L’Expo di Milano è una delle rassegne più controverse al mondo mai ospitate in Europa. Oliver Wainwright esamina i padiglioni dei 140 paesi partecipanti e fa una stima di ciò che la città italiana ha da mostrare dopo una battaglia lunga sette anni.

Expo: cosa ci guadagna Milano nell’ospitare questo sfarzoso evento globale?

The Guardian

L’Expo di Milano è una delle rassegne più controverse al mondo mai ospitate in Europa. Oliver Wainwright esamina i padiglioni dei 140 paesi partecipanti e fa una stima di ciò che la città italiana ha da mostrare dopo una battaglia lunga sette anni.

Un tappeto di sfavillanti LED alto quattro piani proclama le glorie delle tradizioni tessili del Turkmenistan su una scena inzuppata dalla pioggia, che getta un’aurea rosata sugli archi dorati del vicino McDonald’s. Dall’altro lato della strada, una pagoda nepalese solo parzialmente terminata su una sfaccettata cupola in vetro contenente prodotti agricoli del Belgio, mentre la Russia getta un’enorme tettoia specchiata nel vento, aggressivamente reclinata come un missile accanto al casotto di legno dell’Estonia.

Una tromba militare è il segnale che dà il via alla marcia di una banda coreana, che strombazza l’arrivo del futuristico blob bianco del Paese, proprio mentre una un gruppo di percussionisti argentini si lancia in azione poco più in là.

Questo pazzesco collage di tendoni ondulati, pareti verdi inclinate e blocchi parametricamente contorti che occupa una superficie di circa 110 ettari alla periferia di Milano, può voler dire una sola cosa: Expo 2015, l’ultima di una lunga e controversa tradizione di “fiere mondiali” è arrivata.

“Abbiamo provato a costruire un palco su cui tutti gli partecipanti possano far sentire la propria voce,” dice il direttore di progettazione Matteo Gatto, appena uscito da un tour intorno alla frenetica fiera con il Premier italiano ed il pontefice (che ha il proprio padiglione, relativamente contenuto). E Gatto sembra aver raggiunto il proprio obiettivo: i 140 Paesi partecipanti e gli sponsor urlano la propria presenza a gran voce. Nel centro di Milano, però, altri hanno fatto sentire la propria, in modi diversi. Il giorno dell’apertura della fiera, a migliaia sono scesi in strada per protestare, mentre alcuni gruppi violenti hanno sfasciato vetrine e dato fuoco a delle auto. “L’Expo è una macchina per bruciare denaro pubblico,” ha detto uno dei protestanti, esibendo un cartello con scritto “No Expo”. “Avrebbe dovuto portare lavoro e ridare vigore all’economia, ma è basato sul lavoro volontario e sono stati sprecati miliardi in infrastrutture inutili.”

“Si vanta di essere una celebrazione dello slow food, dell’agricoltura locale e del cibo sano,” ha aggiunto un altro attivista, munito di cartello anti-globalizzazione. “Il motto ufficiale è Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, ma è sponsorizzato da giganti multinazionali come Coca-Cola e Mc Donald’s. Tutto ciò va oltre la beffa.”

Expo 2015 è stata una delle fiere mondiali più controverse mai tenutesi in Europa. È stata tormentata da budget sempre più alti, con le spese complessive gonfiatesi fino a  circa 13 miliardi di euro, compresi i costi relativi alla realizzazione di nuove infrastrutture e trasporti verso il sito, che sorge a circa 15 chilometri dal centro della città. Ha sofferto incredibili ritardi nella costruzione, il che vuol dire che 1 milione di euro è stato speso per costruire strutture in grado di mascherare i padiglioni ancora incompiuti al momento dell’inaugurazione. E, sebbene spacciato come modello di un’Italia più pulita, post-berlusconiana, è stato giudicato colpevole per abuso d’ufficio e corruzione,con sette manager ed ex membri del parlamento in manette lo scorso anno, e altri accusati di turbativa d’asta pochi mesi dopo. E allora, cosa ha da mostrare la città dopo sette anni di battaglie?

