Il governo italiano, per paura di una deflazione, chiede l'acquisto di titoli di Stato da parte della BCE. Ma dovrebbe informarsi meglio.

L’Italia e la BCE

Frankfurter Allgemeine Zeitung

Politici, economisti e media della Banca Centrale Europea fanno pressione per ottenere il prossimo intervento del magico forziere politico, un voluminoso acquisto di titoli di Stato. I funzionari della BCE chiamano questa espansione della massa monetaria “Quantitive Easing” o semplicemente “QE”. In Italia si dà per scontato che questa mossa possa finalmente far uscire il paese dalla crisi economica. Ma l’Italia è proprio il classico esempio che il “QE” possa anche non avere effetto. Le motivazioni in primo piano sono la deflazione e le sue dannose conseguenze. Tuttavia se anche i singoli prezzi diminuiscono o si registra un incremento dell’inflazione, non significa che l’Italia sia già bloccata nella deflazione – cioè che i consumatori posticipino le proprie scelte di acquisto, in attesa di un calo dei prezzi nei mesi seguenti. Impossibile trovare traccia di questi calcoli, anche per gli acquisti più importanti, come quello di un’auto. Le statistiche registrano a questo proposito addirittura un timido aumento delle nuove immatricolazioni. Il fatto che nei centri commerciali italiani si rilevi un calo del prezzo degli shampoo di marca rispetto all’indice dei prezzi tedeschi, non è un segnale di deflazione, ma di recupero della spesa a beneficio dei consumatori. L’Italia ha accumulato alla fine un aumento dei prezzi di 12 punti percentuali dall’inizio dell’Unione Monetaria nel 1998, rispetto la Germania, a causa della mancanza di liberalizzazione del mercato del lavoro e di un apparato commerciale costoso ed inefficiente.

L’assenza di inflazione ostacola gli investimenti

Un altro argomento a favore di un’ulteriore espansione dell’offerta di moneta sono le contrazioni dei volumi del credito bancario. Ma nessuna banca si lamenta di un inadeguato apporto di liquidità. Ciò che manca sono clienti solidi. Il mercato italiano per i crediti aziendali può essere diviso in tre settori: ci sono in primo luogo le società in crisi che desiderano prolungare la loro malattia cronica a spese della banca. In secondo luogo, ci sono aziende vitali e meritevoli di credito che non vogliono investire a causa della insoddisfacente capacità produttiva e di previsioni di crescita pessimistiche. E in terzo luogo, ci sono una serie di società Export di successo, ma che non hanno quasi bisogno di un prestito bancario. Un ulteriore accredito di denaro non modificherà la loro situazione. L’Italia obietta che l’assenza di inflazione disturba il calcolo degli investimenti delle imprese. “Abbiamo il diritto ad almeno il due per cento di inflazione!”, dice uno dei principali commentatori economici. Ma davvero mancano solo questi due punti percentuali di inflazione sul calcolo degli investimenti? Con il tasso di inflazione basso, le aziende dovranno anche sperimentare un record minimo dei tassi di interesse sui prestiti. In precedenza, sono stati costretti più volte a generare tassi nominali e hanno investito in ogni caso. Ma oggi gli imprenditori italiani a quanto pare non solo risentono della competizione globale, ma di molti altri ostacoli che hanno molto più peso del due per cento di inflazione che manca: l’elevata pressione fiscale, perdite di tempo create dalla confusione delle responsabilità dei burocrati, l’incertezza giuridica causata da decenni di ritardi nelle cause civili, la lotta di classe e l’atteggiamento ostile alla produttività di molti rappresentanti sindacali.

Il concetto di stabilità del Nord Europa ha salvato l’Italia

Un programma di “quantitative easing” non risolverà questi problemi. In passato, però, l’Italia aveva proprio tentato di coprire la mancanza di riforme strutturali mediante una politica fiscale e monetaria più attiva. Il metodo italiano di espansione monetaria consisteva fino ai primi anni novanta nel chiedere che le banche, fin dall’inizio, finanziassero in anticipo il 14 per cento di tutta la spesa pubblica approvata in contanti e anche che si assumessero tutti i titoli di Stato invenduti al prezzo desiderato dagli investitori. Come siano andati a finire questi tentativi, lo indicano i dati economici storici: fino al 20 per cento di inflazione e – a seguito dell’alleggerimento dell’indebitamento – il raddoppio del debito pubblico fino al 120 per cento in poco più di un decennio. I rappresentanti italiani nei negoziati per il Trattato di Maastricht, tra cui Mario Draghi, dunque, erano disposti ad accettare per l’unione monetaria un cambiamento dei principi. Alla fine abusi e eccessive politiche fiscali e monetarie non avevano portato alcun beneficio all’Italia, al contrario, il paese ha avuto bisogno di un’ancora di salvataggio sotto forma di euro, garantita grazie al concetto nordeuropeo di stabilità. Ma l’euro dove troverà la sua ancora di salvezza se il “QE” fa crescere ancora una volta il dubbio sulla stabilità? Forse non basterà un piccolo aumento di prezzi. Anche se gli sforzi della Banca Centrale Europea riuscissero un giorno a lanciare il tasso di inflazione alle stelle, l’Italia sicuramente non potrebbe più finanziarsi con tassi di interesse del 1,7 per cento per i titoli di Stato decennali. Con la sua montagna di debiti, l’Italia è sull’orlo del precipizio.

[Articolo originale "Italien und EZB" di Tobias Piller]

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Traduzione di:
Claudia MarruccelliItalia Claudia Marruccelli
Laureata in lingue, traduce e collabora con IDE dal tedesco e dal francese, affinchè la libera informazione e la cultura non vengano sommerse dalle politiche distruttive
Revisione di:
Valeria Lucchesi