La vecchia guardia della sinistra italiana continua a vivere nel secolo scorso

La comica “guerra civile” della sinistra italiana

Público.pt

Un osservatore sprovveduto si spaventerebbe di fronte al dibattito sulla legge elettorale presso la Camera dei Deputati italiana. Lasciando da parte le scene “da circo” dei deputati di Beppe Grillo, la discussione si svolge su uno sfondo drammatico – e teatrale. Matteo Renzi, primo ministro e leader del Partito Democratico (PD, centro sinistra), ha sottoposto l’approvazione di alcuni articoli della legge al voto di fiducia del Governo. Ma non è questo che sorprenderà l’osservatore: la disputa non è tra maggioranza e opposizione, o tra sinistra e destra. E’ una “lotta senza quartiere” all’interno dello stesso PD.

Il progetto è stato approvato durante l’assemblea di partito, in cui la corrente renziana domina ampiamente. La minoranza della sinistra e parte della vecchia guardia del PD hanno dunque portato la battaglia sino in Parlamento, dove la posizione del Capo del Governo sembrava essere più vulnerabile. Renzi ha risposto: “Se l’Italicum non passa, il Governo cade”.

L’analista di Repubblica Gianluca Luzi ha spiegato: “La minoranza della sinistra non ha mai digerito la propria sconfitta [alle primarie del 2013, NdT] e considera Renzi un usurpatore. Una sconfitta di Renzi non sarebbe solo un incidente di percorso, ma una dichiarazione di guerra ad opera della minoranza. Era chiaro sin dall’inizio che, per l’opposizione interna del PD, il dibattito sull’Italicum alla Camera è l’ultima occasione per tentare di sottrarre la leadership a Renzi”.

L’esigenza del voto di fiducia è scaturita dall’esigenza del voto segreto. I parlamentari della minoranza non si sono considerati vincolati dalla disciplina di voto. La questione della fiducia ha provocato una tempesta: è stata definita come atto dittatoriale e come una “violenza contro il Parlamento”. L’ex segretario Pier Luigi Bersani è stato più esplicito: “Ciò che è in gioco è la democrazia.”

Sino ad ora, il risultato è stato disastroso per la minoranza. Il Governo ha guadagnato tre voti di fiducia, vincendo con un ampio margine: durante il primo, 352 voti a favore e 207 contrari. Ciò che più contava era la decisione dei deputati del PD, 310 in tutto. Tra i quasi 90 “ribelli”, 38 si sono rifiutati di votare (sono usciti dalla Camera), ma 50 hanno votato sì. La “corrente riformista” che raggruppava i critici si è spezzettata; gli altri voti favorevoli provengono dagli alleati del PD – il Nuovo Centro Destra e i gruppi centristi.

Il voto finale sarà segreto ed è fissato per lunedì [si riferisce a lunedì 04/05/2015: l’articolo è apparso il 03/05/2015, NdT]. Non si prevedono sorprese, ma la battaglia continuerà nella discussione finale al Senato. La legge entrerà in vigore solamente dal 1 Luglio 2016.

 

La riforma elettorale

I disegni della legge elettorale raramente sono pacifici: devono riscuotere un ampio consenso. Nel gennaio 2014, prima di assumere la carica del Governo, Renzi aveva negoziato con Berlusconi sostenendo che un nuovo sistema elettorale avrebbe dovuto trovare consenso nell’opposizione.

Il Cavaliere ruppe il patto lo scorso Febbraio, con il pretesto di un conflitto sull’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto, lasciò cadere la riforma dopo aver perso il controllo del proprio partito, Forza Italia (FI), che attualmente i sondaggi sulle intenzioni di voto collocano intorno al 12%. Forza Italia, un partito strettamente personale, è oggi frantumato. Il centro-destra italiano sta iniziando la propria ricostruzione.

Nel frattempo, Berlusconi ha dato priorità alla ristrutturazione del proprio impero: vuole vendere il Milan e le sue televisioni. I suoi pensieri sono sempre più lontani dalla politica.

Dopo la vittoria alle europee del 2014, Renzi ha fatto delle riforme istituzionali la sua priorità. La prima consiste nella fine del “bipolarismo perfetto”, in cui senatori e deputati hanno le stesse prerogative e danno la fiducia ai Governi. Ciò si è rivelato essere un fattore di paralisi e di oscuri compromessi per le rispettive minoranze, che non sempre coincidono. Il Senato potrà essere trasformato in una Camera delle Regioni.

