La maggioranza degli italiani sta decisamente peggio rispetto a dieci anni fa; anche chi ha in tasca una laurea e lavora sodo, riesce a stento ad arrivare alla fine del mese.

L’impoverimento del ceto medio italiano

Neue Zürcher Zeitung

La maggioranza degli italiani sta decisamente peggio rispetto a dieci anni fa; anche chi ha in tasca una laurea e lavora sodo, riesce a stento ad arrivare alla fine del mese.

La recente crisi economico-finanziaria ha colpito l’Italia in maniera molto più dirompente che le altre nazioni europee. Povertà e disoccupazione sono schizzate verso l’alto: se prima dell’inizio della crisi del 2007 1,8 milioni di Italiani vivevano al di sotto della soglia della povertà, nel frattempo sono diventati quasi 4,6 milioni, ovvero circa l’otto per cento della popolazione. Il tasso di disoccupazione è salito dal 6,7 per cento del 2008 al 10,9 per cento del 2016. Sono soprattutto diplomati e laureati a non trovare più lavoro; il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 40 per cento, mentre nel 2008 era la metà.

Torno a vivere dai miei

All’inizio degli anni Novanta l’Italia aveva già attraversato una profonda crisi economica: secondo un rapporto della Banca centrale furono soprattutto i ceti più bassi a soffrirne e a ciò fece seguito un aumento delle diseguaglianze sociali. La crisi scoppiata nel 2008 e che tuttora perdura, si è estesa a macchia d’olio e ha portato a un abbassamento della qualità della vita. Non sono soltanto le classi sociali più povere a dover battersi per la sopravvivenza, ma adesso anche il ceto medio, che rappresenta circa tre quarti della popolazione in base ai dati della Banca centrale, subisce le conseguenze molto di più in confronto a dieci anni fa.

Stipendi bassi, alti costi della vita e la pressione fiscale sempre più crescente hanno portato in particolar modo nelle grandi città a un impoverimento della borghesia cittadina benestante. A soffrirne di più sono le ultime generazioni: i giovani italiani guadagnano molto meno rispetto ai genitori, benché siano in media più istruiti e anche quelli che hanno un posto fisso riescono a malapena ad arrivare alla fine del mese.

Se fino al 1989 il reddito pro capite da lavoro era salito in maniera costante, nel corso delle due crisi ha subito un tracollo: nel 2015 si collocava al livello degli anni Settanta. Nel 1989 il reddito netto degli impiegati era di 20.000 Euro, nel 2015 questo si attestava sui 17.000 Euro. Le pensioni medie nello stesso arco di tempo sono raddoppiate, passando dai 7000 ai 13.00 Euro. Anche gli affitti sono fortemente aumentati e ciò ha comportato un aumento del numero di famiglie dipendenti dalle pensioni e dalle case delle generazioni anziane.

Oggi due terzi degli under 34 vive a casa dei genitori, mentre negli anni Ottanti era un quarto; In tutta Europa gli italiani sono presi in giro per essere degli eterni mammoni: soprattutto i giovani rimangono così a lungo a casa perché non possono permettersi neanche una camera in un appartamento condiviso.

Neanche dopo aver abbandonato il nido famigliare e aver messo su famiglia i figli riescono ad essere indipendenti. Secondo uno studio condotto da Pew Research Center il 60 per cento delle famiglie italiane sostiene finanziariamente la propria prole in età adulta. Ciò avviene anche in altri stati dell’Occidente, ma tale fenomeno rimane comunque confinato a situazioni eccezionali. In Italia invece rimane una regola fissa nella vita quotidiana.

Nessun centesimo messo da parte

Fino a tutti gli anni Ottanta gli Italiani erano ancora in condizione di risparmiare e di comprare proprietà immobiliari ma i risparmi rappresentano oggi il sostentamento del ceto medio. I giovani vivono in appartamenti acquistati dalle famiglie in tempi più floridi, tuttavia il sistema è destinato a crollare con la prossima generazione, in quanto meno di un quarto degli Italiani è in grado di mettere da parte risparmi per il futuro, secondo il Pew Research Center. Inoltre ci saranno in futuro molti meno pensionati dal momento che sempre meno sono quelli che hanno un posto fisso.

