Il titolo è Ro.Go.Pa.G. : quattro mediometraggi, scritti da Rossellini, Godard, Pasolini e Ugo Gregoretti. In quello di Pasolini, intitolato La Ricotta, un regista, interpretato da Orson Welles, gira un film sulla Passione di Cristo nella periferia romana, tra campi, rovine e case popolari. In un lungo primo piano recita una poesia: «Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i miei fratelli.»

Pasolini, rose e spine

Libération

Il titolo è Ro.Go.Pa.G. : quattro mediometraggi, scritti da Rossellini, Godard, Pasolini e Ugo Gregoretti. In quello di Pasolini, intitolato La Ricotta, un regista, interpretato da Orson Welles, gira un film sulla Passione di Cristo nella periferia romana, tra campi, rovine e case popolari. In un lungo primo piano recita una poesia: «Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i miei fratelli.»

Friulano. L’anno seguente (1964) Pasolini inserirà questo brano nella sua raccolta Poesia in forma di rosa – come per suggerire che la poesia ha un ruolo fondamentale nella sua produzione, è il filo rosso che unisce tutte le sue opere indipendentemente dal linguaggio usato, il cinema (aveva già realizzato Accattone e Mamma Roma), il romanzo, il saggio… La raccolta esce durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo, premio speciale della giuria a Venezia, gran premio dell’Ufficio cattolico del cinema – assegnati ad un regista «marxista» che per il film La Ricotta, accusato di blasfemia, qualche mese prima era stato condannato a quattro mesi di reclusione con sospensione condizionale per «vilipendio alla religione di Stato». Con questo film, e con quelli che seguiranno – Edipo Re, Teorema, Porcile, Medea… -, Pasolini otterrà una fama internazionale. In Italia invece è già noto come poeta e  scrittore: Ragazzi di vita (1958) e Una vita violenta (1961), raccontando il sottoproletariato, la periferia romana, la miseria, la prostituzione di giovani ragazzi, la delinquenza, la «purità», fanno scandalo ma rappresentano allo stesso tempo una rivoluzione letteraria.

Tra il 1942, anno della pubblicazione di Poesia a Casarsa, e il 1954, anno de La nuova gioventù, Pasolini è riconosciuto all’unanimità come il letterato che ha rilanciato in Italia la poesia in dialetto: scritti in friulano (il Friuli è la terra d’origine di sua madre, Susanna), i suoi poemi descrivono una comunità e paesaggi in cui l’oscurità e il male non sono ancora penetrati, in cui la morte e la corruzione sono solo lontani presagi e lasciano sopravvivere, fragili, la serenità e l’innocenza. Più tardi, questa terra-madre arcaica diverrà mito, richiamo di un passato o di un altrove lontano dalla modernità che Pasolini cercherà nell’hinterland romano, in India, in Guinea, nello Yemen, in Cappadocia e, nel cinema, nel Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte. Nel frattempo il male, lo scandalo, la violenza e l’umiliazione lo travolgono. Guido, suo fratello minore, viene ucciso da una milizia di partigiani mentre lo stesso Pasolini, nell’immediato dopoguerra, è coinvolto in una sporca faccenda che culminerà con un processo per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico.

Guardato con odio in quanto omosessuale, espulso dal Partito Comunista, sospeso dal suo incarico di insegnante, Pasolini lascia il Friuli con sua madre. La ferita non guarirà mai. A Roma, Pasolini si cimenta in mille lavori di scrittura e di editoria, conosce Montale, Gadda, Moravia e Fellini, col quale scrive alcune scene delle Notti di Cabiria e de La Dolce Vita – prima di «sfondare» come scrittore e regista, oltre che linguista, storico della letteratura, critico, giornalista politico, intellettuale «corsaro». Nel 1957 torna alla poesia con Le Ceneri di Gramsci che, scritto in italiano e non più in dialetto, «lo pone al centro della scena politica», e, nel 1964, con Poesia in forma di rosa.

Vita- passione. Forse più che altrove, scrive René de Ceccatty, nella sua raccolta Pasolini unisce «l’esperienza individuale e la creazione poetica, inserendole entrambe in un più ampio raggio di riflessione politica e linguistica». Si manifesta qui ciò che il poeta definisce la sua «disperata vitalità», uno slancio che lo spinge verso una sacralizzazione della realtà e che in certi momenti placa quell’intensa sensazione di essere «diverso», esposto ai pericoli e al «dolore selvaggio dell’essere umano», tormentato da un passato che non passa o che si spegne nella grigia modernità della «borghesia», ossessionato da visioni che, alla luce delle circostanze del suo assassinio sulla spiaggia di Ostia la notte tra il 1 e il 2 novembre 1975, risultano essere premonitrici: «Sono come un gatto bruciato vivo, / pestato dal copertone di un autotreno, / impiccato da ragazzi a un fico…» Questi poemi di rose e di spine sono commoventi. In uno di essi, Supplica a mia madre, si legge forse il senso della vita-passione di Pier Paolo Pasolini: «Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. / Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere: / è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. / Sei insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data. / E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame / d’amore, dell’amore di corpi senz’anima. / Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù.»

[Articolo originale "Pasolini, roses et épines" di Robert Maggiori]

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Traduzione di:
Valentina VendittiItalia Valentina Venditti
Laureata in lingue, sto terminando la specializzazione in Letterature Comparate. Collaboro con italiadallestero perché condivido a pieno il progetto per un’informazione più libera e completa. Traduco dal francese e dall'inglese. valentina.venditti2@gmail.com
Revisione di:
Gaia Restivo