Il futuro sistema elettorale mira a creare maggioranze più stabili. Basandosi sul sistema proporzionale spagnolo, verrà introdotto un “premio di maggioranza”: un bonus del 15% per la lista (partito o coalizione) vincente che supererà il 40%. Se questa percentuale non dovesse essere raggiunta, le due liste più votate andranno al ballottaggio: il vincitore guadagnerà una maggioranza pari al 53% dei seggi (327 su 617).

Sorgono due critiche. Il nuovo sistema tenderebbe a produrre un “presidenzialismo del primo ministro”, oltre che a consentire ad una minoranza di dominare in Parlamento.

Il principale attore del disegno di legge, il costituzionalista Robert D’Alimonti, rifiuta queste critiche: il nuovo sistema non sarà “presidenziale”, poiché il Parlamento potrà continuare a sfiduciare il Capo del Governo, inoltre il Presidente della Repubblica manterrà le sue attuali prerogative. Quanto alle maggioranze artificiose, ricorda come Blair governò con il 37% dei voti e Cameron con il 36%. Del resto, D’Alimonti evidenzia che il nuovo sistema favorirà un vero modello bipartitario, obbligando il centro-destra a riorganizzarsi nell’era post-Berlusconi.

La minoranza del PD, soprattutto i vecchi dirigenti, teme che la riforma elettorale rafforzi il potere di Renzi. Il politologo Giovanni Orsina, tra i non entusiasti del disegno di legge, osserva: “E’ il male minore (…). Oggi, in Italia, il pericolo di paralisi delle decisioni è molto più prossimo e grave dell’eccesso di autorità e, date le condizioni della drammatica balcanizzazione della politica, le soluzioni alternative avrebbero scarsissime probabilità di attecchire”.

Riassume La Stampa: “Il braccio di ferro tra Renzi e il vecchio gruppo dirigente prosegue, con il rischio di rivelarsi incomprensibile e di mettere in secondo piano il merito delle questioni su cui discutere. E le minoranze interne – confuse e divise – hanno subìto una pesantissima sconfitta”. Così come era accaduto durante il dibattito sulla riforma del lavoro.

 

Nostalgia

“Con questi dirigenti non vinceremo mai”, sosteneva il regista Nanni Moretti in una grande manifestazione nel 2002. E’ una delle condizioni che avrebbero favorito, dieci anni dopo, l’ascesa di Renzi. Nel 2013 la politologa Elisabetta Gualmini, presunta simpatizzante del PD, aveva scritto: “E’ un partito che ha rinunciato ad elaborare un programma per vincere le elezioni, preferendo difendere l’identità interna e i gruppi dirigenti, vecchi e nuovi, che gli sono fedeli”.

“Gli oppositori di Renzi hanno gli occhi rivolti al passato”, sostiene il politologo Luca Ricolfi. “Non amano Renzi ma nel loro cuore pensano che ‘si stava meglio quando si stava peggio’. La loro religione è la nostalgia (…). Possono anche avere ragione, ma il punto chiave è che il mondo è cambiato e di molto. Se Renzi appare invincibile non è per la sua arroganza, vanità o difficoltà di ascolto, ma semplicemente perché l’opposizione è prigioniera del ventesimo secolo e incapace di comprendere che siamo nel ventunesimo.”

Alcuni definiscono il PD come PdR – “Partito di Renzi”. Il punto debole del leader è la solitudine – l’inesistenza di una opposizione forte. Non è minacciato dalla minoranza del PD né dalla destra. Il nemico che realmente egli teme è la crisi economica.

[Articolo originale "A cómica "guerra civil" da esquerda italiana" di Jorge Almeida Fernandes]

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Traduzione di:
Marco PinzutiItalia Marco Pinzuti
Laureato in Informatica e da sempre appassionato di Lingue, soprattutto dello Spagnolo del Siglo de Oro, collabora per le traduzioni dallo Spagnolo, dall'Inglese e dal Portoghese. L'Inglese tecnico lo usa per lavoro.
Revisione di:
Alessandra Cerioli