Ecco perché la professoressa e ricercatrice Giorgia Cavinato si interessa del dialetto italiano parlato a Colombo

“La lingua in cui ci riconosciamo è ancora il veneto” dice l’italiana che studia il dialetto

Gazeta do Povo

Ecco perché la professoressa e ricercatrice Giorgia Cavinato si interessa del dialetto italiano parlato a Colombo

Nonostante in Italia la lingua ufficiale sia l’italiano, nel paese si parlano numerosissimi dialetti. E non solo là: in Brasile, molti immigrati mantengono un legame con il paese degli avi parlando tutt’oggi anche qui i dialetti. Per conoscere meglio il talian  [lingua nata in Brasile dal mix tra il dialetto veneto e il portoghese, riconosciuta ufficialmente dallo Stato brasiliano, NdT], una variante del dialetto veneto, la professoressa e ricercatrice Giorgia Cavinato si trova a Colombo [piccolo Comune vicino a Curitiba, nel Brasile meridionale, dove si concentra una comunità di discendenti di italiani che tutt’oggi parlano il veneto arcaico, NdT]. Ecco perché le interessa tanto il dialetto parlato nell’hinterland di Curitiba.

 

L’Italia ha una lingua ufficiale e numerosissimi dialetti. Come fa il veneto a sopravvivere nel tempo?

In Italia abbiamo una sola lingua ufficiale, che venne scelta alla fine del 1800, durante l’Unificazione italiana. In contropartita, dato che eravamo un paese molto frammentato, abbiamo diversi dialetti diffusi nel paese. Alcuni sono riconosciuti attualmente a livello nazionale, come il friulano, e altri solo a livello regionale, ancora molto legati alla formazione storica. In Veneto, nel nordest italiano, parliamo ancora il dialetto veneto, soprattutto nei paesi piccoli. Mio papà, per esempio, non sa parlare l’italiano ufficiale. È una cosa molto tipica della cultura italiana. L’italiano ufficiale si diffuse con l’arrivo della televisione, negli anni 50. Ma la lingua nella quale ci riconosciamo è ancora il veneto. Abbiamo anche un’altra caratteristica. Il popolo veneto non si sente italiano, non abbiamo i “valori italiani”. Ci sentiamo appartenenti al Veneto. Molti immigrati che vennero in Brasile si “scoprirono italiani” qui.


Qual è la differenza tra il veneto e il talian?

Il talian è una variante del veneto. Come qualsiasi dialetto, il veneto parlato in Italia cambia di città in città, a causa dell’accento, dei costumi, dei sinonimi. La stessa cosa è successa qui in Brasile con l’immigrazione. Il talian parlato a Colombo ha molto in comune con il veneto italiano, quasi al 100%. La differenza è più marcata nel Rio Grande do Sul, [Stato meridionale del Brasile, al confine con l’Argentina, dove vive una grande comunità di discendenti di italiani ndT] che ha accolto comunità di altre regioni d’Italia e permettendo alla lingua di “mescolarsi” di più. Colombo ha il “veneto puro”. Ovviamente le differenze derivano anche dal contatto con il portoghese-brasiliano. Il brazilian, come lo chiamano. Alcune parole si sono sviluppate in un contesto portoghese, non in un contesto italiano. Inoltre, non esiste un modo giusto o sbagliato, ma esistono modi di esprimere questo dialetto.

Quante persone parlano il veneto/talian?

Più o meno due milioni di italo-brasiliani il tutto il mondo capiscono e comunicano in questo dialetto. Il grande problema del nostro tempo è che viviamo l’ultima generazione delle “nonne”. Hanno più di 80 anni. E dopo?  Come manterremo il dialetto in vita?

Il dialetto è stato trasmesso alle nuove generazioni in modo più nascosto

A Colombo, alcuni discendenti hanno trasmesso l’insegnamento. Altri no. Molti si pentono di non averlo trasmesso. Ciò è accaduto per diversi motivi, ma il più significativo è che pensavano che i figli potessero avere problemi a scuola o nel convivio sociale se non parlavano il portoghese.


