In nessun altro paese europeo la Germania è attualmente tanto odiata quanto in Italia, mia patria d'adozione. Un faccia a faccia personale.

È sempre colpa della Germania

Die Zeit

In nessun altro paese europeo la Germania è attualmente tanto odiata quanto in Italia, mia patria d’adozione. Un faccia a faccia personale.

Di Petra Reski

Era un giorno della piovosa primavera del 1991, mi ero appena trasferita a Venezia e volevo inviare una lettera. Allo sportello dell’ufficio postale di Piazza San Marco sedeva un’impiegata che non alzò lo sguardo quando spinsi sotto al vetro dello sportello la mia lettera verso di lei, ma continuò a parlare con la sua collega. Alla fine si girò, diede un’occhiata all’indirizzo sulla mia lettera, ticchettò sul mio non meglio precisato “Germania” ed emise un verso che sembrava un brontolio. “Est o Ovest?” Chiese. “Sud”, dissi. “E?” Chiese lei. “Monaco”, spiegai, “la lettera deve andare a Monaco di Baviera e Monaco di Baviera si trova nel sud della Germania.” Non volevo davvero essere polemica e che la Germania fosse di nuovo unita in quel momento mi era persino sfuggito di mente. Ma alla presenza di questa impiegata dagli occhi grigi improvvisamente mi sentii del tutto riunita e mi ritrovai a dire: “In realtà adesso fa lo stesso. Est ed ovest non ci sono più.”

L’impiegata allo sportello mi guardò come si guarderebbe un mozzicone di matita prima di gettarlo via. Poi si piegò così vicino al vetro dello sportello da farlo appannare con il respiro. E disse a voce così alta da farsi sentire perfino dalle ultime persone in coda: “Ma non crederà mica di riavere la sua grande Germania solo perché il muro è caduto.”

In seguito a ciò nella sala dell’ufficio postale di Piazza San Marco sarebbe quasi scoppiata una rivolta. Tutti che difendevano me e la mia Germania e accusavano l’impiegata allo sportello di essere una vecchia comunista, dicendole che persino la posta in Botswana era più efficiente di quella italiana.

Fino a poco tempo fa quella era stata l’unica volta in cui avevo respirato sentimenti antitedeschi in Italia, altrimenti, appena si veniva a sapere che sono tedesca, gli altri esclamavano: “Ah, la Germania” . Con “Ah, la Germania” gli italiani lodavano l’efficienza della ferrovie tedesche, la coscienza ecologica, il senso civico e l’intransigenza dei tedeschi nei confronti dei loro rappresentanti politici (un ministro diede le dimissioni a causa di un falso dottorato! Un presidente dimesso per un pernottamento pagatogli da un amico! Una cancelliera che arriva ad Ischia in aliscafo e non in elicottero!) Dopo tanti anni in Italia avrei continuato a sentirmi la prima della classe se non si fosse abbattuta su di noi la crisi dell’euro che mi ha riportata alla realtà. E tale realtà si percepisce nuovamente in Italia come se si fosse a ridosso dello scoppio della prima guerra mondiale.

La crisi dell’euro in Italia è anzitutto una crisi della Germania. Non solo negli universi paralleli di Facebook e Twitter trova la sua massima fioritura un nuovo revanscismo, ma anche sulla stampa italiana vengono riesumati e disseminati qua e là concetti come “umiliazione” contro “dignità”, “ricatto” contro “libertà”. Il settimanale L’Espresso mette in guardia dalla Germania come “Quarto Reich”, insieme ai suoi “stati satellite” (Finlandia, Paesi Bassi, Belgio e Austria). Il Corriere della Sera accusa la Germania di “feticismo delle regole”, alla radio gli attacchi di Berlusconi ad Angela Merkel (“culona”) e contro l’allora eurodeputato Martin Schulz (“capò”) vengono improvvisamente salutati come lungimiranza politica, e alle feste popolari si può fare il tiro a segno con le foto di Angela Merkel in divisa da SS. Non avevo mai visto gli italiani tanto uniti in un Paese da sempre attraversato da profondi conflitti. La crisi economica perdurante, la costrizione al rigore – in caso di dubbio la colpa è sempre della “Grande Germania”, della signora Merkel e del dottor Schäuble. Ma com’è potuto accadere?

Fino a pochi anni fa, gli italiani non solo pronunciavano con fervore Ah, la Germania, ma erano anche i più ardenti sostenitori dell’Europa: solo l’Europa può salvarci, dicevano. Salvare dalla mafia, da una casta politica corrotta, dal nepotismo nei servizi pubblici, da un tasso di disoccupazione giovanile al 42 per cento e per una stampa libera che è messa peggio soltanto in Mongolia e Bulgaria. Gli italiani non chiedevano meno, ma più Europa, perché l’Europa allora non era un teorema dell’alta finanza, ma sinonimo di libertà, democrazia e diritti umani.

E’ stato così finché i partiti italiani non hanno deciso di sfruttare a proprio favore il debole che gli italiani avevano per l’Europa. Il debole per l’Europa si è così trasformato nella clava dell’Europa. Ogni volta che i cittadini italiani devono accettare una legge particolarmente assurda, viene detto loro: ce lo chiede l’Europa! Come ad esempio vietare i bricchetti dell’olio (5000 euro di multa se l’olio di oliva al tavolo del ristorante non viene servito in bottiglia, ma in caraffa di vetro) o limitare le intercettazioni telefoniche. Non appena il protocollo delle intercettazioni telefoniche inguaia la casta politica, si sfruttano oscure norme europee sulla tutela della privacy per punire le intercettazioni.

