State in guardia: l’ex presidente del Consiglio italiano ha promesso il mondo e ha disprezzato la verità – ed è diventato il leader più longevo del suo Paese.

Abbiamo già visto Donald Trump – il suo nome era Silvio Berlusconi

The Guardian

State in guardia: l’ex presidente del Consiglio italiano ha promesso il mondo e ha disprezzato la verità – ed è diventato il leader più longevo del suo Paese.

Continuano a dirci che il fenomeno Donald Trump significa che siamo entrati nell’era della politica post-fattuale. In realtà, a mio avviso, la politica post-fattuale ha sporcato la democrazia da diverso tempo. Ventidue anni fa un affarista di successo inviò un nastro VHS ai canali di informazione televisiva italiani. Il nastro lo presentava seduto in un (falso) ufficio. Leggeva una dichiarazione già pronta da un gobbo.

Il suo nome era Silvio Berlusconi, e stava annunciando la sua – letterale – “discesa in campo”. La prima reazione fu di derisione. I politici dell’opposizione vedevano il suo progetto politico come una barzelletta (la formazione di un “movimento” chiamato Forza Italia a pochi mesi da una cruciale tornata elettorale nazionale).

C’era chi diceva che davanti alla telecamera fosse stata messa una calza da donna per ammorbidire il volto di Berlusconi. Ma Forza Italia divenne presto il più grande partito. Nella cittadina comunista proletaria della Mirafiori Sud di Torino, uno sconosciuto psichiatra sostenitore del movimento di Berlusconi sconfisse un sindacalista di lungo corso. Berlusconi non aveva solo vinto, aveva anche scippato alla sinistra i suoi vestiti e alcuni dei suoi sostenitori.

Quel primo governo durò poco, ma Berlusconi avrebbe dominato la politica italiana per i successivi 20 anni – vincendo le elezioni nel 2001 e nel 2008 e perdendo per un pugno di seggi nel 2006. Come numero di giorni al governo, Berlusconi è in graduatoria come il terzo presidente del Consiglio italiano più longevo, dietro Mussolini e il grande liberale dell’Italia del  diciannovesimo secolo, Giovanni Giolitti.

I paralleli tra Berlusconi e Trump sono impressionanti. Entrambi sono imprenditori di successo che hanno a che fare con “torbide” faccende legate allo loro aziende – tasse, libri contabili, società offshore.

Berlusconi fu arrestato per frode fiscale nel 2013, il che mise fine di fatto alla sua carriera politica. Ma il successo negli affari e l’enorme ricchezza erano parte del suo fascino politico, come lo sono per Trump. Oltre alla ricchezza, Berlusconi, come Trump, si è sempre descritto come un outsider, anti establishmnent, anche quando era presidente del Consiglio.

E, come Trump, il fascino di Berlusconi era populista e legato alla sua “personalità” singolare.

Da allora in Italia il modello politico dell’imprenditore è stato seguito da altri. Si potrebbe pensare che sia il Movimento Cinque Stelle, populista e anti-politico, di Beppe Grillo, sia l’appeal da insider e outsider di Matteo Renzi (fino a poco fa) siano stati creati sull’esempio di Berlusconi. Si potrebbe addirittura affermare che Berlusconi abbia trasformato la politica. I partiti di massa del dopoguerra sono diventati sempre meno rilevanti, ma a lui non serviva un partito così come a Trump non serve davvero il partito Repubblicano.

Le cosiddette gaffe erano un elemento frequente della strategia politica di Berlusconi – una strategia poco trasparente che includeva frequenti ricorsi a stereotipi sessisti, omofobici e razzisti, e il riferimento alla convinzione che fosse irresistibile per le donne. Sbandierava la sua immagine da Don Giovanni ma cercava contemporaneamente di mantenere una reputazione di buon padre di famiglia, la cui preoccupazione principale era il benessere dei suoi cinque figli.

Le sue campagne elettorali erano tutte concentrate su di lui. Non contava nient’altro. Dominava l’agenda dall’inizio alla fine. Quando l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni provò a candidarsi contro Berlusconi senza mai menzionarlo, fu pesantemente sconfitto. Le “gaffe” di Silvio venivano di solito seguite da smentite secondo cui era stato frainteso oppure era vittima di una “stampa nemica”.  Faceva anche fatica ad accettare il verdetto definitivo degli elettori quando perdeva. Sollevava spesso (e senza motivo) dubbi di frode elettorale e schede false. Vi ricorda qualcuno?

Si creò anche una serie di nemici contro i quali mobilitare i suoi seguaci: i giudici, i media (nonostante ne possedesse molti), la stessa politica, il comunismo, le donne (faceva spesso commenti sull’aspetto delle sue avversarie femmine), l’UE e l’euro. Si descriveva come una vittima del politically correct impazzito, un uomo ordinario/straordinario che diceva quello che pensava. Prometteva il mondo, e poco importava se veniva prontamente smascherato, non aveva alcuna intenzione di mantenere nessuna delle sue promesse. Berlusconi sapeva che gran parte dell’elettorato ha davvero la memoria corta.

E come per Trump (almeno fino al video dello “spogliatoio”), gli scandali di Berlusconi avevano poco effetto su chi lo sosteneva. I diversi processi e gli scoop giornalistici sulla vita privata e pubblica di Berlusconi sembravano spesso irrobustire il suo fascino. Il messaggio che ne veniva fuori era, per molti, attraente. Sii come me. Non pagare le tasse. Goditi la vita e fai soldi. Di’ quello che ti passa per la testa. Non ti disturberemo.

A un certo punto divenne così potente da tentare di rendersi immune dai processi attraverso una legge approvata dal suo stesso governo. Per fortuna, la Costituzione italiana proibiva una mostruosità del genere.

Ma il fatto che la possibilità fosse solo contemplata era preoccupante. L’opposizione di massa contro Berlusconi si alzò e cadde diverse volte, e molti scesero a protestare nelle strade. Ma il suo fascino aveva ancora radici profonde nella società italiana – e nel disprezzo per la politica e i politici che da allora si è spostato verso altre forme di populismo. Il fenomeno Berlusconi dimostra che un politico post-fattuale può prendere il potere in uno dei Paesi più forti e ricchi del mondo. La lezione per l’America è che Berlusconi è stato trattato come un pagliaccio per troppo tempo. Alla fine però nessuno stava ridendo. Venti anni di Berlusconi al centro del sistema hanno avuto un impatto profondamente dannoso sul corpo politico e sulla cultura democratica italiana e le ferite non sono guarite affatto.

Vinca o perda, Trump ha ribaltato i termini del discorso politico, del modo di fare campagna elettorale e dell’organizzazione. Come è accaduto per l’era berlusconiana, le cose non saranno più le stesse.

[Articolo originale "We’ve seen Donald Trump before – his name was Silvio Berlusconi" di John Foot]

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Traduzione di:
Federico GrecoItalia Federico Greco
Regista di cinema e televisione, ha imparato l'inglese costretto dal suo lavoro all'estero. Ma vive a Roma.
Revisione di:
Gaia Restivo