Trascinandosi a fatica attraverso il chilometro di strutture appena completate, oltre i totem intrecciati creati da Daniel Libeskind per Siemens e le gorgoglianti mura rosa del valore di 60 milioni di euro creati da Norman Foster per gli Emirati Arabi, non è difficile guardare all’intera impresa come ad uno stanziamento di risorse del tutto malriposte. Il contenuto dell’esposizione è, in generale, tanto scialbo quanto è stravagante l’architettura. I visitatori vagano come una mandria di buoi lobotomizzati in cerca di nutrimento, passando dallo scalare una rete su delle aiuole all’interno dell’enorme struttura del Brasile, all’eccitazione da touch-screen derivante dal giocare a “Lituania o no?” (un gioco in cui si fanno scivolare piatti nazionali in un carrello della spesa digitale). Le esibizioni della maggior parte dei Paesi sembrano un incrocio tra una pubblicità di Waitrose e un commercio equo di agenzie di viaggio – diorami multimediali immersivi di abbondanti prodotti agricoli e scenari spettacolari, cosparsi di bancarelle che vendono ninnoli intagliati e assaggini di formaggio.

“Pensavamo che avremmo avuto l’opportunità di fare qualcosa di totalmente diverso,” dice Stefano Boeri, architetto milanese e progettista, inizialmente responsabile del coordinamento del piano generale dell’Expo, quando la città vinse l’appalto nel 2008, poi rimosso dall’incarico nel 2010. “Sapendo che le esposizioni precedenti erano state abbastanza deboli, e non erano riuscite a lasciare un’eredità duratura, pensavamo di poter fare davvero qualcosa per la città.”

Boeri aveva messo insieme un team di esperti per sviluppare il progetto generale. Agli architetti svizzeri Herzog & de Meuron si unirono il consulente capo per l’architettura e l’urbanistica alle Olimpiadi di Londra, Ricky Burdett, il designer americano, evangelista “dalla culla alla tomba”, William McDonough e Joan Busquets, architetto e progettista spagnolo responsabile per gran parte dei buoni risultati delle Olimpiadi di Barcellona del 1992. Sarebbe stato difficile assemblare una squadra più orientata al lascito dell’eposizione di così.

“Volevamo davvero distaccarci dalla solita fiera delle vanità delle innovazioni architettoniche,” dice Jacques Herzog, dal suo studio di Basilea. “Rimasi veramente scioccato, quando visitai l’Expo di Shanghai [nel 2010]. Si rimaneva accecati dalla mole di design, tanto che al momento di lasciare il sito ci si era dimenticati dell’esposizione. Volevamo focalizzarci sul contenuto, ed usare il sito come un laboratorio per creare qualcosa di utile per Milano, qualcosa che non avrebbe lasciato la solita terra desolata di rovine.”

Il loro piano eliminò del tutto il classico format basato su pomposi padiglioni nazionali, preferendo invece stipare i paesi partecipanti sotto un campo di tendoni, disposti su lunghe strisce ai due lati di un asse centrale. “Siamo tornati indietro nel tempo, all’epoca della fondazione di Milano ad opera dei Romani,” dice Boeri, “progettando i due assi principali, il Cardo ed il Decumano, con strade laterali, abolendo ogni tipo di gerarchia, così che non ci fossero differenze in termini di dimensione tra paesi ricchi e poveri.”

Abbracciando il tema dell’agricoltura, metà di ogni lotto sarebbe stato destinato ad un giardino coltivato, dove i Paesi avrebbero fatto crescere un ortaggio nazionale per poi portare i propri prodotti ad una tavola lunga un chilometro posta lungo la strada principale – “come un’ultima cena globale,” dice Herzog.

In realtà, oggi è possibile ammirare foto delle colture di caffè eque e solidali di Timor Est e della Ruanda, e poi andare a prendere un caffè Illy al bar sponsor dell’evento. O ci si può fare una cultura sull’industria del cacao del Camerun e del Gabon, e poi rimpinzarsi di prodotti Ferrero al Nutella concept bar.

