ROMA - A Napoli, i manifestanti hanno bloccato il traffico. A Padova, Pisa e Milano, si sono scontrati con la polizia. Qui, hanno lanciato uova contro gli edifici del parlamento e si sono arrampicati in cima al Colosseo per srotolare uno striscione di protesta.

Test per il Premier, gli italiani protestano contro il progetto per allentare le leggi sul lavoro

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ROMA – A Napoli, i manifestanti hanno bloccato il traffico. A Padova, Pisa e Milano, si sono scontrati con la polizia. Qui, hanno lanciato uova contro gli edifici del parlamento e si sono arrampicati in cima al Colosseo per srotolare uno striscione di protesta.

Sebbene i motivi per lamentarsi siano molteplici, ciò che ha spinto gli Italiani a scendere in piazza a decine di migliaia nelle scorse settimane è stato principalmente l’accenno ad una modifica alle leggi che regolano il lavoro, che – tra le altre cose – permetterebbe alle imprese di sbarazzarsi più facilmente dei propri dipendenti.

Poco importa che la legge, nota come Jobs Act, debba ancora essere scritta per intero, o che molti economisti non la ritengano adatta a risolvere i problemi dell’economia italiana, che continua ad avanzare a fatica nella recessione.

Martedì, dopo settimane di proteste che sono diventate esemplificative degli ostacoli incontrati dal Premier Matteo Renzi, i legislatori stavano già considerando l’idea di annacquare la proposta di legge.

“Il Jobs Act istituzionalizza la precarietà costante con cui conviviamo da tempo in Italia,” ha detto Cristian Sica, 37 anni, il quale lavora con un contratto a progetto per un Ministero e si è unito al sit-in contro il progetto di legge tenutosi lo scorso mese di fronte al Parlamento.

I diritti e le tutele dei lavoratori dovrebbero essere ampliati, non limitati, ha detto, ripetendo un ritornello comune. “Siamo una generazione di precari, nel lavoro e, soprattutto, nella vita,” ha aggiunto.

Renzi, 39 anni, ha assunto la carica a febbraio, promettendo di dare una scossa allo sclerotico sistema italiano e di guardare oltre gli interessi forti, compresi quelli del suo partito di centro-sinistra, Il Partito Democratico, e dei potenti sindacati che da sempre ne sono il sostegno.

Il Premier subisce ora pressioni da diversi fronti affinché dimostri di essere in grado di mantenere la promessa di un cambiamento, non ultimo dai suoi partner dell’Eurozona, ansiosi di vedere progressi, mentre Renzi chiede flessibilità per i limiti di budget dell’Italia fissati da Brussels.

Ma in un Paese che l’articolo 1 della Costituzione definisce una Repubblica “fondata sul lavoro”, limitare le tutele dei lavoratori non è cosa da prendere alla leggera. È significativo che molti degli oppositori di Renzi siano giovani.

Questi si dicono particolarmente scettici circa la possibilità che i cambiamenti proposti portino effettivamente più posti di lavoro – tante sono le riforme che hanno già fallito in tal senso. Piuttosto, i giovani chiedono le stesse garanzie già ottenute dai loro genitori; garanzie che non è ancora chiaro se l’Italia possa permettersi o meno.

“Non fa altro che distruggere i diritti dei lavoratori a tempo indeterminato, senza garantirne a chi versa in condizioni lavorative precarie,” ha detto Francesco Raparelli, 36 anni, uno dei coordinatori dello sciopero nazionale di venerdì scorso ad opera di migliaia di lavoratori a tempo determinato.

Il Premier sostiene che un cambiamento in favore di un mercato del lavoro più flessibile gioverebbe in particolar modo ai giovani, poiché creerebbe nuovi posti di lavoro e permetterebbe all’economia italiana di ricominciare a muoversi.

Circa il 43% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni sono disoccupati. Renzi ha anche detto che il Jobs Act contribuirebbe a risolvere il problema di quella che è diventata una forza-lavoro a due livelli in Italia. I dipendenti a tempo indeterminato, saldamente protetti e perlopiù in là con gli anni, sono tutto tranne che inamovibili, e mantengono la garanzia di abbondanti pensioni e benefici pensionistici.

Dietro di loro c’è un’ondata di lavoratori, in maggioranza giovanissimi, che tirano avanti con contratti temporanei, di solito sotto-pagati, con benefici ridotti se non inesistenti.

Renzi spinge per norme lavorative più flessibili per semplificare assunzioni e licenziamenti, così che gli imprenditori si sentano più sicuri nell’assumere un maggior numero di dipendenti a tempo indeterminato.

