Questo articolo rende omaggio a Umberto Eco, morto il 19 febbraio scorso, così come ai personaggi dei suoi romanzi e al suo amore per la semiologia - e scommettiamo che qualche gioco di parole non gli sarebbe dispiaciuto…

Un omaggio a Umberto Eco e al suo amore per il Medio Evo.

Slate

Questo articolo rende omaggio a Umberto Eco, morto il 19 febbraio scorso, così come ai personaggi dei suoi romanzi e al suo amore per la semiologia – e scommettiamo che qualche gioco di parole non gli sarebbe dispiaciuto…Dall’Eco al singhiozzo (hoquetus) dunque, per raccontare la nostra ammirazione per questo autore e per le sue opere – si tratta per noi di pagare lo scotto ad un grande romanziere e ad un grande medievalista.

Alla fine del dodicesimo secolo, alcuni chierici inventarono un nuovo modo di cantare, l’hoquetus, che consisteva nel far alternare più voci condividendo una stessa linea melodica. Il primo cantore canta una sillaba, il secondo la seconda, e così via: si parla di truncatio vocis, voci troncate, interrotte. L’esercizio richiede evidentemente un allenamento molto spinto: non si tratta di mischiare i pennelli…

I chierici responsabili di questa innovazione sono parigini: sono i membri di quella che sarà chiamata “la scuola di Notre-Dame”. La cattedrale di Notre-Dame di Parigi è allora nuova di zecca, poiché i lavori sono cominciati nel 1163. Il contesto culturale è più che favorevole: una grande cattedrale, in una città in piena crescita, che approfitta pienamente della presenza del re e della corte. Parigi diventa uno dei grandi centri culturali della Cristianità occidentale, posizione che si rafforzerà qualche anno dopo con l’apparizione delle università. Studiosi vengono da tutta Europa per seguire gli insegnamenti di prestigiosi maestri, come Abelardo. In Baudolino, uno dei grandi capolavori di Eco, il personaggio principale è inviato dall’imperatore Federico Barbarossa a Parigi per fare i suoi studi.

Effervescenza della composizione

Intorno alla cattedrale si incrociano chierici, giuristi e musicisti professionisti che vengono a cantare per il re e i suoi nobili. Compositori celebri come Léonin e Pérotin, scrivono opere che sono cantate ancora oggi. Ma nel quadro liturgico, le pratiche musicali si rinnovano profondamente: si codifica un sistema per scrivere le note, partecipando alla volontà di organizzazione che sottende questo progresso culturale. Si inizia anche a misurare la lunghezza delle note e ad elaborare il mezzo per rappresentare questa lunghezza sulle partiture. Se non si parla ancora di minime, semiminime o di crome non si è troppo lontani… Il ritmo può seguire la prosodia del testo cantato, ma può anche staccarsene per giocare con le alternanze dei suoni lunghi e brevi, ereditati dalla poesia latina.

La musica si stacca da scopi puramente religiosi

I compositori e i teorici del tredicesimo secolo rivitalizzano allora con invenzioni ritmiche, che chiudono con il ritmo piatto e monotono del canto liturgico tradizionale. L’influenza di questa corrente sulla musica occidentale è determinante: la musica incommensurabile che serviva a lodare Dio, si fa misurabile, scientifica persino, attraverso la ricerca della giusta proporzione dei suoni e dei ritmi. La polifonia si sviluppa per il piacere delle orecchie, ma a detrimento della comprensione delle parole. La tecnica si pratica per sé stessa e si distacca da scopi puramente religiosi…Pericolose invenzioni. Ritorniamo all’hoquetus. L’invenzione di questa tecnica di canto partecipa pienamente al rinnovamento dei codici musicali: si sperimentano nuovi modi di cantare, ponendo l’accento sulla polifonia e la ricerca di nuovi ritmi. Il successo della tecnica è immediato e l’hoquetus si diffonde in tutta Europa.

Quasi un secolo e mezzo dopo, la corrente musicale della dell’Ars Nova, anch’essa partita da Parigi, rielabora e perfeziona l’hoquetus, staccandolo dal solo canto per sperimentarlo in ambito strumentale. Uno dei più celebri poeti del tempo, Guillaume de Machaut, scrive quello che è considerato il pezzo principe di questa tecnica,  l’Hoquetus David – senza bisogno di andare a Notre-Dame, potete ascoltarlo qui.

Crisi dell’Hoquetus

Tuttavia questa tecnica musicale non piace a tutti – c’è un busillis nell’hoquetus. Molti chierici infatti lo condannano, fino a Papa Giovanni XXII. Si tratta del «papa cattivo» del Nome della Rosa, opposto agli Spirituali francescani di cui fa parte l’eroe, Guglielmo di Baskerville. Nel 1324, Giovanni XXII emette la Bolla Docta Sanctorum, con la quale proibisce ogni novità musicale: «alcuni inventano nuove note, spezzano le melodie della Chiesa con note brevi, le tagliano con hoquetus». Per il papa, questo modo di cantare è caotico, distrugge il bell’ordinamento delle note e dei suoni; questo si traduce nella distruzione dell’ordine divino e dunque, simbolicamente, della Chiesa. La sola cosa autorizzata, è l’unisono, o a limite, e solo nei giorni di festa, l’ottava, la quarta e la quinta giusta. Per gli amanti di Kaamelott, questa opposizione si ritrova in bocca a Padre Blaise nel quarantottesimo episodio del secondo libro: «il prossimo che becco a fischiettare un intervallo pagano, faccio rapporto al papa!»