Ansie per il futuro

Paola Castelli, 61 anni, psicoanalista

Paola Castelli aiuta alcuni dei suoi figli grazie a propri soldi.

“L’Italia è al palo e le condizioni di vita non fanno che peggiorare” afferma Paola Castelli Gattinara di Zubiena. È preoccupata per il suo futuro, ma soprattutto per quello dei figli e dei nipoti. La sessantunenne psicoanalista esercita nel suo studio di Roma, nel quartiere San Lorenzo. Rispetto a tanti altri a lei va ancora bene, afferma a inizio del nostro colloquio, quasi come a volersi scusare. Ha sempre abbastanza lavoro, cosa che di questi tempi è tutt’altro che scontato.

Anche l’ambiente di lavoro di Paola è peggiorato a causa della crisi; molti pazienti hanno una disponibilità di denaro minore e per questo motivo vanno meno alle sedute di terapia o non sono in grado di pagare per intero la parcella. Da anni non aumenta la sua tariffa oraria che è sempre ferma a 80 Euro, alcuni pazienti pagano 30 Euro oppure cura altri clienti gratuitamente.

“Oggi stiamo peggio dei nostri genitori”

Ciò nonostante Paola lavora più di 40 ore a settimana, le sue entrate sono regolari. Mediamente guadagna 4000 Euro al mese, di cui la metà va al fisco. Anche il marito è psicologo e guadagna poco meno di lei. Per gli standard locali possono considerarsi fortunati a disporre di simili entrate. La sua situazione economica è peggiorata nell’ultimo decennio e ciò ovviamente la preoccupa.

La famiglia di Paola rappresenta un caso emblematico per spiegare il declino della classe medio-alta italiana. Discendente di una famiglia nobiliare dell’Italia settentrionale che, benchè non ricca, poteva comunque considerarsi benestante. Paola è cresciuta con cinque fratelli nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta; il padre era agronomo, la madre medico. In casa c’era tutto, erano gli anni del boom economico. “Siamo tutti andati all’università e trovato subito lavoro” racconta Paola, “Ma adesso stiamo molto peggio dei nostri genitori”.

“Io e i miei fratelli non possiamo comunque proprio lamentarci se rapportati alla generazione dei nostri figli” aggiunge l’esile signora romana. Solo uno dei suoi diciassette figli ha trovato un lavoro fisso in Italia. Due sono emigrati all’estero, gli altri sono disoccupati o si barcamenano tra lavori temporanei mal pagati.

Cecilia, una dei figli di Paola, è sposata ed è in attesa del secondo bambino; ha 33 anni e ha studiato storia dell’arte. Quando è rimasta incinta del primo figlio è stata messa alla porta dall’università privata per la quale lavorava. Da allora lavora come guida turistica, mentre il marito è architetto e lavora senza un contratto fisso per uno stipendio da fame. Senza l’aiuto dei genitori non riuscirebbero a farcela.

Matteo ha invece studiato finanza e al momento è senza impiego, e a ventottanni vive ancora a casa dai genitori. Per un periodo ha vissuto con degli amici in un appartamento, ma anche questa soluzione si è rivelata troppo cara. Adesso cerca lavoro all’estero come molti dei suoi giovani connazionali. “Ogni anno emigrano in molti, e non perché lo vogliano, ma perché non hanno altra scelta” dice sfogandosi Paola.

La mancanza di prospettive non la impensierisce soltanto come madre, ma anche come psicologa. Secondo lei molti giovani soffrono di patologie psicologiche collegate alla mancanza di lavoro. A 61 anni desidererebbe lavorare meno, ma non può permetterselo. Da libera professionista non avrà pensione, spiega lei. Inoltre la situazione precaria dei figli le incute parecchio timore. “Non hanno un lavoro sicuro, nessuna pensione, niente di niente. Come potranno farcela da soli? Fintanto che ne sarò in grado li aiuterò”.

Paola e suo marito vivono nell’appartamento di proprietà situato nel quartiere alla moda dei Parioli, appartenuto una volta al nonno. Adesso sta valutando la possibilità di venderlo e di vivere in una dimora più modesta.

Il sogno (infranto) di gioventù.

Marco D’Andrea, 42 anni, avvocato.

