Mi riferisco letteralmente alla morte di Venezia, la città più bella, più carismatica e più amata del mondo. È minacciata. Il suo aspetto invecchiato non può fare da pretesto all’eutanasia!
...Venezia è condannata, prima di tutto, dall'abbandono della sua popolazione.

La morte di Venezia

Gazeta do Povo

Mi piacerebbe scrivere del romanzo di Thomas Mann o del film di Luchino Visconti, e che il titolo qui sopra fosse “Morte a Venezia”. Ma, pur riconoscendo le qualità artistiche di entrambi gli autori, non mi piace la rappresentazione che fanno della città come di un rudere decadente, buona solo per i turisti e i loro bastoni per i selfie. Nel 19° secolo,  l’insalubrità da loro descritta era mondiale, ed è ingiusto e sbagliato attribuirla solo a Venezia.

Mi riferisco letteralmente alla morte di Venezia, la città più bella, più carismatica e più amata del mondo. È minacciata. Il suo aspetto invecchiato non può fare da pretesto all’eutanasia!

Non dimentichiamo che Venezia è condannata, prima di tutto, dall’abbandono della sua popolazione. Dopo un percorso glorioso durato dei secoli, paragonabile nella civiltà occidentale solo a Atene e Roma, nel 1631 fu colpita da un’epidemia di peste che uccise circa un terzo della popolazione, riducendola a 98 mila persone. Da quel momento in poi crebbe lentamente fino alla Seconda Guerra: nel 1951 raggiunse i 175 mila abitanti. Dopodiché, calò spaventosamente fino agli attuali 56 mila, continuando a diminuire ogni anno.

Salvatore Settis, nell’eccellente “Se Venezia muore”, attribuisce una tale riduzione a vari fattori: meno al turismo intensivo, che, se da un lato attrae risorse, dall’altro toglie ai suoi abitanti il diritto alla città; molto ai riccastri che vi comprano proprietà – per il prestigio di avere un immobile a Venezia – per passarci una settimana all’anno. È una città umida, in cui è necessaria un’attenzione costante alla conservazione.

Ma la sua morte si sta decretando più per l’avidità dei grandi investori internazionali che per i suoi problemi. Le soluzioni sul tavolo sono classiche: investimenti – e lucro, ben inteso – a dodici zeri. In euro.

Trasformare il Canal Grande in un’autostrada integrata alla rete europea, chiudere la Laguna con “un arco di spiagge e palazzi come Copacabana [celebre spiaggia di Rio de Janeiro sulla quale si affacciano file di palazzoni, NdT]”, demolire la Giudecca per far posto a un Disneyland o ad una Las Vegas. Questo si chiamerebbe “salvare Venezia”.

Settis sostiene che la salvezza della città dovrebbe passare attraverso la ricomposizione della popolazione, ma, su questo punto, non sono d’accordo. Una nuova popolazione arriverebbe in città con interessi specifici, accettando dunque le “soluzioni” capitaliste.

L’autore fa notare che in Brasile ci sono 22 “Venezie”, 29 negli Usa, e ne sorgono in continuazione anche in Cina: Venezia non è solo la città più bella del mondo, ma il capolavoro, ancora preservato, dell’essere umano come costruttore dell’urbe. È l’articolo numero uno del Patrimonio Culturale dell’Umanità: se si mette fine a Venezia, non ci sarà nulla che si possa salvare al mondo. La nostra cultura saranno solo le cifre del mercato immobiliare.

[Articolo originale "A morte de Veneza" di Key Imaguire Junior]

Condividi : Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • email
  • Facebook
  • TwitThis
  • MySpace
  • Live-MSN
  • LinkedIn
  • OKnotizie
  • Google Bookmarks
  • YahooMyWeb
  • Blogosphere News
  • Digg
  • Reddit
  • Technorati
Traduzione di:
Andrea TorrenteBrasile Andrea Torrente
Giornalista multimediale e autore del blog Scappo in Brasile, vive in Brasile dal 2009 dove lavora per testate brasiliane e italiane. È traduttore freelance portoghese-italiano. Per contatti: torrente.andrea@gmail.com
Revisione di:
Amina IacuzioAlessandra Cerioli