Il conflitto tra tradizione e innovazione

Chi si ricorda il Nome della Rosa, ricordà il conflitto tra Giovanni XXII e i francescani, che propugnavano il ritorno alla povertà di Cristo. Il papa vede questa volontà di soluzione evangelica come un attacco contro l’istituzione che egli rappresenta e oppone loro la tradizione della Chiesa. Quest’ultima, forte di più di un millennio di esistenza deve provvedere al suo funzionamento contro le innovazioni sempre più o meno sospette. Questa insistenza sulla tradizione si osserva dunque a tutti i livelli, compreso il livello musicale. Il Santo Padre finisce per vincere la lotta con i francescani, ma non la battaglia musicale: la proibizione non sarà rispettata e si continuerà a cantare e a suonare l’hoquetus. Prendendone lealmente atto  – o per opportunismo – il papa fa dietro front invitando ad Avignone il grande teorico dell’Ars Nova Philippe de Vitry.

La libertà di creare

Dietro la questione della tradizione e del suo posto nelle pratiche religiose si snoda in realtà un altro dibattito: quello della libertà di creare. Per il papa, i musici sono colpevoli di un grande crimine: «inventano nuove note». C’è dunque una mancanza di rispetto nei confronti della tradizione, che arriva fino al crimine di lesa maestà, ossia al blasfemo: rimettere in discussione ciò che i secoli chi hanno lasciato in eredità, significa disprezzare l’opera di Dio. Il problema è tanto più scandaloso in quanto la musica occupa un posto fondamentale nel Medio Evo: non solo è il cuore della messa, dunque del rituale religioso, ma anche un’immagine dell’armonia del mondo. Umberto Eco ha lavorato su questi problemi nella sua tesi e nella sua Storia della Bellezza: l’estetica ha conseguenze sulla nostra visione del mondo, sulle nostre concezioni cosmologiche.

E’ un po’ meno vero oggi. Non pensiamo più che la musica sia il simbolo dell’ordine del mondo. Ma il dibattito sulla libertà di espressione e di creazione artistica non smette di riproporsi – come testimonia il rilascio di qualche giorno fa del rapper Orelsan della Corte d’Appello di Versailles. Questa delibera ricorda così che «il campo della creazione artistica ha un regime di libertà rafforzata» per evitare che il giudice non eserciti un’autorità morale, portatrice di un potere di censura. Evidentemente il papa medioevale non si poneva questo problema: egli era l’autorità morale suprema!

«Libertà rafforzata» per gli artisti: fortunatamente non siamo più nel Medio Evo, anche se la storia spesso torna indietro «come un gambero», secondo l’espressione di Eco. Ma evidentemente il problema resta: si può dire tutto, scrivere tutto, cantare tutto? Basta dirsi artista per essere libero di scrivere testi ingiuriosi, misogini o razzisti? Dove fissare i limiti, se si vuole evitare che il legislatore possa usare la censura?

Un gioco infinito tra creazione e interpretazione

Eco offre forse un’ultima soluzione. In Lector in Fabula, Eco sostiene infatti la teoria di una totale di interpretazione del lettore: l’autore stesso non le chiavi della sua opera, non è l’autorità suprema, non ha risposte. Ha creato, ma ormai la creazione passa dalla parte del lettore: tutte le ipotesi interpretative che questi potrà proporre saranno giuste. Anche le più deliranti: è ciò che Eco mette in scena ne Il pendolo di Foucault, in quanto un complotto immaginato finisce con il diventare più reale della realtà…

Questo processo attraverso cui il lettore si impadronisce dell’opera, è ciò che Eco chiamava la «cooperazione interpretativa», o come mettere l’interpretazione letteraria e artistica al servizio della reinvenzione del legame sociale… Si potrebbe dire, insomma, che la libertà di creare deve accompagnarsi alla libertà di interpretare: un rapper può quindi scrivere quello che vuole, ma l’ascoltatore può intendere ciò che vuole. Il proscioglimento di Orelsan è dunque tanto legittimo quanto l’accusa mossa da numerose associazioni: i due partecipano alla stessa libertà di creare/interpretare.

Da Baudolino al Pendolo di Foucault, dai Cimiteri di Praga all’Isola del giorno prima, ciò che Umberto Eco ha rappresentato è precisamente questo gioco infinito tra creazione e interpretazione, attraverso complotti inventati, libri persi, meridiani attraversati. Eco è morto, ma i suoi romanzi, come dice la corte di Versailles parlando della libertà di creazione sono «il riflesso di una società viva.»

 

[Articolo originale "Un hommage à Umberto Eco et à son amour pour le Moyen Age." di Florian Besson et Catherine Kikuchi et Pauline Guéna et Nonfiction]

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Traduzione di:
Roberto SimoneItalia Roberto Simone
Sono laureato in fisica, quindi mi sono riciclato come programmatore ed oggi faccio il consulente informatico a Milano. Ma sono e resto salentino. Credo che compito dell'Informazione sia controllare il potere in tutte le sue forme e non vezzeggiarlo. E credo che senza Informazione non ci sia Democrazia. Traduco dal francese
Revisione di:
Gaia Restivo