L’attuale statuto dei lavoratori fu scritto nel 1970. Sebbene sia stato modificato nel 2012 allo scopo di rendere più facile il licenziamento di impiegati a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti –  in caso di difficoltà economiche, ad esempio – Renzi sostiene che sia ancora datato.

“È come prendere in mano un iPhone e chiedersi, ‘Dove lo metto il gettone’?” ha detto nel corso di un recente raduno a Firenze, con quei suoi tipici modi spiccioli che lo hanno reso popolare tra milioni di italiani desiderosi di cambiamento.

Ma il dibattito sulla flessibilità del lavoro ha travolto pure altre parti della proposta di Renzi, che include anche l’accesso graduale al trattamento di fine rapporto, l’apprendistato lavorativo, contratti semplificati e l’estensione del sussidio di disoccupazione a tanti che al momento non ne ricevono.

“Al centro del Jobs Act c’è l’idea di spostare la tutela dal lavoro all’individuo, proteggendo le transizioni,” ha affermato Stefano Sacchi, studioso di scienze politiche presso l’Università di Milano, che ha aiutato a stendere la bozza del provvedimento e lavora come consulente per il Ministero del Lavoro.

I critici delle nuove misure dicono che non faranno altro che erodere ulteriormente le tutele dei lavoratori, senza incidere poi troppo sulla creazione di nuovi posti di lavoro.

“È un piano, a fronte di questa crisi, elaborato dai veri poteri – banche e finanza – che hanno deciso di cancellare i diritti e le libertà dei lavoratori sanciti dalle conquiste” del 1970, ha detto Giorgio Cremaschi, ex leader sindacale.

Altri, compresi alcuni economisti e leader d’impresa, sostengono che semplificare i licenziamenti non sia “la giusta ricetta” per incentivare la ripresa economica dell’Italia. Anche i capitani d’industria che sostengono gli sforzi di Renzi dicono che stimolare l’economia richieda un approccio decisamente più multidirezionale.

Il che includerebbe ridurre i costi del lavoro, ristrutturare un sistema giudiziario in cui i procedimenti rimangono impantanati per anni, e semplificare drasticamente la burcrazia per questioni quali i permessi.

“Si deve cominciare dal concetto che qui deve essere possibile fare affari; è qui che deve avvenire il cambiamento,” ha detto Marco Gay, presidente di Confindustria, un’organizzazione industriale nazionale per giovani imprenditori.

“Un’attività può andare male o avere successo, ma si deve dare ad un’azienda la possibilità di nascere,” ha detto.

Elisabetta Addis, professoressa di economia all’Università di Sassari, ha affermato che il dibattito sulle leggi sul lavoro è diventato “più politico che economico.” Nonostante i tumulti sulle strade e in Parlamento, l’effetto finirà probabilmente coll’essere trascurabile.

“Il dibattito sulla reintegrazione del lavoro non avrà effetto alcuno sul mercato del lavoro,” ha detto, “Quindi Renzi non ha motivo di presentarlo come una strada per nuovi posti di lavoro, né i sindacati di farne una questione di principio.”

“Non è a causa delle leggi sul lavoro che la gente non assume, ma è perché non c’è domanda, né interna né esterna,” ha aggiunto. “Le aziende non vendono, e se non cambia questo, sarà difficile per l’economia riprendersi.”

Resta inoltre da vedere che forma il governo darà ai cambiamenti in questione. Fino a quando non saranno specificate le norme, è impossibile prevedere quali saranno i risultati.

“Prima di determinare in che modo possa influire sul mercato del lavoro, vediamo che forma assumerà la legge,” ha detto Stefano Scarpetta, direttore del dipartimento delLavoroe dellePolitiche Sociali pressol’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Nel frattempo, le proteste probabilmente continueranno. La Confederazione Generale Italiana del Lavoro, un’organizzazione sindacale particolarmente combattiva, che ha radunato circa un milione di persone in una manifestazione a Roma lo scorso ottobre, ha in programma uno sciopero generale per la giornata del 5 dicembre.

 

[Articolo originale "In Test for Premier, Italians Rally Against Plan to Relax Labor Rules" di Elisabetta Povoledo]

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Traduzione di:
Noemi AlemanniItalia Noemi Alemanni
24 anni e tanta voglia di fare. Sono laureata in lingue straniere e ho una passione smisurata per la letteratura ed il giornalismo. Spero di riuscire a coniugare le due cose come traduttrice. Nel frattempo, continuo a studiare: con le lingue non si finisce mai! noemi.alemanni@gmail.com
Revisione di:
Federico Giusfredi