Quanto alla struttura del piano generale, avrebbe dovuto essere prontia all’uso per un ulteriore sviluppo dopo l’Expo, così da non lasciare Milano alle prese con una pesante eredità. “Era un piano molto semplice, volto a creare qualcosa che si sarebbe lasciata dietro un’armatura fisica per la città,” dice Burdett. “Così che, al momento dello smonto dei tendoni, sarebbero rimaste le infrastrutture, con tutti i servizi già predisposti.”

Col passare del tempo, però, divenne sempre più chiaro che questo piano dal tocco leggero fosse troppo radicale per il movimento dell’esposizione internazionale ed il suo entourage di sponsor da adottare. A giudicare da ciò che le esposizioni precedenti si sono lasciate dietro, il Bureau of International Exposition (BIE) di Parigi, che è l’agenzia intergovernativa responsabile del coordinamento delle fiere mondiali dal 1928, sembra ancor meno allineato alle sottigliezze cittadine della burocrazia senza freni del Comitato Olimpico Internazionale. Il BIE potrà anche ricorrere a nobili banalità per parlare dell’ “eredità intellettuale” che si suppone emerga in forma di dichiarazioni grandiose e atti costitutivi, ma nella realtà dei fatti sembra essere scarsa la cura destinata ad assicurarsi che la città ospitante sia lasciata in condizioni migliori di quelle precedenti l’esposizione.

Sebbene traboccante di positività circa il risultato finale, Gatto è sincero riguardo alle difficoltà riscontrate nello sviluppare il progetto Expo. “Non è stato per niente facile trasformare in realtà le idee dei consulenti di progetto,” dice. “Non potevamo costringere i Paesi partecipanti a fare quello che volevamo noi: le norme del BIE stabiliscono che dobbiamo dar loro la libertà di realizzare ciò che preferiscono. La struttura delle strade e degli spazi pubblici è ancora come l’avevamo progettata, ma i sultani e gli sceicchi faranno sempre a modo loro e seguiranno sempre le proprie idee. Ed è questa la vera bellezza dell’Expo, questa incredibile varietà.”

L’ampia varietà architettonica appare evidente mentre ci si sposta dalla fortezza di cemento del Qatar, chiusa da un enorme cesto intrecciato, passando per il labirinto di specchi dell’Iran, fino al tronfio padiglione italiano, che sembra ricalcare un centro commerciale cinese. Quando si arriva finalmente alla struttura disegnata da Herzog & de Meuron, una serie di fienili in legno realizzati per il movimento Slow food di Carlo Petrini, si ha come la sensazione che il tutto sarebbe potuto sembrare un po’ blando se lasciato nelle mani del loro sobrio buon senso svizzero. Perché, in fin dei conti, il punto nel visitare l’Expo sta nel meravigliarsi, nel rimanere a bocca aperta dalla curiosità morbosa dinnanzi ai bizzarri fenomeni da baraccone architettonici, e nel farsi catturare dallo stesso senso di sprezzante fascino che si prova nel guardare l’Eurovison Song Festival. È un casino spettacolare, ma è anche affascinante vedere le ambizioni nazionali prendere forma, l’una accanto all’altra, in una linea di superficiali esagerazioni architettoniche.

Ma poi si viene svegliati bruscamente dalle proprie fantasticherie kitsch non appena ci si ricorda cosa ne rimarrà, e a che costo tutto ciò è stato realizzato.

Prima che arrivasse l’Expo, il sito era sede di terreni incolti, un tempo adibiti ad agricoltura. L’intento era lasciarli così da favorire lo sviluppo di un paesaggio produttivo, dando vita ad un nuovo tipo di città-giardino ad alta densità, una volta che i tendoni fossero stati smontati. Un’idea così bucolica è stata presto abbandonata e, per facilità di sviluppo, l’intero sito è stato ricoperto da un’enorme placca di cemento costata 224 milioni di euro, 60 in più rispetto al prezzo originariamente previsto.

