Un simbolo della vecchia Milano, con il suo crollo dell'industrializzazione e il sottobosco malavitoso, oggi è parlato da appena il 2% della popolazione.

L’amato dialetto di Milano in pericolo

The Economist

Un simbolo della vecchia Milano, con il suo crollo dell’industrializzazione e il sottobosco malavitoso, oggi è parlato da appena il 2% della popolazione.

L’Expo 2015, svoltosi a Milano, è stato un successo inaspettato. Ha mostrato una città elegante, sicura di se, architettura alla moda e design eco-friendly. Come sono cambiate le cose. Negli anni 60, Milano era un luogo sporco ed elettrizzante. Le fabbriche soffocavano le strade e la microcriminalità era diffusa. Milano era anche diversa dal punto di vista linguistico. I cantanti cantavano ad alta voce canzoni folk in milanese, il caratteristico dialetto della città. Oggi questa tradizione è tutt’altro che morta. Ma ricordarla evoca un’altra Milano, in via di modernizzazione.

Durante gli anni 60 e 70, la musica folk milanese era molto popolare. Dagli storici locali come il Derby, cantanti come Enzo Jannacci e Nanni Svampa componevano o reinterpretavano decine di canzoni che raccontavano tutti gli aspetti della vita milanese. Alcuni gruppi, come I Gufi, era così famosi da andare in televisione. Questi menestrelli avevano molto materiale su cui lavorare. Il “miracolo economico” del dopoguerra stava capovolgendo la società milanese. Centinaia di migliaia di meridionali poveri erano migrati al nord per lavorare nelle fabbriche milanesi. Quartieri popolari sorgevano per ospitarli. Tensioni di classe erano comuni: una periferia industrializzata era conosciuta come la Stalingrado d’Italia. In una canzone, Svampa sottolinea che non smetterà mai di provare invidia per quelli che possono permettersi di “sposarsi per amore”.   

Non c’è da sorprendersi che alcuni si diedero alla malavita. Jannacci (morto nel 2013) e Svampa cantarono a lungo della mala, l’oggi scomparso sottobosco criminale milanese. Amici vengono traditi e vite sprecate, tutto a causa di un risotto e di una caraffa di vino. In una commovente canzone, il protagonista – ora in carcere – riflette sul fatto che ciascuno ha “tre cose in fondo al cuore: la gioventù, la mamma e il primo amore”. Ora che la gioventù è andata e la madre morta, il narratore conclude che si trova “intrappolato come un pirla [in italiano nel testo, Ndt] nel suo primo amore”. Questo secco cinismo è tipico del genere. Svampa ne faceva uso in maniera più elegante quando delicatamente scimmiottava le peculiarità della vita milanese del Dopoguerra. Una canzone infilzava le pretese delle donne della classe media che si ritrovavano a bere il tè. Un’altra descrive l’emozione di una famiglia che va in vacanza in macchina. La Fiat 500, come la Morris Minor in Gran Bretagna, permise agli italiani di esplorare il proprio paese in maniera indipendente per la prima volta.  

Se queste canzoni sono un registro storico affascinante di una città che cambia, lo sono anche dal punto di vista linguistico. Svampa e i suoi colleghi cantavano nel dialetto nasale di Milano. Il suo vocabolario misto ci ricorda come in epoca non lontana l’Italia fosse un guazzabuglio di stati indipendenti collegati a diversi paesi vicini. Parole francesi come coeur (cuore) e oeuf (uovo) sono solo due esempi. In effetti, la predominanza di suoni francesi come oeu e ch fanno assomigliare il milanese più al parigino che all’italiano. La sua peculiare negazione, usare minga al posto di non, è un altro tratto distintivo del milanese dall’italiano comune.

Infatti, il milanese è difficile da capire per qualcuno di Napoli o Roma. Una canzone classica, “El ridicol matrimoni”, fa la lista dell’enorme quantità di cibo che una sposa mangia la sera prima del suo matrimonio.

Trii padéj de risòtt giald

quatter mastèj de lasàgn cald

ses cavagn fra uga e pêr

e quatter navasc de caffè ner.

[in dialetto milanese nel testo, ndT]

A confronto con questo, quasi tutte le parole sono scritte e pronunciate in maniera diversa in italiano:

Tre padelle di risotto gallo

quattro mastelli di lasagna calda

sei cesti di uva e pere

e quattro fiaschi di caffè nero.

[in italiano nel testo, ndT]

Oggigiorno, vocaboli come navasc stanno scomparendo. Solo il 2% dei milanesi parlano ancora il dialetto in maniera fluente. Ironicamente, gli sconvolgimenti del “miracolo economico” – che ha fornito così tanta ispirazione a Svampa e Jannacci – ha alla fine condannato il dialetto. Ora che Milano è una città profondamente multiculturale, con immigrati da tutta Italia e non solo, ha un senso parlare solo italiano. “Ci sono persone nate a Milano, ma che forse non si sentono milanesi perché i loro genitori vengono dalla Puglia o dalla Campania” dice Edoardo Bossi, insegnante di dialetto milanese. Questo è in contrasto con regioni d’Italia che hanno attratto meno persone di fuori e dove il dialetto è ancora dominante: il siciliano per esempio è parlato da 4 milioni e 700 mila persone nel sud Italia. Inoltre, i giovani sono timidi quando devono parlare milanese. La burbera reputazione del dialetto non aiuta. Secondo Bossi, “quando parli milanese in pubblico, le persone ti guardano come se fossi un maleducato”.

Tuttavia ci sono alcuni tentativi di salvarlo. A settembre, la città ha organizzato il primo “Giorno del Dialetto” in cui gli abitanti era incoraggiati a ordinare un caffè e a parlare con gli amici in dialetto. I Legnanesi, una compagnia teatrale che si esibisce in milanese, è ancora popolare. E mentre Nanni Svampa forse è passato di moda, gruppi come Ul Mik Longobardeath sono emersi cantando in milanese con gusto – anche se hanno sostituito i delicati accordi di chitarra con il trash metal.

Anche se il milanese non è più diffuso come dialetto parlato, la sua influenza permea ancora la vita milanese. O mia bella Madunina, una canzone che celebra la statua d’oro della Vergine Maria in cima al Duomo, è ancora l’inno non ufficiale di Milano. E nonostante Svampa e Jannacci cantassero le oscene vite dei milanesi comuni, le loro tematiche saranno sempre rilevanti. Gli italiani si dispereranno sempre con i burocrati incompetenti. Il vecchio milanese fisserà sempre le belle ragazze – e le ragazze sempre si gireranno per dargli in cambio del pirla.

[Articolo originale "Milan’s beloved but endangered dialect" di The Economist]

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Traduzione di:
Andrea TorrenteBrasile Andrea Torrente
Giornalista multimediale e autore del blog Scappo in Brasile, vive in Brasile dal 2009 dove lavora per testate brasiliane e italiane. È traduttore freelance portoghese-italiano. Per contatti: torrente.andrea@gmail.com
Revisione di:
Gaia Restivo