Marco D’andrea si considera fortunato: “Io non ho soltanto un lavoro, ma ne ho uno che mi diverte” afferma il quarantaduenne laureato in legge di Napoli che da sette anni lavora nell’area legale di una grande azienda attiva nel gioco d’azzardo. Dopo la laurea ha fatto il praticantato di rito ma dopo non ha trovato che lavori a tempo determinato e all’età di 33 anni si è trasferito a Milano a cercare miglior fortuna.

Fino ad allora aveva abitato a casa dei genitori, quindi il trovarsi nella capitale economica d’Italia gli ha permesso di godere di una libertà sconosciuta prima di allora, e dopo poco alcuni mesi di ricerca ha trovato un impiego presso la sede centrale dell’azienda presso la quale lavora ancora oggi. Ma poco dopo essersi ambientato nella nuova realtà, è stato trasferito nella filiale romana; ciò nonostante il suo motto è: “Chi ha un lavoro deve dire grazie ed essere flessibile”.

Nel frattempo è riuscito ad ambientarsi anche nella capitale e ha fatto carriera, cosa che lo riempie d’orgoglio; nonostante ciò mantiene un profilo basso: “Da bambino i miei genitori mi dicevano sempre: se sarai bravo a scuola, farai strada nella vita”. La realtà è invece molto diversa, sottolinea l’avvocato. Gli anni di duro studio a scuola e all’università gli sono stati utili a trovare un buon lavoro, eppure riesce a permettersi pochissimo.

2900 Euro al mese è lo stipendio lordo di Marco, di cui più di un terzo va in tasse, un altro terzo per l’affitto e il resto in elettricità, gas, telefono, internet e le spese quotidiane. “All’inizio di ogni mese faccio i conti per vedere cosa mi rimane per le altre spese oltre ai costi fissi”, ci confida. “Nella maggior parte dei casi davvero poco”.

Ha un forte interesse per la cultura, eppure ci pensa due volte prima di andare a vedere una mostra o un film e cena fuori al massimo due volte al mese con gli amici. Non possiede auto, al lavoro ci va in scooter e non spende molto in vestiti. A volte riesce anche a mettere da parte un po’ di Euro per le ferie o per delle spese extra; risparmiare sul serio è comunque impossibile.

“A inizio mese mi faccio i conti per vedere cosa posso permettermi”.

Marco abita in un monolocale con cucina separata; gli piacerebbe avere più spazio per invitare a cena anche gli amici, ma un appartamento più grande è fuori discussione. Il suo partner vive a Berlino e guadagna molto di più di lui, e anche con lui si vergogna della sua modesta abitazione. Il suo sogno sarebbe quello di acquistare una casa di proprietà o potersi permettere un appartamento di maggiori dimensioni e di ammobiliarlo secondo il proprio gusto.

Marco riporta i pareri degli economisti secondo i quali la forbice tra ricchi e poveri starebbe diventando sempre più ampia e che in Italia sarebbe proprio la classe media quella a soffrirne maggiormente. “La qualità della vita è di gran lunga inferiore che nel resto d’Europa” afferma. “Gli italiani non possono semplicemente permettersi quel che per un tedesco o per un francese è invece abbastanza scontato”.

Lo stipendio lordo di Marco è cresciuto notevolmente negli ultimi anni grazie ai progressi di carriera, ma parallelamente sono cresciute anche le tasse. Ciò implica che al netto dispone di meno rispetto al passato, e questo lo fa arrabbiare. “Se pago tante tasse, vorrei almeno avere dei servizi di qualità da parte dello Stato” aggiunge lui. Le strade di Roma sono in cattivo stato, i trasporti pubblici pessimi e il sistema sanitario al collasso, continua Marco. “Paghiamo tasse da Francesi e in cambio riceviamo servizi come se fossimo Marocchini!”.

Si aspettava ben altro dalla vita, dice Marco. Niente lussi, ma quanto meno una certa sicurezza e la possibilità di poter fare vacanze senza pensieri, come del resto i suoi genitori avevano fatto in passato. Il padre, impiegato comunale, è riuscito a tirare su quattro figli. “Con mia madre andavamo al mare due mesi, cosa abbastanza comune per il ceto medio. Oggi è inimmaginabile. Mi chiedo come si possa sfamare una famiglia con il mio stipendio”.

L’arte dell’arrangiarsi

Francesca Colesanti, 53 anni, giornalista e insegnante di italiano.