Lo spettro della Germania distoglie l’attenzione dai veri problemi

Mentre ciò che l’Europa chiede all’Italia resta immutato – ad esempio la riduzione della durata assurdamente lunga dei processi (10 anni) – vengono svenduti i beni culturali e si risparmia in modo massiccio nei settori dell’istruzione pubblica e della sanità (“È l’Europa che ce lo chiede!”). Rimangono inoltre intoccati i privilegi degli strapagati parlamentari italiani che, come gli alti funzionari statali, godono dei benefici di uno Stato altamente indebitato ed hanno diritto a ricche pensioni a vita, anche dopo mandati di breve durata.

Nel corso degli anni gli italiani hanno constatato che i fondi per lo sviluppo dell’UE non sono finiti nelle loro tasche, ma in quelle della mafia e dei politici collusi con i mafiosi. L’Agenda 2000, il programma di aiuti che aveva come fine il “superamento degli squilibri tra le regioni”, ha stimolato il loro appetito. La mafia mantiene il Sud in uno stato di sottosviluppo artificialmente indotto, senza il quale non verrebbero più stanziati fondi e nessuno elemosinerebbe più un lavoro ai boss. Per tale ragione, a dispetto di qualsiasi programma europeo di sviluppo, nel Sud Italia regna invariata la disoccupazione più alta, si rileva la quota più elevata di lavoro nero e si registra un prodotto interno lordo che è del 53 % inferiore a quello dell’Italia centrale e settentrionale. Ciò che iniziò con l’Agenda 2000 ha trovato il suo culmine nei nuovi settori di affari della mafia: lo smaltimento dei rifiuti, l’assistenza ai profughi e l’impiego delle energie rinnovabili. L’Europa ha arricchito la mafia. L’unico ad averlo però affermato all’interno del Parlamento europeo non è stato Berlusconi o l’amico delle banche Mario Monti né lo sfortunato Enrico Letta e tantomeno l’ex Presidente Napolitano o Matteo Renzi, autodefinitosi “rottamatore”, ma il “populista da sommossa”, il “fondamentalista dell’opposizione” e “clown” Beppe Grillo. Fu lui alcuni anni fa a rivolgere addirittura ai tedeschi su questo stesso giornale l’appello: “Vi prego, conquistateci!”

I pesanti attacchi della stampa tedesca ai greci non sono passati inosservati nemmeno in Italia e ricordano gli attacchi già rivolti in passato al Movimento 5 stelle, il partito di Grillo che, come hanno confermato recentemente le elezioni comunali, è pur sempre la seconda forza politica in Italia. Sulla stampa tedesca non ci si può immaginare niente di peggio di Grillo e del suo Movimento 5 stelle, fatta eccezione forse per gli antisemiti ungheresi. Da decenni in Germania si racconta la favola di un Paese che da un lato è fortemente indebitato e dilaniato dalla mafia, ma che dall’altro ha prodotto coraggiosi politici di sinistra che combattono strenuamente ma senza successo la mafia e il cattivissimo Berlusconi “bunga bunga”. Che i compagni di partito di Renzi siano collusi con la mafia quanto il partito di Berlusconi e i suoi cloni e che Renzi non abbia rottamato altro che le proprie promesse, non fa però notizia in Germania. Ma se alla fine gli italiani dovessero avere l’idea di votare per un partito diverso da quello con il quale in Germania ci si è accordati da tempo, allora il rubinetto verrebbe chiuso. La politica europea funziona così. Per lo meno questo è ciò che l’esempio greco sembra insegnare. Non deve quindi meravigliare che in Italia lo spettro tedesco ben si adatti a distrarre dai problemi reali. Come dire, in pratica non ci sono alternative!

Un po’ di arroganza e supponenza in meno a noi tedeschi non nuocerebbe e all’occorrenza anche un’ottica che non sia obbligatoriamente quella del portavoce del governo tedesco. Io personalmente mi impegno con tutte le forze per migliorarmi, anche se l’italiano che vive al mio fianco sostiene che io abbia a volte ancora la tendenza a voler avere ragione ad ogni costo. Il che naturalmente è del tutto esagerato. In ogni caso, per quanto riguarda le poste italiane…. Una volta che al posto di un pacchetto con i panpepati di Norimberga speditomi da mia zia Ruth, ricevetti un numero verde del servizio di assistenza, per tre giorni non feci altro che chiamare il servizio clienti delle poste. L’italiano che vive al mio fianco mi disse: “Lascia perdere! Ti compro io qualche pasticcino”, e io risposi: “Non voglio nessun pasticcino, voglio che il mio pacchetto mi sia regolarmente recapitato.” Al che l’italiano aggiunse inorridito: “Tu sei proprio tedesca!” Al termine di una battaglia durata una settimana il pacchetto finalmente arrivò, nuovamente risigillato. Al suo interno non c’era più il panpepato, ma una raccolta di arie di opere italiane.

 

[Articolo originale " Germania ist immer schuld " di Petra Reski]

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Traduzione di:
Cristina BianchiGermania Cristina Bianchi
Laureata in lingue e letterature straniere traduce articoli dalla stampa tedesca per passione, ma soprattutto per aprire una finestra sul modo in cui la situazione italiana è vista da fuori. kribbia09@gmail.com
Revisione di:
Silvano Zais