Le aziende guardano all’estero, in cerca di clienti e di salvezza

I piccoli produttori alimentari italiani: esportare o morire

The Economist

Le aziende guardano all’estero, in cerca di clienti e di salvezza

Ci vogliono due giorni per fare un panettone, il soffice dolce a forma di cupola cosparso di frutta candita che gli italiani mangiano in questo periodo dell’anno, spiega Gianluca Corsini, quality manager presso la Corsini Biscotti. Fondata nel 1921 nella cittadina toscana di Castel del Piano, l’azienda di prodotti da forno a conduzione famigliare gode di un fatturato annuo di 14 milioni di euro, nessun debito ed una crescita costante.

Il tutto, a dispetto della prolungata fase di decrescita del Paese, durante la quale il mercato interno è crollato mentre il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli record. La spesa media mensile per famiglia è passata da 129 € a 2,359 € tra il 2011 ed il 2013. Le piccole imprese, spesso a conduzione famigliare, che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana sono state colpite piuttosto duramente: tra il 2008 e la prima metà del 2014, un quinto di esse ha dichiarato bancarotta, è stata sottoposta ad amministrazione controllata o ha chiuso i battenti di propria volontà.

Una delle ragioni principali per cui così tante imprese sono finite con le spalle al muro è che sono troppo concentrate sul mercato domestico. Le aziende italiane, indipendentemente dalle dimensioni, hanno meno probabilità di esportare rispetto a quelle tedesche o spagnole, stando a quanto dichiarato da un recente studio della SACE, l’agenzia ufficiale italiana di credito all’esportazione. La cucina italiana è rinomata in tutto il mondo, ma gli innumerevoli piccoli produttori alimentari del Paese ottengono solo un briciolo di questo vasto mercato globale: la quota della produzione alimentare italiana destinata alle esportazioni è minore rispetto a quelle di Francia e Germania.

I piccoli produttori di cibo che sono sopravvissuti alla crisi sono spesso quelli che, come Corsini, erano già presenti sui mercati esteri, e si erano già impegnati duramente per aumentare le esportazioni. Compiendo un passo audace per un’azienda delle sue dimensioni, la Corsini ha assunto un direttore vendite a Londra per rinsaldare il mercato inglese, in cui i suoi prodotti erano già venduti nei supermercati Sainsbury. La scelta ha pagato: sono ora reperibili anche nei punti vendita Harrods, Selfridges e Lakeland, e la Gran Bretagna rappresenta oggi un quarto del fatturato di Corsini.

Altre grandi economie dell’Europa occidentale vantano un mercato alimentare più solido, ed ognuna di esse possiede almeno una catena di grandi supermercati con vaste reti di filiali al di fuori del proprio Paese, come Tesco (Gran Bretagna), Aldi (Germania), Carrefour (France) e Dia (Spagna). I piccoli produttori alimentari accusano questi colossi di condurre negoziazioni spietate, ma la loro crescita e diffusione è indicativa del fatto che i produttori debbano trattare solo con un numero limitato di clienti, e che quei commercianti spesso esportino per loro, immagazzinando i loro prodotti in filiali estere.

L’Italia, invece, non possiede un distributore alimentare globale della stessa stazza, ed il suo mercato interno è frammentato: persino le catene a diffusione nazionale spesso stoccano prodotti diversi in regioni diverse, in base alle scelte degli addetti agli acquisti del luogo.

Eataly, una catena internazionale di specialità gastronomiche in rapida crescita, sta portando prodotti alimentari di produzione italiana ad un pubblico internazionale più ampio; ma si tratta comunque di una fetta ristretta.

Per i produttori italiani di cibo, entrare nelle più grandi catene europee di supermercati è ancora più difficile adesso di quanto non fosse prima che la crisi si abbattesse sull’eurozona. Grandi discount come Aldi e Lidl, che offrono solo una gamma limitata di prodotti, la maggior parte dei quali sotto la propria etichetta, si sono appropriati col tempo di fette di mercato appartenenti ad alimentari tradizionali, i quali offrono una maggiore varietà, inclusi molti prodotti che portano i marchi dei produttori. Corsini ha razionalizzato la propria offerta, così da non dover sostenere troppe linee di produzione. Ai supermercati fornisce alcuni prodotti su cui apporre il proprio marchio; un affare che frutta poco, ma che si rivela spesso un punto d’inizio per vendere un giorno a quegli stessi distributori beni col proprio marchio.

Corsini ha inoltre adattato le proprie ricette tradizionali per incontrare i gusti dei grandi clienti stranieri. Realizza un panettone all’arancia e mirtillo rosso che Sainsbury vende sotto il proprio marchio, e cantuccini insolitamente grandi per Starbucks, – impensabili in Italia, ma perfetti per le tazze extra-large tipiche della catena Americana di caffetterie. Altre aziende alimentari italiane fanno lo stesso: Barilla, una grande impresa famosa per la sua pasta, ha appena lanciato una linea di piatti pronti modificati per il mercato cinese, dove il gradimento per le pietanze italiane sta crescendo. Le esportazioni italiane di vino sono salite al 42% dal 2008, a quota 3 miliardi di euro, in parte grazie alla crescente popolarità del suo prosecco. In termini di volume di vendita, il prosecco oggi sorpassa lo champagne francese in tutto il mondo.

Le reti d’impresa stanno aiutando le piccole aziende a raggiungere nuovi clienti, permettendo loro di mettere in condivisione risorse quali le ricerche di mercato, la formazione e gli acquisti. L’Italia vanta una lunga tradizione di co-operazione informale tra gruppi di imprese che operano nello stesso settore, ma una legge del 2009 ha semplificato la procedura per ufficializzare tale collaborazione per contratto. Da allora, secondo uno studio condotto dalla banca Intesa San Paolo, le aziende che hanno abbracciato accordi di questo tipo hanno avuto un rendimento migliore rispetto a quelle che non lo hanno fatto, in più di un ambito. Quasi un quarto delle microaziende (il cui fatturato, cioè, non supera i 2 milioni di euro) che fanno parte di una rete esportano all’estero, contro solo il 12% di quelle che ne fanno parte.

Mentre i piccoli produttori alimentari sono alla ricerca di nuovi mercati al di là delle coste italiane, gli investitori stranieri hanno cominciato a comprendere il loro potenziale. Bright Food, un’azienda statale cinese che controlla la Weetabix in Gran Bretagna, ha recentemente acquistato una quota di controllo del gruppo Salov, che produce l’olio d’oliva a marchio Sagra e Filippo Berio. Nel corso del 2014, Ebro, una compagnia alimentare spagnola, ha acquistato il 52% del Pastificio Lucio Garofalo, produttore di pasta. Idea Capital, un’azienda italiana non quotata in borsa, ha lanciato il fondo “Taste of Italy”, che pare stia richiamando l’attenzione di investitori americani ed europei. Oltre quattro quinti delle aziende alimentari italiane sono a conduzione famigliare e con fatturati annui che non raggiungono i 10 milioni di euro. Con il mercato interno ancora in fase di stallo, un ricco panettiere straniero potrebbe essere proprio ciò di cui hanno bisogno.

 

[Articolo originale "Italy’s small food-makers: Export or die" di The Economist]

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Traduzione di:
Noemi AlemanniItalia Noemi Alemanni
24 anni e tanta voglia di fare. Sono laureata in lingue straniere e ho una passione smisurata per la letteratura ed il giornalismo. Spero di riuscire a coniugare le due cose come traduttrice. Nel frattempo, continuo a studiare: con le lingue non si finisce mai! noemi.alemanni@gmail.com
Revisione di:
Gaia Restivo