Sempre popolare malgrado delle riforme che mettono in discussione la sua appartenenza alla sinistra, il Primo ministro democratico stravolge gli usi politici del paese.Ultimo colpo, lo scardinamento del Senato.

Renzi: senza tabù, con le trombe

Libération

Sempre popolare malgrado delle riforme che mettono in discussione la sua appartenenza alla sinistra, il Primo ministro democratico stravolge gli usi politici del paese.Ultimo colpo, lo scardinamento del Senato.

“Cari senatori e senatrici. Sono qui per domandarvi di votare la fiducia al mio governo. Ma in tutta sincerità, spero di essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a questo emiciclo.”Era il 24 febbraio 2014. Il giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, 39 anni, aveva appena pugnalato il suo compagno di partito e capo del governo, Enrico Letta. Nominato al suo posto a palazzo Chigi, prometteva ai senatori di mandare anche loro all’inferno.

Due anni più tardi, al termine di un lungo processo, gli onorevoli parlamentari hanno effettivamente votato, mercoledì sera e in ultima lettura, con 180 voti contro 112 e un’astensione, la loro propria morte annunciata.“Avanti tutta. Due anni fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che il Parlamento potesse fare delle riforme. La politica e l’Italia sono di ritorno”, annuncia il Primo ministro di sinistra, che incassa un successo enorme. Al termine della riforma costituzionale (“la madre di tutte le battaglie”, secondo Renzi), la maggior parte delle leggi saranno votate soltanto dalla Camera dei deputati. Ciò che resterà del Senato (100 membri composti essenzialmente da consiglieri regionali) non avrà altro che un ruolo estremamente marginale e, soprattutto, non voterà più la fiducia all’esecutivo.

Con la nuova legge elettorale, che prevede un consistente premio di maggioranza per la lista arrivata prima, questa misura dovrebbe mettere un termine alla leggendaria instabilità governativa italiana (63 gabinetti in 70 anni). Per entrare definitivamente in vigore, la riforma delle istituzioni dovrà essere confermata da un referendum popolare a ottobre. Ma nel suo stile prepotente, a metà tra l’arroganza e il calcolo politico, Matteo Renzi ha proclamato solennemente: “Se perdo, mi ritiro dalla politica.” I sondaggi predicono un plebiscito (più del 65% di si). “Malgrado il fatto che siano stati due anni agitati, resta l’uomo politico preferito degli italiani con il 37% di opinioni favorevoli”, analizza il sociologo Ilvo Diamanti. E sebbene in recesso dal suo trionfo alle europee del 2014 (40,8%), il Partito Democratico (PD) continua a superare il Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, anche se lo scarto si è ridotto (30% contro 28%).

“Renzi è l’uomo che ha cambiato le cose”, si rallegra lo storico e deputato democratico Andrea Romano. “Riformando il Senato, ridà credibilità alla politica, che aveva raggiunto il fondo. Ha ridato l’idea di una politica più semplice e più efficace”, continua, sottolineando che “Renzi ha distrutto un altro tabù a sinistra: quello secondo cui non bisognerebbe toccare le istituzioni istituite nel dopoguerra. Ha osato rimettere in gioco lo slogan che diceva che la nostra Costituzione era la più bella del mondo, mentre se ne constatavano costantemente i limiti.”

Mille giorni

Dopo essersi imposto nel “rottamare” la vecchia classe politica, a cominciare dai suoi colleghi di partito, il toscano, arrivato rumorosamente a Roma all’inizio del 2014, aveva assicurato che avrebbe cambiato tutto. Con l’aiuto di diapositive, aveva promesso “una riforma al mese”, nel campo della giustizia, della fiscalità, dell’amministrazione, etc.  Molto presto, il suo programma di cento giorni è stato moltiplicato per dieci. “Ci prendiamo un arco di tempo più grande, di medio termine”, ha rivendicato Matteo Renzi per giustificare il passaggio ai mille giorni. Certe promesse sono rimaste parole al vento, come quella di “dare una scossa meritocratica al sistema di selezione delle élite – sottolinea Jacopo Iacoboni, giornalista politico del quotidiano la Stampa Con poche eccezionei è il meccanismo spietato degli amici e dei cortigiani che predomina.” Ma dopo aver riformato il sistema scolastico, la fiscalità (aumentando parallelamente i salari più bassi di 80 euro mensili) o ancora la burocrazia, con l’introduzione della possibilità di licenziare in 48 ore i funzionari assenteisti, il giovane fiorentino twitta a volontà: “L’Italia riparte”, “è la buona svolta”.

“Dieci anni fa, non avrei mai pensato che avremmo potuto approvare tali misure – considera Andrea Romano, autore nel 2005 di un’opera su Tony Blair. Come il vecchio Primo ministro britannico, Renzi ha una visione estremamente pragmatica della politica. Sa parlare a un elettorato molto più vasto di quello tradizionalmente di sinistra. Renzi non è appassionato di dibattiti ideologici. Si può anche dire che ha elaborato un’ideologia dell’anti-ideologia. Pone delle domande molto concrete: Come cambiare il “welfare” quando molti giovani non hanno alcuna copertura sociale? Come risolvere il problema dell’occupazione?”

