«Gabriele d'Annunzio o il romanzo della Belle Epoque» di Dominque Lormier

Lo scrittore Gabriele d’Annunzio resuscitato in un romanzo storico

Slate

«Gabriele d’Annunzio o il romanzo della Belle Epoque» di Dominque Lormier

Un romanzo biografico riccamente documentato in cui traspare l’ammirazione di Dominique Lormier per il suo eroe.

Facendo rivivere lo scrittore italiano Gabriele D’Annunzio (1863-1938) il libro di Dominique Lormier si legge tutto d’un fiato; è un «io» che si segue senza fatica e senza distanza. I capitoli si succedono sul filo di un discorso al servizio del suo eroe, un discorso poggiato su una citazione iniziale di Marguerite Yourcenar che loda il più grande degli artisti. Il «poeta dell’esilio» nato a Pescara fa qui il suo elogio, racconta la sua vita amorosa fatta di conquiste innumerevoli e talora improbabili, parla dei suoi testi che esalta e di cui gli piace rievocare le origini, racconta e giustifica le sue posizioni politiche fin dopo la Prima Guerra Mondiale alla quale partecipa come soldato e da cui ritorna cieco.

Francofilo dichiarato considera la Francia la sua «seconda patria»; gusta il piacere di esser tradotto  ancora in vita dal talento di Georges Hérelle e André Doderet; vi soggiorna felicemente (a Parigi, a Bordeaux, a Arcachon) malgrado sia perennemente indebitato a causa di un tenore di vita elevato che però gli consente anche di frequentare da mondano tutta l’élite culturale dell’epoca da cui è ampiamente onorato (il conte Robert de Monesquiou, Anna de Noailles, Romain Rolland, Paul Valéry, Pierre Loti, Anatole France, Ida Rubinstein, Romaine Brooks, Jean Cocteau etc.). Con Maurice Barrés, al quale dedica Il Martirio di San Sebastiano, D’Annunzio stringe una profonda amicizia; la vigilia della sua partenza per l’Italia, il 3 maggio 1915, gli scrive:«Il verde e il blu delle nostre bandiere diventano un solo colore nella sera che cade… Lo stesso soffio passa sotto i nostri archi di trionfo e sotto il vostro. Noi avevamo due patrie e questa sera ne abbiamo una sola che va dalle Fiandre al mare di Sicilia.» L’idea della patria è cara a questo aristocratico nemico di ogni conservatorismo, che passò politicamente dalla destra alla sinistra, presentandosi alle elezioni legislative del 1897 come «candidato della bellezza» e in qualità di rappresentante degli agricoltori e dei pescatori d’Abruzzo.

Il poeta romanziere sa catturare molto presto la bellezza dei paesaggi italiani (risvegliare la bellezza della terra piana dell’Italia della Belle Époque) e francesi (cantare le Lande dalle tradizioni ancestrali simili a quelle della sua provincia natìa) di cui si nutre. Ammiratore di Richard Wagner esalta il sentimento potente della vita che abitualmente si attribuisce a Nietzsche, il quale segna con la sua influenza i testi dannunziani, in particolare “Il fuoco” pubblicato nel 1900: il superuomo è l’artista che declama la sua vittoria estetica sul mondo. Tuttavia, come faceva notare Benedetto Croce, «lo scrittore era nietzschiano per temperamento molto più che per filosofia». Volontà e voluttà rimavano sotto la sua penna infuocata. Il dannunzianesimo era un estetismo che aveva l’azione come fine e nobilitava l’uomo: «È lo stesso inno perpetuo alla bellezza, la stessa ricerca avida di sensazioni rare, la stessa esaltazione di ogni forza dell’individuo». Era anche un misticismo che intendeva afferrare i segreti della materia e superare il corpo per vivificare lo spirito, per realizzare l’unione intima dell’arte con la vita; era la rottura con lo spirito borghese, moderno, che privilegia la materialità e la sua bassezza commerciale; era rinnovare con la grandezza passata dell’Antica Roma, con la vera tradizione imperiale. La guerra dava allo scrittore l’occasione di misurarsi con la realtà: il «pericolo è l’asse della vita sublime».

Il redivivo D’Annunzio sottolineava il suo ruolo nell’intervento dell’Italia – che difese fino in fondo, amareggiato dal fatto che le potenze amiche fossero ingiuste verso di essa – al fianco degli Alleati, soprattutto con il Discorso di Quarto composto nel 1915. Lui, l’aviatore, il combattente, occupava Fiume nel 1919 con le sue truppe e scriveva – insieme ad Alceste De Ambris – una Costitituzione per la popolazione di lingua italiana che dichiarava l’uguaglianza di tutti senza distinzioni di sorta, che  passò per utopica quando invece era rivoluzionaria e secondo lui obbediva ad un ideale libertario; era la volontà di inventare, per realizzarlo, «l’uomo integrale».

Lo scrittore e guerriero è magnificato in ogni riga di questo romanzo storico costruito con l’ausilio degli archivi italiani e francesi. Non c’è alcuna traccia del nazionalismo esasperato non estraneo al fascismo che numerosi suoi compatrioti non gli perdoneranno. Il Gabriele D’Annunzio di Dominique Lormier è colui che rifiutò il regime mussoliniano pagando con l’esilio sulle rive del Lago di Garda nella sua casa del Vittoriale; è colui che disprezzava Hitler e che non volle un’alleanza tra il suo paese e la Germania.

[Articolo originale "L'écrivain Gabriele d'Annunzio ressuscité dans un roman historique" di Cécile Voisset-Veysseyre]

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Traduzione di:
Roberto SimoneItalia Roberto Simone
Sono laureato in fisica, quindi mi sono riciclato come programmatore ed oggi faccio il consulente informatico a Milano. Ma sono e resto salentino. Credo che compito dell'Informazione sia controllare il potere in tutte le sue forme e non vezzeggiarlo. E credo che senza Informazione non ci sia Democrazia. Traduco dal francese
Revisione di:
Gaia Restivo