Era il Capodanno alla vigilia del millennio e in qualità di sindaco scrisse in fretta e furia una email alle autorità di Roma chiedendo un’udienza per spiegare la sua iniziativa di connettere a internet la sua città di montagna di 3 mila abitanti.

Internet lancia una corda di salvataggio alle attività familiari di un piccolo paese del sud Italia

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SOVERIA MANNELLI, Calabria – Mario Caligiuri ricorda ancora la notte che può aver cambiato la sorte di Soveria Mannelli.

Era il Capodanno alla vigilia del millennio e in qualità di sindaco scrisse in fretta e furia una email alle autorità di Roma chiedendo un’udienza per spiegare la sua iniziativa di connettere a internet la sua città di montagna di 3 mila abitanti.

Per generazioni Soveria Mannelli era stato un movimentato avamposto situato strategicamente lungo la strada principale che va dal sud di Napoli fino alla punta dell’Italia. Ma dopo che negli anni 70 il governo costruì un’autostrada più vicina alla costa, il traffico venne deviato. Soveria Mannelli fu tagliata fuori.

Caligiuri, come molti altri qui, si rifiutò di andarsene “per un sentimento d’affetto”, dice. Era determinato ad aggirare l’ostacolo logistico dell’isolamento del paese. “Sapevo che le nuove tecnologie creavano sviluppo economico, ma era finita lì”, ricorda Caligiuri, che ora è docente. “Ma fu solo quando il governo mi ricevette a Roma che ho capito che stavo facendo qualcosa di buono”.

Caligiuri, 56 anni, è stato sindaco per cinque mandati consecutivi per oltre 18 anni. E Soveria Mannelli ha canalizzato con successo l’era digitale con la propria cultura lavorativa di lunga data, rivitalizzando le attività familiari e trasformando il paese in un modello di innovazione per il sottosviluppato meridione d’Italia.

Soveria Mannelli ha ora una fiorente casa editrice di medie dimensioni, una fabbrica leader nella produzione di arredamento scolastico e un vecchio lanificio, tutti gestiti da famiglie che sono riuscite a mantenere qui le loro radici adeguando le proprie attività all’era digitale.

La concomitanza tra un’amministrazione cittadina stabile, un sindaco con una visione di futuro e un vibrante spirito d’impresa l’hanno fatta spiccare nella regione. “È un caso da studiare che mostra chiaramente come un’amministrazione stabile e che funziona può aiutare la crescita degli affari, e che una piccola comunità può coltivare una vera cultura imprenditoriale anche nel sud Italia” dice Pier Luigi Sacco, docente di discipline economiche allo IULM di Milano.

Allo stesso tempo, fa notare, pur essendo un luogo così piccolo, Soveria Mannelli ha un’insolita gamma e concentrazione di capacità che fanno il suo successo difficile da replicare da un’altra parte.”Temo sia difficile da esportare in larga scala” aggiunge Sacco. “La polifonia di talenti in un così piccolo Comune sarebbe insolita quasi ovunque nel mondo”.

All’epoca in cui Caligiuri scrisse a Roma, 80 famiglie del paese erano già connesse ad internet e altre 800 pronte a ricevere personal computer finanziati dai fondi regionali dell’Unione Europea. Fu quella espansione che aiutò Florindo Rubbettino, 45 anni, a far fiorire la casa editrice di famiglia a Soveria Mannelli, che suo padre Rosario fondò nel 1972.

“Siamo lontani da Milano e per spedire un libro sul mercato può occorrere un giorno, ma è la nostra sfida e ad oggi non abbiamo mai pensato di andarcene” dice Rubbettino. “La cultura del lavoro e la qualità delle relazioni in un piccolo territorio come questo non hanno prezzo”.

Per ridurre i costi logistici e attenersi al qualità del prodotto, la Casa Editrice Rubbettino ha messo in piedi un ciclo integrato all’interno del suo magazzino di Soveria Mannelli. Più di 80 dipendenti modificano, stampano e confezionano 300 nuovi libri ogni anno per il mercato italiano, generando un giro di circa 8 milioni di euro.