Inoltre, i discendenti hanno sofferto molto durante l’epoca dell’Estado Novo [1937-1945, periodo caratterizzato dall’autoritarismo e dal nazionalismo, NdT] di Getúlio Vargas, soprattutto negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale. Hai raccolto testimonianze a questo proposito?

Molte. Nel Rio Grande do Sul ho raccolto le testimonianze di persone che furono arrestate per parlare il talian, o che dovettero rimanere nascoste per mesi. A Colombo no. Una delle domande del mio questionario è: “Ti sei mai vergognato della tua lingua?”. E le risposte sono sempre: “No, ne siamo sempre stati orgogliosi”. In Italia, Mussolini arrivò a vietare il veneto. Roba da pazzi, i dittatori si attaccano alle piccole cose. Anche perchè in Italia non c’erano le condizioni per avere un qualche peso sullo scenario mondiale. In Brasile, credo che la lingua avrebbe preso una strada diversa senza Getúlio Vargas. Ma il più importante oggi è che i discendenti sappiano che non  è stato uno sbaglio parlare la lingua d’origine.


Dal 2014, il talian è considerato patrimonio culturale immateriale del Brasile. Questo aiuta a salvaguardare la lingua?

Darò un punto di vista esterno, con uno sguardo da ricercatrice. Tutta la situazione mi sembra un grande pasticcio. Le persone non sanno ancora quale talian scegliere, per esempio, da usare come patrimonio. Non so nemmeno se è possibile fare una scelta. La legge è buona, ma il governo deve dimostrare che sta facendo qualcosa per questa cultura. Questo dibattito è più forte nel Rio Grande do Sul, per via delle dimensioni della comunità. Quale talian sarà studiato? Come sarà studiato? La stessa battaglia succede in Italia. Tutte le forme sono ufficiali. Inoltre, si tratta di una battaglia politica, non linguistica. È corretto il veneto antico o quello nuovo? Il veneto non è nemmeno riconosciuto ufficialmente nel nostro paese, ma ci piacerebbe che lo fosse. Non esiste una grafia unificata e questo rende difficile l’ufficilizzazione in Italia e anche in Brasile.

Quante persone parlano il veneto/talian a Colombo?

In base agli ultimi dati del 2008, tra i 20 e i 30 mila discendenti, 5 mila dei quali hanno padronanza della lingua. Sono 30 milioni di discedenti in tutto il Brasile dalla prima ondata, alla fine del XIX secolo. Tra loro, 12 milioni arrivarono dal Veneto.


Quando ebbe inizio il ciclo dell’immigrazione?

La data ufficiale è il 26 giugno 1875. La prima nave partì da Genova, che era città portuale, con 380 famiglie, soprattutto venete e trentine. Arrivarono nello Espírito Santo [Stato del sudest del Brasile, ndT]. La prima ondata migratoria durò fino al 1920. Le famiglie venete furono le prime ad imbarcarsi per il Brasile, e in seguito arrivarono quelle del sud, che lasciarono l’Italia dopo il 1910, quando parte delle colonie erano già state istituite. Furono create dai popoli veneti. I meridionali andarono a São Paulo e si mischiarono di più, mentre la cultura veneta a Colombo venne preservata grazie all’isolamento, permettendo alla lingua di cristallizzarsi. Qui in Brasile, “rivali” di città vicine, con dialetti rivali, come Marostica e Bassano del Grappa, dovettero unirsi a causa delle difficoltà.

La rivalità rese più difficile o più facile il cambiò di vita?

Fu di aiuto. Erano isolati, dovettero unirsi. Gli italiani portarono in Brasile un senso di comunità. Soprattutto attraverso la fede, la capacità di lavorare e il senso di famiglia. Sono tre elementi molto importanti della nostra cultura. Inoltre, dovettero unirsi dopo essere stati ingannati. Le agenzie di navigazione facevano pubblicità truffaldina. Il Brasile era venduto come un tesoro. I coloni, in maggioranza agricoltori e semianalfabeti, ci credevano; vendevano il pezzettino di terra che avevano per 300 lire (nel 1927 1 dollaro valeva 19 lire), e 200 lire venivano spese solo per il viaggio. Erano viaggi di sola andata. I miei libri hanno questo sottotitolo: “Viaggio di sola andata per la Merica”.

