L’emergenza migratoria metterà alla prova uno dei valori più cari all’Europa

Una passeggiata lungo la strada della solidarietà

The Economist

L’emergenza migratoria metterà alla prova uno dei valori più cari all’Europa

IMPEGNO, amministrazione, soggetti economici: l’Unione Europea trabocca di concetti astratti che sfuggono a qualsiasi tentativo di concretizzazione. Fino a poco fa, anche “solidarietà” rientrava in questa categoria. Nel migliore dei casi, veniva impiegata come parola in codice da parte di politici a caccia di denaro o altri beni da spillare ai propri simili. I tentativi sempre più elaborati della Grecia di ottenere la cancellazione del debito da parte dei propri creditori, ad esempio, sono spesso travestiti da appelli per la solidarietà.

Ma la morte a distanza tanto ravvicinata può destare l’attenzione. Il mese scorso, dopo che oltre 800 migranti sono annegati nel Mediterraneo, la Commissione Europea ha presentato delle proposte per affrontare la crisi. Tra queste, due particolarmente dibattute: la prima, il rilocamento in altri Paesi dell’UE di 40.000 tra eritrei e siriani richiedenti asilo politico e approdati in Italia ed in Grecia, entrambe sommerse dai continui arrivi; la seconda prevede il nuovo insediamento nell’UE di 20.000 rifugiati ora fuori dai suoi confini.

Alla base di entrambi i progetti, una “chiave di distribuzione”, che assegna precise quote di rifugiati ai paesi dell’UE, tenendo conto di popolazione, prodotto interno lordo, tasso di disoccupazione e precedenti sforzi volti al re-insediamento. Inoltre, la commissione vorrebbe che il piano di ricollocamento fosse obbligatorio (da regolamento dell’UE, le proposte di re-insediamento devono essere volontarie). Si tratta di una solidarietà in forma puramente aritmetica – e per molti è troppo.

I numeri sono bassi rispetto alle orde che invadono le coste europee. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), solo quest’anno in oltre 100.000 hanno attraversato il Mediterraneo. Milioni di altri rifugiati languono in Turchia, Giordania e Libano. Ma il loro impatto politico è enorme, soprattutto in quei Paesi con poca esperienza in fatto di rifugiati. Matti Maasikas, ambasciatore dell’Estonia presso l’UE, sostiene che il trambusto intorno alla rilocazione sia il più grande dibattito relativo all’UE nel suo Paese da quando vi è entrato a far parte nel 2004. L’Estonia, che dovrebbe accettare 738 richiedenti asilo, è uno dei tanti Paesi dell’Europa centro-orientale con delle riserve nei confronti del progetto di rilocazione obbligatoria.

In gran parte è per via della loro opposizione che il piano della commissione, che necessita dell’approvazione a maggioranza, traballa, nonostante l’appoggio di Germania, Francia ed Italia. Discussioni sul tema potrebbero ora dominare un summit dei leader dell’UE che si terrà il 25 ed il 26 di giugno. Nessuno crede che il progetto di rilocazione in sé possa cominciare prima di settembre, il che vuol dire che Italiani e Greci dovranno affrontare gli affollati mesi estivi da soli.

Per addolcire la pillola, la commissione ha adottato un nuovo nome astratto: responsabilità. Questa settimana, Dimitris Avramopoulos, il commissario greco all’immigrazione, sta scrivendo ai ministri degli interni per spronarli ad innalzare il tasso -desolantemente basso- di rimpatrio dei rifugiati politici cui sia stata negata la protezione, che lo scorso anno era al 39% (con ampie variazione da paese a paese). La proposta di rilocazione sarà sospesa se l’Italia e la Grecia non cominceranno ad occuparsi dei rifugiati come si deve, invece di continuare a rimbalzarli verso altri Paesi dell’UE. Mosse di questo tipo, spera la commissione, segnalerebbero ai Paesi dell’Est che anche quelli del Sud devono alzare la posta, e rassicurare gli elettori più scettici preoccupati dal flusso di nuovi arrivati.