Nemmeno l’elaborata idea della “città-canale” è stata realizzata così come da progetto. L’Expo avrebbe dovuto fare da catalizzatore per ridare vita alla rete di canali di Milano, aprendone altri per irrigare i terreni circostanti. I lavori erano cominciati, ma poi ci si è resi conto che la pressione dell’acqua non sarebbe stata forte abbastanza da raggiungere i campi. Il piano rivisto ha incontrato forti opposizioni ambientaliste, e così, invece, la rete è stata sotterrata.

Con 60 milioni già spesi per il progetto, la leggendaria “Vie d’acqua” deve ancora concretizzarsi. “È questo il vero scandalo dell’Expo,” dice Boeri. “Un canale che non porta da nessuna parte, che non sarà mai usato da nessuno.”

Non che il futuro appaia più roseo. La compagnia Arexpo, la joint-venture che si occupa del futuro lascito dell’Expo, di proprietà della Città di Milano, della Regione Lombardia e, in quote minoritarie, della Fondazione Fiera e della Città di Rho, si trova ora nella non invidiabile posizione di dover trovare un acquirente per il sito, un posto separato da ogni lato da autostrade e linee ferroviarie.

Avendo acquistato prima la terra da un privato ad un prezzo parecchio inflazionato (160 euro al metro quadro, quando i terreni agricoli della zona valgono tra gli 8 ed i 12 euro al metro quadro), il settore pubblico ha inoltre l’onere di cercare di recuperare parte dell’eccessiva spesa servita a risanare il terreno e a realizzare le infrastrutture per l’Expo. Recentemente, il sito era stato messo in vendita per 315 milioni di euro, senza ricevere alcuna offerta. Ciò che succederà non è ancora dato saperlo, con progetti molto vaghi che vanno dalla costruzione di un nuovo stadio, a quella di un campus scientifico per l’Università Statale di Milano, fino ad un centro di innovazione tecnologica dedicato alle startup. Niente paura, se non altro ci sarà un atto costitutivo.

“Semplicemente, c’è stata troppa speculazione sulla terra e adesso sono impantanati,” dice Emanuele Braga, co-fondatore di Macao, un gruppo artistico politicizzato che organizza campagne contro l’Expo sin dal momento in cui fu annunciato. “Il primo errore è stato comprare i terreni da privati; il secondo è stato ricoprirli col cemento, quando il tema è nutrire il pianeta e rinvigorire l’agricoltura. Avrebbero dovuto utilizzare un sito già in loro possesso e che aveva bisogno di essere rigenerato.”

Incontro Braga in un ex macello oggi occupato abusivamente da Macao e usato come loro quartier generale, dal lato della città opposto all’Expo. Gruppi di lavoro sono occupati a discutere le condizioni lavorative ed i diritti dei lavoratori, mentre al piano di sopra  si tiene un simposio guidato dalla Robin Hood Minor Asset Management. (Qualche giorno dopo, Macao avrebbe organizzato un’occupazione del Peggy Guggenheim Museum a Venezia, in segno di protesta contro le condizioni lavorative dell’Isola Sa’diyyat, dove il Guggenheim sta costruendo il suo ultimo avamposto).

Sul tetto del macello, Braga indica davanti a noi un gruppo di edifici abbandonati, un tempo sede di un mercato di carne e pesce, che a suo parere sarebbero stati un’ambientazione perfetta per un’Expo incentrata sul cibo. Ma un luogo del genere avrebbe richiesto l’intelligenza del riuso adattivo e della progettazione accurata, chiaramente in contrasto con la preferenza per le tabule rase dei colossi dell’Expo.

A centosessantaquattro anni dal primo di questi eventi sfarzosi, la Grande Esposizione del 1851 a Londra, sembra più evidente che mai che il format dell’esposizione mondiale ha superato la data di scadenza, lasciandosi dietro una scia di debiti e distruzione ovunque passi.

Se pressati, anche i sostenitori dell’Expo riescono ad elencare una manciata di edizioni che hanno lasciato un’eredità positiva e durevole alle proprie città, oltre a quella originale di età vittoriana – che ci ha portato il Crystal Palace e ci ha lasciato una serie di istituzioni culturali allineate lungo la Exhibition Road di South Kensington, la famosa Albertopolis, che il parco olimpico cerca oggi di imitare.