Credi che i tuoi libri siano un ponte per questa cultura. Come si è svolta la tua ricerca?

La ricerca è stata appoggiata da quattro università: Ca’Foscari di Venezia (Italia), Università Federale di Santa Catarina (UFSC), Università Statale di Londrina (UEL) e Università Statale di Rio de Janeiro (UERJ). Ho deciso di scrivere i libri per raccontare un po’ la storia di questa immigrazione. Perché le persone partirono? Come fu il viaggio? Perché il Brasile come destinazione? Il mio progetto “Cantando em Talian” [Cantare in Talian, ndT] è un ponte, serve qui e là. In Italia perché gli italiani non conoscono l’immigrazione. L’italiano medio crede che il Brasile finisca a Rio de Janeiro, che qui si parli lo spagnolo, che ci  siano solo indigeni, ragazze e calcio. Tutto questo è colpa delle scuole, che non insegnano, e delle agenzie di turismo. Fino al 1975, non avevamo nemmeno una pagina dedicata a questo tema nei libri di scuola. Adesso una pagina c’è, ma il processo non viene spiegato. Molti italiani non credono che faccia freddo in Brasile, per esempio. Con internet si fa fatica a giustificarlo. Ma è un processo culturale. Anche il Brasile riceve molti stereotipi dall’Italia.

Quanti dialetti italiani ci sono in Brasile?

Tutti i dialetti del nord e anche quelli trentini e del Friuli. Qui a Colombo ho conosciuto una persona del Friuli che vive da sola. È un esempio di come la lingua si perderà nella zona. Non ha nessuno con cui parlare. Abbiamo dialetti della Lombardia, della Bergamasca. I dialetti del sud sono più comuni a São Paulo e in Argentina. A Buenos Aires c’è pure il lunfardo che mischia lo spagnolo ad accenti di Napoli.

Oltre alla tua ricerca, esiste una cultura documentata di questi dialetti? I discendenti hanno dei registri, o si trasmette tutto oralmente?

No, la lingua è orale. È arrivata oralmente e rimane così. Ma ci sono dei buoni ricercatori in tutto il mondo che documentano le lingue. Questo processo ha molto in comune con la sociologia e l’antropologia. Noi europei diamo molta importanza al passato. È un’altra prospettiva.

Alcuni emigranti si pentirono e provarono a tornare?

I primi sicuramente. Ho letto delle lettere di immigrati che scrissero al governo supplicando per tornare. Si impegnavano a contrarre un debito per il resto della loro vita pur di tornare. Mandavano lettere ai sindaci delle città. In seguito, gli stessi sindaci ordinarono che si affiggessero sulle case avvisi con frasi tipo “non andate in America”.

Chi è Giorgia?

Professoressa universitaria, scrittrice, interprete, traduttrice, giornalista e autrice di cinque libri. Ha vissuto in Messico, Cuba, Honduras, Venezuela, Perù, Cile, Paraguay e Argentina, Angola e Senegal, oltre al Brasile. È coordinatrice della sezione brasiliana dell’Associazione della Regione Veneto “Veneti nel Mondo” in Italia.

[Articolo originale "“Nossa língua de reconhecimento ainda é o vêneto”, diz italiana que estuda dialeto" di Eriksson Denk]

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Traduzione di:
Andrea TorrenteBrasile Andrea Torrente
Giornalista multimediale e autore del blog Scappo in Brasile, vive in Brasile dal 2009 dove lavora per testate brasiliane e italiane. È traduttore freelance portoghese-italiano. Per contatti: torrente.andrea@gmail.com
Revisione di:
Alessandra Cerioli