[Los Angeles Times]
Teste nel processo contro 26 americani, l’agente ricorda come la polizia abbia rintracciato il traffico telefonico per istruire l’accusa alla controversa pratica conosciuta come “estradizione straordinaria”.
Milano, Italia - Uno dei più importanti poliziotti italiani mercoledì ha raccontato ai giudici come, con meticoloso lavoro investigativo e notevole fortuna, abbia portato alla luce una delle più controverse tattiche anti-terrorismo dell’amministrazione Bush.
Teste nel processo a 26 americani, agenti della CIA per la maggior parte, accusati di aver rapito a Milano un religioso egiziano radicale, l’agente ha descritto come abbia seguito enormi quantità di traffico telefonico cellulare per istruire l’unico procedimento legale europeo contro la contestata pratica conosciuta come “estradizione straordinaria”.
L’agente, Bruno Megale, ha raccontato un’incredibile storia di spie che spiano spie. La polizia, armata di mandati dei giudici, ha usato tabulati telefonici di cellulari, intercettazioni telefoniche e di e-mail per intrappolare un capo locale della CIA, un colonnello della aviazione militare americana, cinque diplomatici americani ed agenti dei servizi segreti italiani accusati di aver collaborato con gli americani.
Gli americani sono processati “in absentia”; nessuno è in Italia e nessuno ha riconosciuto il procedimento in atto nella principale corte milanese. Per i venti e più avvocati difensori nominati dal tribunale, ha detto uno di essi, questo è un processo ai fantasmi.
Megale, capo della polizia anti-terrorismo di Milano, ha detto che lui e i suoi agenti si accorsero della sparizione del religioso, conosciuto come Abu Omar, quando sua moglie e i suoi amici ne denunciarono la scomparsa il 17 febbraio 2003. Si domandarono se non fosse nelle mani delle autorità italiane.
Gli italiani non l’avevano arrestato. Come è ora risaputo, Abu Omar fu catturato da una presunta unità della CIA che lo gettò in un auto, poi su un aereo privato in una base militare americana nel nord Italia e poi lo trasportarono di fretta in Egitto, dove lui ha detto di essere stato torturato.
Ma Megale e la polizia non erano al corrente dell’ operazione della CIA. E così cominciarono a investigare su chi avesse rapito Abu Omar.
“La sensazione era che fosse stato rapito (…) Parlammo di possibilità, degli americani, dei servizi segreti egiziani (…)” ha testimoniato Megale.
“All’inizio non c’erano indizi decisivi.”
Megale ed i suoi agenti interrogarono la gente della grande comunità musulmana milanese, tra cui un paio di persone che videro Abu Omar mentre veniva trascinato via. Ma non ci fu reale progresso fino a 14 mesi più tardi, quando Abu Omar telefonò a casa dall’Egitto e raccontò a sua moglie e ai suoi amici cosa gli era successo.
Prima della sparizione, Abu Omar, il cui nome è Hassan Osama Nasr, era sotto investigazione da parte degli uomini di Megale per possibili legami con gruppi radicali che mandavano militanti islamici in Iraq. Come parte dell’indagine, la polizia installò cimici nei telefoni di Abu Omar, a casa e in moschea. Quando chiamò, la polizia ascoltò e scattò in azione.
Megale ottenne i tabulati del traffico di telefoni cellulari dall’antenna più vicina al posto in cui Abu Omar fu rapito, per un periodo di 2 ore e mezzo intorno al momento della sparizione. C’erano 2000 chiamate.
Poi, usando un programma al computer, Megale fu in grado di restringere il numero delle chiamate identificando i telefoni che avevano fatto chiamate reciproche, in altre parole, un’indicazione di un gruppo di persone che stavano lavorando insieme. Furono identificati 17 numeri telefonici, che mostravano un intensificarsi intorno all’ora del rapimento. Seguendo le chiamate fatte da quei telefoni, gli investigatori furono alla fine in grado di identificare 60 numeri, inclusi quelli di un ufficiale della CIA che lavorava sotto copertura all’ambasciata americana a Roma.
Durante la sua testimonianza, Megale rivelò che uno dei numeri di telefono da lui riconosciuto era di Robert Seldon Lady, l’allora capo della unità milanese della CIA. Lady e Megale avevano lavorato insieme in indagini anti-terrorismo. Era un numero, ha detto sobriamente Megale, che lui e la sua squadra conoscevano.
Megale e i suoi agenti allora resero noto che tutti i nomi con cui i telefoni erano registrati erano fittizi. La maggior parte dei telefoni erano stati attivati circa 4 mesi prima del rapimento e furono disconnessi alcuni giorni dopo.
Alla fine, strato dopo strato di riferimenti incrociati, Megale identificò 26 sospetti americani, sebbene la maggior parte dei nomi nell’accusa siano sospettati di essere falsi. La maggior parte dei dettagli della testimonianza di Megale sono già stati riportati dal Times e altri giornali. Ma il resoconto così dettagliato rappresenta la base della tesi dell’accusa e si può dire che fu pronunciato dal testimone chiave, una figura improbabilmente destinata a smontare un’importante operazione della CIA.
Nell’ambiente degli addetti alla sicurezza, Megale è conosciuto come un importante esperto di terrorismo islamico, un settore in cui si è specializzato per un decennio. Tuttavia evita di mettersi sotto i riflettori, è raramente citato nei resoconti giornalistici e le sue apparizioni pubbliche sono generalmente limitate ai tribunali, dove, come investigatore capo in numerosi casi di terrorismo, è spesso chiamato a testimoniare.
“Conosce tutti i nomi, tutte le connessioni” dice l’avvocato Armando Spataro. “Tutti gli ufficiali anti-terrorismo nel mondo lo vogliono conoscere.”
Un uomo con la faccia da civetta con folte sopracciglia che viene dal povero sud Italia, Megale è discreto ed estremamente serio. Raramente sorride o esterna emozioni di qualsiasi tipo.
Alti agenti della polizia di Milano hanno espresso rancore per il fatto che la CIA abbia fatto sparire Abu Omar senza informarli e prima che le indagini sulle sue attività fossero complete.
Se le dichiarazioni dell’accusa fossero vere, sembrerebbe che i servizi segreti americani abbiano informato non la polizia, ma i servizi segreti italiani, un ente più politicizzato, vicino alla carica del Primo Ministro ed il cui ex-capo è fra i co-imputati americani nel processo.























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Puntualità e precisione.
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Grazie.
Complimenti per il lavoro enorme che state facendo! Complimenti anche al traduttore/trice dell’articolo! ottimo lavoro! anzi, well done! Riccardo
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