“Gufi”

E’ sul mercato del lavoro, attraverso la legge battezzata col nome di “Jobs Act”, che Matteo Renzi si è guadagnato il titolo di riformatore. “Delle riforme di destra”, s’indignano i suoi avversari, che sottolineano che se egli ha, certamente, favorito i contratti di lavoro a tempo indeterminato con diritti sociali via via in aumento e all’altezza dell’anzianità del dipendente, in cambio ha offerto alle imprese delle importanti esenzioni dai contributi sociali, ha facilitato il diritto di licenziamento e soppresso l’articolo 18 del codice del lavoro, che proteggeva dai licenziamenti impropri.

Nel 2003, contro un primo tentativo di modificare questo articolo, tre milioni di italiani erano scesi in piazza, obbligando Silvio Berlusconi, allora al potere, a fare un passo indietro. Malgrado le mobilizzazioni (più contenute) dei sindacati, Matteo Renzi è, lui stesso, passato all’attacco. Da allora, è guerra aperta tra la CGIL, la principale confederazione sindacale del paese (più di 5 milioni di membri), la sinistra radicale e il Primo ministro, che è anche rimasto il segretario del Partito democratico. “Se fossi chiamato alle urne, non voterei il PD, ha chiaramente fatto sapere Susanna Camusso, segretario generale della CGIL. E penso che nessun elettore di sinistra può accettare l’idea di un solo uomo al comando.”  Matteo Renzi non se ne cura, rigettando tutti i suoi avversari nella categoria dei “gufi”, ovvero degli uccelli del malaugurio “che criticano l’Italia e sperano che il paese non ne esca”. E brandisce su Twitter i primi risultati incoraggianti sul fronte dell’occupazione: “La disoccupazione continua a diminuire. Oggi, all’11,3%. E’ la dimostrazione che il #jobsact funziona.”

“La situazione va un po’ meglio, ma è grazie alle circostanze molto più che grazie al Jobs Act”, stima dal canto suo il filosofo Massimo Cacciari, ex sindaco (centro-sinistra) di Venezia, che denuncia in generale un riformismo disordinato e limitato. “Sulla scuola, ha fatto una riformetta prima di tutto amministrativa. Sul mercato del lavoro, ha esplicitamente scelto Sergio Marchionne, il patron di Fiat, piuttosto che i sindacati, il che pone un serio problema politico per un leader di centro-sinistra. E sulle istituzioni, ha fatto un bel casino. Si è fermato a metà strada. Perché non ha soppresso totalmente il Senato?” si chiede Cacciari, mentre altri intellettuali si mobilizzano contro una riforma della Costituzione e della legge elettorale che rischiano, secondo loro, di sopprimere i contropoteri. Misure confuse, incomplete, contestabili? “Sempre meglio che l’immobilismo di prima – concede Massimo Cacciari – Bisogna darne atto a Renzi, che è molto furbo e senza scrupoli. Da un colpo a destra, un colpo a sinistra, un colpo al centro. Nutre l’idea di un partito della nazione.” Ciò che rivendica Andrea Romano: “Renzi fa delle incursioni nel campo avverso e non ha paura di rivolgersi a tutti gli italiani.”

Irritazione

“La forza di Matteo Renzi si regge sul fatto che non ha per il momento degli oppositori alla sua altezza”, sottolinea dal canto suo Ilvo Diamanti. Se non ha veramente subito i contraccolpi dello scandalo bancario che hanno recentemente infangato il padre della sua ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, le prossime settimane rischiano tuttavia di essere agitate per il giovane toscano. Sostenuto dalla sinistra, il progetto sulle unioni civili per le coppie omosessuali irrita il Vaticano e gli alleati democratici-cristiani del suo governo di coalizione. Quanto alla Commissione Europea, questa non nasconde più la sua irritazione davanti alle sbandate ricorrenti del numero uno italiano. Mentre Lega Nord, Beppe Grillo e Forza Italia prosperano sul risentimento anti-Bruxelles, Matteo Renzi è egli stesso partito all’assalto contro l’UE (“l’Italia merita rispetto e non si lascia intimidire”) sulla questione migratoria e la flessibilità budgetaria. “La strategia euroscettica è rischiosa, avverte Ilvo Diamanti. Non solo espone il governo italiano a delle ritorsioni da parte dei partner europei, ma rischia di legittimare i suoi avversari politici invece di indebolirli.”

[Articolo originale "Renzi: sans tabous, avec trompettes " di Eric Jozsef]

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Traduzione di:
Denise BosottiGran Bretagna Denise Bosotti
Laureata in scienze linguistiche per le relazioni internazionali, leggere la stampa estera fa parte della mia quotidianità. La mia più grande passione è il mondo, capire le sue logiche. E' per questo che ho deciso di continuare i miei studi in scienze politiche. Le lingue straniere sono però il mio primo amore e tradurre è il modo che ho di coniugare le mie due passioni.
Revisione di:
Gaia Restivo