Francesca ha un carattere positivo e coinvolgente, ma gli ultimi hanno lasciato il segno su di lei; in certi momenti la sua vera natura frizzante riesce a farsi largo anche se è per lo più sovrastata dalle preoccupazioni e dalla stanchezza quotidiane. Ogni giorno rappresenta una battaglia per la giornalista 53enne, una battaglia per mantenere in piedi la famiglia. Suo marito, regista televisivo a contratto, da quando la crisi è cominciata di punto in bianco non ha ricevuto più incarichi.

Poco dopo, ad aggiungere ulteriori difficoltà, il suo stipendio è stato tagliato e portato all’80 per cento; Francesca ha provato a lavorare parallelamente per altri media, ma il settore versa in una profonda crisi. Ovunque si tagliano posti di lavoro e Francesca non ha trovato che pochi lavori e pagati molto poco.

Francesca, laureata in scienze politiche e parlando fluentemente francese e tedesco, ha deciso di cercare miglior fortuna come insegnante di lingua italiana per stranieri; attualmente insegna privatamente a degli studenti adulti e tiene anche corsi di recupero in una scuola. Non è facile giostrarsi tra i diversi impegni.

La giornata di lavoro di Francesca va da mattina a sera, e ciò rappresenta per lei un enorme cruccio perché non le consente di avere più tempo per i figli, Pietro di 18 anni ed Elena, di 15. Oltre a ciò è anche frustrante il fatto che quanto guadagna non le permette di affrontare le spese. “Non abbiamo mai avuto problemi di denaro” racconta lei. “Ho sempre lavorato e mi potevo perfino permettere la babysitter e la domestica. Negli ultimi anni abbiamo fatto economie, tagliato tutte quelle spese che non sono strettamente necessarie”.

“Nel nostro ambiente stiamo tutti peggio rispetto a 10 anni fa”.

Sono tre anni che la famiglia non fa più vacanze; entrambi i figli, che nel frattempo frequentano la scuola superiore, hanno dovuto rinunciare alle attività sportive e al campeggio estivo. Francesca ha messo da parte la motocicletta e si reca al lavoro in biciletta, al ristorante ci va al massimo una volta ogni due mesi e raramente invita gli amici a casa.

La famiglia da cui proviene Francesca è relativamente benestante; il padre, giudice, ha lasciato in erefità un appartamento a ciascuno dei cinque figli. Francesca abita ancora oggi nella casa dove è cresciuta, un ampio appartamento d’epoca del quartiere Nomentano; alla morte dei genitori ha ereditato l’appartamento che necessitava di una urgente ristrutturazione.

La coppia ha acceso un mutuo che sta ancora pagando. “Chiaro che non pagare l’affitto sia un vantaggio”, dice lei. “ma in Italia le tasse sulla casa sono purtroppo molto alte. A questo si aggiungono le spese condominiali e tutta una serie di altri costi extra”.

Il suo stipendio ridotto è di 1800 Euro al mese, cui si sommano un paio di centinaia di Euro grazie alle lezioni di italiano. Le rate del mutuo sono di 700 Euro al mese, i costi fissi per l’appartamento, 600; non rimane molto per il cibo e le spese per la vita quotidiana.

“Non abbiamo più soldi” dice Francesca. “Tutti i nostri risparmi sono terminati” ammette con tono rassegnato. “Ci consola il fatto che non siamo i soli” dice la 53enne romana. “Tutti nella nostra cerchi di amici stanno vivendo delle difficoltà. “Nel nostro ambiente stiamo tutti peggio rispetto a 10 anni fa. Tutti hanno in famiglia qualcuno che ha perso il lavoro o non lo trova e ha bisogno di aiuto”.

Francesca non avrebbe più voglia di continuare se non vedesse un barlume di luce alla fine del tunnel; al termine di quest’anno il marito andrà in pensione a 64 anni. Maurizio ha sempre versato i contributi previdenziali e avrà una pensione che per i parametri italiani non è male. Nel 2018 avranno finalmente terminato di pagare il mutuo. “Solo allora potremo tornare a respirare. Sarà sempre una situazione dura, ma almeno non impossibile”.

[Articolo originale "Italiens Mittelstand verarmt" di Andrea Spalinger]

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Traduzione di:
Francesco Borgesi
Revisione di:
Gaia Restivo