al posto dei migranti irregolari e dei rifugiati che una volta affollavano le serre.

Nel corso degli ultimi dieci anni il numero di donne rumene emigrate in Sicilia è aumentato vertiginosamente: secondo stime ufficiali, nel 2006 erano appena 36 nella provincia di Ragusa; quest’anno il numero tenderebbe ad andare oltre le 5000 unità. I Rumeni hanno soppiantato i Tunisini quale comunità di lavoratori più numerosa nei campi della provincia di Ragusa.

“I proprietari delle serre temono adesso di essere indagati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina se assumono immigrati senza documenti validi” afferma Giuseppe Scifo, leader sindacale della CGIL, il maggiore tra i sindacati italiani. “Nel mirino dello sfruttamento sono adesso i cittadini UE disposti ad accettare paghe basse a causa della situazione disperata nei loro paesi d’origine”.

Gianfranco Cunsolo, presidente della Coldiretti di Ragusa, afferma che non c’è altra scelta che pagare salari bassi.

“Lo sfruttamento dei lavoratori nella provincia di Ragusa è anche una conseguenza delle politiche della UE”, afferma lui e continua “Non voglio giustificare le azioni commesse dagli agricoltori e dai proprietari delle serre che pagano salari bassi ai braccianti migranti, ma queste persone spesso sentono di non avere altra alternativa se vogliono essere competitivi nei confronti degli altri mercati europei”. “Ma non c’è alcuna scusante per i casi violenza sessuali sulle braccianti. Chi commette simili atti deve essere arrestato e messo in galera. Le donne che arrivano per lavorare, sono benvenute qui a Ragusa”. In base alla legge italiana, il corrispettivo in denaro per una giornata di otto ore di lavoro nei campi ammonta a 56 Euro; eppure una volta arrivate in Sicilia le donne rumene fanno i conti con una realtà più brutale.

“Le braccianti rumene sono pagate tre volte meno di quanto previsto dalla legge, e la maggior parte di esse non ha un contratto valido,” dice Giuseppe Scifo. Molte delle donne intervistate da The Observer affermano che raramente hanno ricevuto un compenso superiore ai 20 Euro al giorno; nonostante ciò, pochi sono gli interventi in termini economici o politici posti in essere per porre fine a questi abusi; le forze di polizia affermano di avere decine di casi aperti e di processi in corso, ma finora solo un agricoltore è stato condannato e incarcerato per aver compiuto violenze su donne rumene. “Il fatto è che gli agricoltori non sono persone ricche” dice Scifo, e “se pagassero quanto la legge effettivamente prevede, subirebbero delle perdite talmente ingenti che l’intero comparto agricolo imploderebbe. Questo è il motivo per cui le autorità preferiscono guardare altrove e perché è estremamente difficile riuscire a coinvolgere le persone per fermare questo fenomeno”.

I tentativi di portare la questione all’ordine del giorno dei lavori parlamentari hanno incontrato notevoli difficoltà; nel 2015 la deputata Marisa Nicchi ha rivolto un’interpellanza parlamentare sul tema della schiavitù delle lavoratrici rumene nel distretto ortofrutticolo di Ragusa, e ha chiesto al Presidente del Consiglio italiano di avviare un’indagine. “Sono trascorsi due anni e il governo italiano deve ancora prendere provvedimenti” afferma la deputata dal suo ufficio romano, “Ma noi non molleremo, questo crimine deve finire”. “A Ragusa gli esponenti politici locali affermano di voler fornire assistenza alle braccianti rumene abusate; Giovanni Moscato, eletto recentemente sindaco di Vittoria, cittadina sita ad Ovest nella provincia di Ragusa, ha affermato che lo sfruttamento perdurerebbe a causa dei numerosi intrecci di interessi economici, ma che il comune starebbe aprendo un ostello per ospitare le donne rumene in fuga dai datori di lavoro violenti.

Dal suo ritorno in Italia Nicoleta Bolos ha conosciuto un uomo rumeno da cui ha avuto altri due figli e ha denunciato il precedente datore di lavoro che è stato accusato di sfruttamento del lavoro, ma il suo caso attende deve ancora giungere nelle aule giudiziarie.

Adesso dice di essere stanca di abusi e ha deciso di uscire alla luce del sole e di rendere pubblica la sua storia nel tentativo di ottenere giustizia per sé e per le altre cittadine rumene vittime della rete di sfruttamento e impunità. Stringe a se il bambino e sedendo su una sedia di plastica rotta  indica la sua casa, con le pareti bagnate per via dell’umidità, senza riscaldamento e senza acqua corrente.

“Guardi in che condizioni viviamo…  ma è questa la nostra vita qui. Non perderò di nuovo i miei figli, loro sono la ragione per cui ho sopportato tutto questo, del perché sono diventata una schiava”, dice lei. “È stato per loro se ho fatto entrare quell’uomo nel mio letto. Ma adesso voglio che tutti sappiano quello che accade e che tutto questo deve finire”.

Alcuni nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità.

 

[Articolo originale "Raped, beaten, exploited: the 21st-century slavery propping up Sicilian farming" di Lorenzo Tondo e Annie Kelly]

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Traduzione di:
Francesco Borgesi
Revisione di:
Gaia Restivo