Le divisioni del sinodo voluto da papa Francesco riflettono le perplessità e i difficili tentativi di apertura a temi delicati di una popolazione che troppo facilmente viene classificata come tradizionalista.

Sinodo: l’Italia tra tradizione e innovazione

Le Nouvel Observateur

Le divisioni del sinodo voluto da papa Francesco riflettono le perplessità e i difficili tentativi di apertura a temi delicati di una popolazione che troppo facilmente viene classificata come tradizionalista.

“Strana coincidenza”, si sono detti gli italiani sabato 18 ottobre quando, mentre da una parte il sinodo dei vescovi riuniti in Vaticano si spaccava in due sul tema della comunione ai divorziati e sui matrimoni gay, dall’altra, sul colle capitolino, il sindaco di Roma, il chirurgo cattolico Ignazio Marino, registrava ufficialmente per la prima volta 16 matrimoni omosessuali celebrati all’estero.

Applausi convinti e critiche pungenti si alternano. Tanto da far girare la testa.

Ma l’impressione generale è che le divisioni del sinodo riflettono in un certo modo le perplessità e i difficili tentativi di apertura a temi delicati di una popolazione che troppo facilmente viene classificata come tradizionalista. Perché il mondo cambia e l’Italia, che ha un certo ritardo ad avanzare sul tema dei diritti civili, è pronta a fare passi da gigante.

Innovazione

I sondaggi confermano quest’analisi. Quello del “Corriere della Sera” di lunedì per esempio: il 53% degli intervistati sostiene che va chiamata “famiglia” qualsiasi “coppia che ha legami di affetto e che desidera trascorrere la vita insieme”, mentre solo il 18% sostiene a gran voce che una famiglia è “composta da un uomo e da una donna sposati”.

Ancora più significativa la risposta alla domanda sulla “Chiesa che si sta interrogando sulla comunione ai divorziati”: l’84% si dice “abbastanza” o “totalmente a favore”, mentre il 56% sostiene chiaramente che l’Italia ha un “legislazione arretrata in materia di unioni omosessuali”.

Un’evoluzione è dunque in atto ed è dimostrata dalla concomitanza di due eventi che hanno coinvolto allo stesso tempo il potere spirituale ed il potere temporale.

“È come se papa Francesco e il sindaco di Roma si fossero dati la mano”, sintetizza un giornalaio di Trastevere, quartiere a metà strada tra il Vaticano ed il Campidoglio.

Il sinodo sulla famiglia ha fatto anche capire alla popolazione che se il papa argentino seduce senza riserve le masse dei laici, qualche difficoltà in più a farsi approvare ce l’ha con il popolo dei credenti, la Curia, l’episcopato e il clero in generale. Che un arcivescovo importante come il cardinale di Bologna, Caffara, abbia scritto con altri quattro un libro diabolico che è una critica diretta alle aperture liturgiche e pratiche del vicario di Cristo (“Restare nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesta cattolica”) la dice lunga sulla sofferenza, la rabbia e il desiderio di vendetta maturati in una parte della Chiesa.

Una minoranza, sicuramente.

Non sorprende che qualche giornalista italiano evochi il rischio di scissione nella Chiesa, con gli innovatori da un lato e dall’altro i tradizionalisti. I primi sotto la protezione del papa argentino. I secondi sotto la protezione del papa emerito Joseph Ratzinger, che continua a vivere in Vaticano dove riceve gli oppositori.

Lungi dal sottovalutare Ratzinger, il grande teologo, il papa dimissionario, che continua a sostenere con lealtà il suo successore e ad influenzarlo quanto meno sul piano dottrinale. “Non ci sarà più una guerra tra papi”, sintetizzerà un articolo della “Repubblica”.

Ma un episodio riportato da un diacono anonimo su Radio3 resta significativo della percezione che il clero ha del suo pontefice. Il diacono era stato invitato dal suo vescovo a Santa Marta, residenza di Francesco, e racconta: “Era ora di colazione, il Santo pontefice è entrato nella sala da pranzo collettiva, con l’abituale cartella in mano. Nessuno si è alzato per andargli incontro. E si è versato da solo il caffè bollente, dopo aver preso una brioche dal buffet”. Il nostro diacono è rimasto colpito da un lato dalla banalizzazione del pontefice, dall’altro dall’indifferenza mostratagli dal clero presente, una quindicina tra preti, vescovi e diaconi.

“Questo sinodo segna una svolta”, sostiene comunque Donatella, titolare di un negozio di gioielli vicino alla fontana di Trevi a Roma e cattolica praticante. Secondo lei, papa Francesco ha capito finalmente che non si comanda un’organizzazione complessa come la Chiesa a colpi di annunci e iniziative shock che sconvolgono il mondo. E che arriva un momento in cui bisogna imparare a scendere a compromessi con quegli organismi intermedi come la Curia, le diocesi e le parrocchie. “Cambiando il linguaggio e andandoci piano”, aggiunge. Questo momento sembra sia arrivato alla fine del sinodo, quando Francesco ha evitato di lanciare avvertimenti a chiunque. E si è aperto a quelli che, anche se in minoranza tra i religiosi, non la pensano come lui.

 

[Articolo originale "Synode : l'Italie tiraillée entre tradition et évolution" di Marcelle Padovani]

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Traduzione di:
Valentina VendittiItalia Valentina Venditti
Laureata in lingue, sto terminando la specializzazione in Letterature Comparate. Collaboro con italiadallestero perché condivido a pieno il progetto per un’informazione più libera e completa. Traduco dal francese e dall'inglese. valentina.venditti2@gmail.com
Revisione di:
Gaia Restivo