Certo, l’esposizione universale di Vancouver 1996 ha aperto le proprie coste allo sviluppo, e di Montreal ‘67 rimane un bel parco con una grande cupola di Bucky e un piccolo quantitativo di alloggi sperimentali, ma tutti questi benefici avrebbero potuto essere raggiunti anche senza le ingenti spese affrontate per mettere su una fiera. Con diversi miliardi di dollari,le città avrebbero potuto costruire vaste quantità di alloggi reali ed abbordabili, oltre che acri di bellissimi spazi effettivamente pubblici.

L’esposizione di Siviglia del 1992 fu una delle più grandi realizzate fino ad allora, con un’estensione di circa 215 ettari,cosparsi di cupole geodetiche e monorotaie, costate quasi 10 miliardi di euro. La maggior parte delle strutture erano state concepite come temporanee, ma la città non aveva più denaro per rimuoverle dopo l’evento. Molte di loro sono ancora lì, abbandonate, simboli desolati di un futuro che non è mai arrivato, con il primo razzo spaziale europeo ed una strana piramide di bandiere nazionali che ancora incombono su una landa post-apocalittica. L’evento ha lasciato la città sommersa dai debiti per decenni.

Hannover 2000 ha sofferto di un destino simile. Incoraggiata dal superficiale ottimismo dell’anno del Millennio, la bolla è presto scoppiata quando solo metà dei visitatori attesi si è presentata, lasciando ancora una volta la regione sommersa dai debiti e con un panorama di rovine incolte.

Il sito era stato progettato la Albert Speer, figlio dell’architetto di Hitler, che ha progettato anche le olimpiadi di Pechino – una scelta stranamente lungimirante, dato che suo padre aveva coniato il concetto di Ruinenwert, (il valore di un edificio in rovina NdT), nelle sue grandiose opere naziste.

Sulla scia delle Olimpiadi di Pechino, l’esposizione di Shanghai del 2010 è stata la più grande della storia, con un’estensione 5 volte superiore a quella di Milano ed un costo di 50 miliardi di dollari – un livello d’ambizione che ha visto 18.000 famiglie costrette a dislocare, secondo Amnesty International. Lo stand cinese è stato trasformato in un museo d’arte, mentre la maggior parte degli altri padiglioni sono stati demoliti per far posto alle gru, ora impegnate a costruire, al centro, un nuovo varco verso una città polifunzionale. “Città migliore, mondo migliore” era il tema – per coloro che possono permetterselo.

Si tratta di un livello di ambizione autocratica che solo il prossimo Expo sarà in grado di eguagliare, ospitato nella capitale globale dell’arroganza architettonica, Dubai; sede dell’edificio più alto del mondo, del più grande acquario del pianeta e di un arcipelago artificiale modellato sul globo stesso, presto raggiunti dalla “prima città al chiuso del mondo”. Expo 2020 è la punta di diamante del programma nazionale di progetti faraonici di Dubai, ma – alla luce della difficile traiettoria seguita dal vicino Qatar in vista dei Mondiali di calcio del 2022, il mondo resta in trepidante attesa.

Eppure, nel parco-giochi fantastico degli Emirati Arabi, dove ogni giorno sogni impossibili spuntano dal deserto a costi umani ed ambientali indicibili, forse il movimento mondiale Expo ha finalmente trovato la propria dimora spirituale. Che possa, per il bene di altre città nel mondo, diventare il luogo del suo eterno riposo.

[Articolo originale "Expo 2015: what does Milan gain by hosting this bloated global extravaganza?" di Oliver Wainwright]

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Traduzione di:
Noemi AlemanniItalia Noemi Alemanni
24 anni e tanta voglia di fare. Sono laureata in lingue straniere e ho una passione smisurata per la letteratura ed il giornalismo. Spero di riuscire a coniugare le due cose come traduttrice. Nel frattempo, continuo a studiare: con le lingue non si finisce mai! noemi.alemanni@gmail.com
Revisione di:
Gaia RestivoLoredana SpadolaSara Angelucci