Uno dei più importanti cambiamenti politici e culturali che si sono prodotti in questi ultimi anni in Italia e negli Italiani è il chiaro avanzare di una forma di euroscettiscismo nel paese che è stato uno dei più ardenti e zelanti difensori della fondazione dell’Europa.

Gli Italiani e l’Europa

RADICI

Uno dei più importanti cambiamenti politici e culturali che si sono prodotti in questi ultimi anni in Italia e negli Italiani è il chiaro avanzare di una forma di euroscettiscismo nel paese che è stato uno dei più ardenti e zelanti difensori della fondazione dell’Europa.

Le elezioni del 2013 hanno visto per la prima volta dei partiti d’oltralpe, come il Movimento 5 stelle, la Lega Nord e in misura minore il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, fare della critica all’Europa uno degli argomenti della loro campagna elettorale. I sondaggi hanno registrato questo cambiamento dell’opinione pubblica  avviato nell’ultimo decennio del secolo scorso e che si è amplificato negli ultimi tempi.

E così,quelli realizzati da Ilvo Diamanti dimostrano che nell’ottobre del 2013, soltanto il 33,5% degli Italiani aveva fiducia e molta fiducia nell’Unione Europea contro circa il 57% di quindici anni prima. Gli elettori del centrosinistra erano i più fiduciosi (circa il 49%) a differenza di quelli del centro destra (33,6% di fiducia) e soprattutto di quelli del Movimento 5 stelle (26,1%). Un’indagine dell’istituto Demopolis al momento della crisi greca ha confermato questi dati: soltanto il 28% degli Italiani sosteneva l’Unione Europea.

Sta avvenendo una rottura fondamentale con il profondo europeismo italiano. In effetti, all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Italia aveva scelto l’Europa. Il politico della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi, che aveva partecipato nel 1948 al Congresso fondatore dell’Aia, è stato uno dei grandi artefici dell’idea e della costruzione europea accanto ai suoi omologhi francese e tedesco, Robert Schuman e Konrad Adenauer. Così come Altiero Spinelli, vero apostolo del federalismo europeo.

La sinistra che denunciava l’Europa capitalista, atlantica e agli ordini del Vaticano le si è progressivamente allineata. Prima i socialisti, a partire dalla fine degli anni 50, poi, più tardi, i comunisti. A più riprese, i dirigenti italiani giocarono un ruolo decisivo per l’unità europea. Simbolicamente è a Roma che è stato firmato nel 1957 il trattato che istituiva la Comunità Europea. Nel 1979, il governo di Giulio Andreotti decise di far parte del Sistema monetario europeo. Sei anni più tardi, durante uno dei consigli europei a Milano, il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi costrinse Margareth Tatcher ad accettare di convocare una conferenza per negoziare il trattato sul mercato unico. Negli anni 90, mentre il paese entrava in una crisi profonda del suo sistema dei partiti, i governi Amato e Ciampi imposero dei sacrifici agli italiani per entrare nella zona euro.

Tuttavia, questa politica molto favorevole all’Europa ha conosciuto la sua prima interruzione con Silvio Berlusconi e le sue tre esperienze di governo nel 1994, tra il 2001 e il 2006 e dal 2008 al 2011. Il Cavaliere doveva rendersi conto delle divergenze sull’Europa in seno alla sua coalizione molto eterogenea che comprendeva degli euro-scettici dichiarati a cominciare dalla Lega Nord. Oscillava tra una politica pro-europea in continuità con la Prima Repubblica, denunce di “diktat di Bruxelles” e un avvicinamento a Londra e Washington. Di contro, il centrosinistra, e in particolare uno dei suoi leader emblematici, Romano Prodi, ogni qual volta era al potere (tra il 1996 e il 2001 e dal 2001 al 2006), ricominciava con un impegno pro-europeo marcato. È stato lo stesso con Mario Monti ed Enrico Letta, europeisti convinti. Matteo Renzi da parte sua ha denunciato la politica dell’austerità e fustigato l’egoismo e l’indifferenza delle istituzioni europee riguardo ai migranti: ma si è chiaramente pronunciato come i suoi predecessori a favore degli Stati Uniti d’Europa durante il voto del 2014 per eleggere i parlamentari di Strasburgo e a più riprese in seguito. Tuttavia, questa formula sembra ormai vuota e non suscita più l’adesione dei suoi compatrioti.