Le autorità sottolineano che le proposte di rilocazione e reinsediamento sono parte di un pacchetto più ampio, che comprende uno sforzo volto ad intercettare le imbarcazioni dei contrabbandieri. Per fortuna un ulteriore elemento, l’espansione delle operazioni di ricerca e salvataggio navali, sembra funzionare: lo scorso fine settimana, oltre 5.700 migranti sono stati soccorsi in mare aperto e condotti in Italia. Ma devono tutti essere processati, il che appesantisce ulteriormente il fardello gravante sugli italiani ed i greci. Per assurdo, l’assenza di tragedie migratorie dai titoli di giornale potrebbe anche ridurre la pressione sui governi ad agire. Un membro della commissione europea fa notare come sia più difficile ottenere “segnali di leadership” quando il ricordo delle emergenze sbiadisce.

La proposta è una grande scommessa, ed una mossa insolitamente aggressiva da parte di una commissione che non ama i litigi. In parte, riflette la frustrazione di Jean-Claude Juncker, presidente della commissione, per i fallimenti della “solidarietà volontaria” verificatisi in passato. Tragedie precedenti hanno generato parole ambiziose ma pochi fatti – o peggio, appelli a ripristinare i controlli alle frontiere tra i Paesi dell’UE. Ma, come fanno notare i diplomatici più scettici, dire ai Paesi che devono accettare un certo numero di migranti stride con i più forti principi di sovranità nazionale.

Mia la solidarietà, tua la sovranità, sua la responsabilità

I lettori dallo sguardo acuto noteranno parallelismi con altri dibattiti europei. Condannati come spietati dittatori dell’austerità, i politici di Paesi dell’eurozona come la Germania parlano della solidarietà da diversi miliardi di euro che hanno mostrato nei confronti dei Paesi sull’orlo del tracollo. Un ministro di uno dei Paesi del Mediterraneo suggerisce che i paesi dell’est in dubbio sul progetto di rilocazione dovrebbero ricordarsi della solidarietà mostrata dal sud nel firmare le sanzioni nei confronti della Russia, andando anche contro i propri interessi materiali. “Tutti parlano di solidarietà,” dice un altro membro della commissione. “Ma ognuno ha un dizionario tutto suo.”

C’era da aspettarselo, in un club di 28 membri. Ancor più preoccupante è il fatto che il dibattito diventi miope in fretta. La solidarietà che l’Europa si è conquistata a fatica sulla Russia, e che probabilmente i governi  manterranno estendendo le sanzioni più dure almeno fino a gennaio del 2016, va anche bene, ma molto poco è stato fatto per supportare l’Ucraina, vittima dell’aggressione russa. I leader dell’UE non offriranno a Kiev nemmeno un vago accenno alla possibilità che, un giorno, l’Ucraina possa essere ammessa nell’Unione. Quanto alla Grecia, mentre gli infiniti dibattiti circa il suo salvataggio sembrano avviarsi ad una conclusione, la solidarietà appare sempre più come un tiro alla fune su dettagli quali il tasso dell’Iva sui biglietti per il teatro.

Inevitabilmente, per quanto riguarda la migrazione, il rischio è che i bisticci sulla rilocazione distolgano l’attenzione da due altre questioni ben più serie: in primis, le tragedie umane che hanno spinto l’Europa ad agire, e la violenza e la povertà che costringono così tanti migranti a rischiare la propria vita per un futuro migliore all’estero. Come la beneficenza, anche la solidarietà comincia a casa propria, ma non è lì che dovrebbe finire.

 

[Articolo originale "A walk down solidarity street" di The Economist]

Condividi : Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • email
  • Facebook
  • TwitThis
  • MySpace
  • Live-MSN
  • LinkedIn
  • OKnotizie
  • Google Bookmarks
  • YahooMyWeb
  • Blogosphere News
  • Digg
  • Reddit
  • Technorati
Tag:
Traduzione di:
Noemi AlemanniItalia Noemi Alemanni
24 anni e tanta voglia di fare. Sono laureata in lingue straniere e ho una passione smisurata per la letteratura ed il giornalismo. Spero di riuscire a coniugare le due cose come traduttrice. Nel frattempo, continuo a studiare: con le lingue non si finisce mai! noemi.alemanni@gmail.com
Revisione di:
Sara Angelucci