Camillo Sirianni, la terza generazione di un’attività familiare che cominciò nel 1909 come falegnameria meccanizzata, ha anche lui aggirato l’isolamento della sua città natale diventando leader nella manifattura di arredamento scolastico. In un magazzino high-tech alla periferia del paese, l’azienda oggi assembla migliaia di banchi colorati, panchine, armadi e altri accessori in faggio calabrese che vengono spediti in tutto il mondo, dal Regno Unito agli Emirati Arabi Uniti, dall’America Centrale alla Polinesia.

Per molti anni, il peggior ostacolo logistico per l’azienda era la strettezza della strada (che da allora è stata ampliata), costeggiata da alte querce, che portava all’autostrada. “Sicuramente buone strade agevolano gli imprenditori, ma non è l’unica cosa necessaria per lo sviluppo economico” dice Francesco Sirianni, manager per l’export dell’azienda. “Se sei sul web, non importa dove ti trovi oggi”.

L’azienda usa internet fin dal 1996 e ha un sito web dal 1999. A volte succede ancora che, durante una telefonata via Skype, i loro clienti si preoccupino per i tempi di spedizione, ma i Sirianni hanno pensato a tutto.Per le spedizioni vicine si affidano a corrieri che fanno su e giù tra il produttivo nord Italia e i suoi consumatori del sud. Il grande porto vicino, aiuta con le lunghe distanze.

“Col tempo, se il proprietario e i lavoratori non hanno una solida cultura di lavoro, le infrastrutture possono fare poco per la buona riuscita dell’attività” dice Angelo Sirianni, direttore generale dell’azienda.

Quella tradizionale cultura lavorativa è in mostra alla fabbrica più antica di Soveria Mannelli, il Lanificio Leo, chiamato la “macchina della lana”. Fondato nel 1873 fu il primo – e ora l’ultimo – lanificio meccanizzato della Calabria. Impiegava 50 persone fino agli anni 70 quando la politica nazionale di sviluppo del mezzogiorno incoraggiò le produzioni in larga scala o di stato a discapito delle piccole attività. Il lanificio rimase fermo per quasi due decenni fino a che Emilio Salvatore Leo, 41 anni, cominciò a invitare designer internazionali e artisti per residenze estive a Soveria Mannelli.

Con la loro ispirazione, provò a immaginare un futuro per il suo lanificio e nel corso degli anni ha trasformato il lanificio di famiglia in un marchio che produce vestiti e beni per la casa. Il telaio centenario di Leo ora tesse lana proveniente da Australia e Nuova Zelanda, cashmere dal Nepal e cotone dall’Egitto e dal Sud America. Lui lo chiama “start up degli scarti metallici”, riferendosi alle decine di telai diversi che la sua famiglia ha acquistato durante gli anni.

“La questione qui non è la velocità alla quale produciamo” dice, seduto nel suo studio pieno di libri sull’arte della tessitura, design internazionale ed economica. Sofisticati drappi trapezoidali verdi e grigi penzolavano da uncini accanto a lui. “L’Italia non può competere con il tessile a basso costo”. E aggiunge: “Mi sono chiesto come poter usare un telaio centenario per produrre vestiti e la risposta che mi sono dato è nello stesso modo di una stampante 3D. Così ho cominciato a studiare dei progetti per adattare il design dei miei prodotti alla vecchia tecnologia”.

L’attività di Leo è molto più piccola di quella dei suoi amici di Soveria Mannelli, ma ha già vinto dei premi per il design, tenuto dei workshops in tutto il mondo e si appresta ad aprire un negozio online sul suo sito internet.Tuttavia, sogna ancora di tornare a tessere le fila direttamente dalla lana delle pecore e forse ad avere la sua propria pecora calabrese, come i suoi antenati. “La vera sfida è preservare questo posto mantenendo un approccio contemporaneo” dice Leo. “Il passato non deve essere contemplato, ma utilizzato. Questo è quello che stiamo facendo qui”.

 

[Articolo originale "Internet Throws Lifeline to Family Businesses in Small Town in Italy’s South" di GAIA PIANIGIANI]

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Traduzione di:
Andrea TorrenteBrasile Andrea Torrente
Giornalista multimediale e autore del blog Scappo in Brasile, vive in Brasile dal 2009 dove lavora per testate brasiliane e italiane. È traduttore freelance portoghese-italiano. Per contatti: torrente.andrea@gmail.com
Revisione di:
Gaia Restivo