Che cosa è dunque successo? Gli italiani, come tanti altri europei, sono ovviamente delusi dalla situazione economica, dalla disoccupazione, dall’accentuarsi delle ineguaglianze di ogni genere. Come tutti gli europei, constatano l’incapacità dell’Europa di adottare una politica comune su problematiche essenziali, come ad esempio l’immigrazione. E come tutti gli europei, subiscono l’assenza di trasparenza degli organismi europei, l’opacità delle procedure di discussione e di decisione, l’assurdità della pioggia di norme e regolamenti che vengono loro imposte nella vita quotidiana. Ma è un aspetto caratteristico di questo paese che merita di essere sottolineato perché è quasi di ordine antropologico. Per l’Italia, l’Europa serviva come ovunque a giustificare la modernizzazione del paese ma ha assunto anche una funzione di sostituzione identitaria. Infatti, il fascismo aveva esaltato ad oltranza la nazione italiana. Questo era stato accompagnato da una politica antisemita a partire dal 1938, dall’alleanza con la Germania di Hitler e dall’entrata in guerra, conclusasi con un completo disastro. Quindi la Repubblica aveva preferito non insistere troppo sulla nazione, non sapendo bene come parlarne, evocarla e celebrarla. Così un abitante della penisola aveva la tendenza a definirsi rispetto alla sua città d’origine, secondo una vecchia tradizione, ovvero alla sua regione, e a proclamarsi europeo. Come si diceva scherzando dall’altro lato delle Alpi, gli italiani si sentivano una nazione solo durante le partite di calcio degli “Azzurri”. Ora, negli anni 90, l’ascesa al potere della Lega Nord che, un tempo, evocava la secessione dell’Italia settentrionale, l’arrivo massiccio in un tempo molto breve di ondate di immigrati e le difficoltà della costruzione europea diedero l’avvio ad un ampio dibattito sulla nazione italiana. Non smettono di confrontarsi posizioni differenti per rispondere a questo interrogativo classico che tormenta il paese dalla sua unificazione: che vuol dire essere italiano? Si assiste così all’emergere di un sentimento non nazionalista ma della nazione. I festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario [dell’Unità] d’Italia nel 2011 hanno ottenuto un successo che ha sorpreso tutti, a cominciare dagli organizzatori della celebrazione. Automaticamente, ne consegue una minore attrazione per l’Europa tanto più in quanto si dimostra incapace non soltanto di risolvere i problemi cruciali degli europei ma anche di incarnare un mito capace di chiamare alla mobilitazione, di entusiasmare. Significa che gli italiani sono diventati anti-europei? Per nulla, come dimostrano ancora i sondaggi. Sono sempre in gran parte favorevoli a restare nella zona euro ma meno rispetto al passato: questa estate, l’indagine di Demopolis mostrava che il 35% dei nostri vicini erano favorevoli al ritorno alla lira (ossia 10 punti in più rispetto al 2010) ma il 65% respingevano quest’opinione. Tuttavia, un dibattito sull’uscita dalla moneta è stato avviato fra economisti, politici di destra ma anche di sinistra, come ad esempio Stefano Fassina, ex dirigente del Partito Democratico ed ex ministro del governo Letta, che lancia un appello per la formazione in tutta Europa “fronti di liberazione nazionale” che riuniscano senza eccezione tutti gli avversari della moneta unica. Gli stessi sondaggi dimostrano che la maggioranza degli italiani restano persuasi che la loro situazione sarebbe peggiore senza l’esistenza dell’Unione Europea. Questa continua ad essere l’orizzonte delle loro aspirazioni.

Che succederà in futuro? Nessuno può dirlo ma tutto lascia presagire che lentamente ma sicuramente la sfiducia verso l’Europa e l’euro crescerà ancora in Italia. Molto dipenderà dunque dall’atteggiamento dei dirigenti italiani ed europei. E soprattutto dai risultati delle loro politiche in favore della crescita. Infine, dalla loro capacità o meno di rilanciare l’Europa come ideale. Si può dunque essere legittimamente preoccupati.

 

[Articolo originale "Les Italiens et l’Europe" di Marc Lazar]

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Traduzione di:
Roberto SimoneItalia Roberto Simone
Sono laureato in fisica, quindi mi sono riciclato come programmatore ed oggi faccio il consulente informatico a Milano. Ma sono e resto salentino. Credo che compito dell'Informazione sia controllare il potere in tutte le sue forme e non vezzeggiarlo. E credo che senza Informazione non ci sia Democrazia. Traduco dal francese
Gaia RestivoSvizzera Gaia Restivo
Una dei fondatori del sito ItaliaDallEstero.info. Ricercatrice in Svizzera impegnata nella lotta al cancro.
Revisione di:
Nadia Cazzaniga