In Egitto e in Libia i trafficanti di esseri umani eludono la giustizia puntando sui minori per traghettare i migranti verso l’Europa, lasciando i ragazzi alla mercé del carcere e di multe salate

I trafficanti di esseri umani puntano sugli adolescenti per traghettare i migranti sull’altra sponda del Mediterraneo

The Guardian

In Egitto e in Libia i trafficanti di esseri umani eludono la giustizia puntando sui minori per traghettare i migranti verso l’Europa, lasciando i ragazzi alla mercé del carcere e di multe salate.

È prassi sempre più diffusa tra i trafficanti di esseri umani che operano in Egitto e in Libia sollecitare i minori al timone delle imbarcazioni destinate a traghettare i migranti in Italia. Molti adolescenti, poi detenuti e imprigionati dalle autorità italiane, rischiano fino a 15 anni di galera e multe per centinaia di migliaia di Euro.

Quest’anno sono stati 18 i minorenni rinchiusi in prigione a Catania, in Sicilia, con l’accusa di tratta di esseri umani. Altri sono custoditi nei centri di detenzione giovanile di Agrigento, Palermo, Siracusa e Reggio Calabria. Secondo alcuni avvocati siciliani, il numero di minori accusati di vari reati è in crescita poiché i trafficanti, nel tentativo di eludere le autorità italiane, li mettono al comando delle imbarcazioni.

Said, 19 anni, ne aveva solo 15 quando fu arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione criminale.

“Mi avevano offerto un lavoro come pescatore su una barca ma, una volta lasciata Alessandria, mi dissero che avremmo trasportare 100 persone verso l’Europa. Cercai di ribellarmi ma il capitano, in possesso di un’arma, mi minacciò,” ha dichiarato ad un centro di affido a Catania.

“Che saremmo finiti in galera l’ho capito quando uno dei componenti dell’altro equipaggio ci disse che in Italia ci avrebbero arrestati. Disperato, iniziai a piangere.”

Gli avvocati che tutelano i minori che rischiano lunghe pene detentive sostengono che alcuni ragazzi sono stati minacciati, rapiti o indotti ingannevolmente a condurre le imbarcazioni per conto di trafficanti. I minorenni, reclutati in Libia e ora nelle carceri italiane, rivelano che, in cambio di un passaggio gratuito verso l’Europa, i trafficanti gli hanno insegnato a tenere il timone in mano. Ad altri è stato offerto un viaggio a un prezzo ridotto, ma solo in pochi sapevano cosa gli sarebbe toccato.

Khaled, un diciassettenne egiziano, è stato rinchiuso per cinque mesi nel carcere minorile Bicocca di Catania. Ora vive in libertà vigilata in un centro di affido. Fino a qualche anno fa, per aiutare la famiglia ad arrivare alla fine del mese, ha lavorato al comando di navi da crociera nel Mar Rosso.

Attraverso un legale che si occupa di minori in prigione, racconta al Guardian che, terminato il flusso di turisti, aveva accettato di unirsi ai trafficanti con la promessa di un viaggio in Europa, a costo zero, se avesse accettato di condurre la barca. Quando la Marina Militare italiana fermò la nave, gli altri passeggeri lo accusarono di essere un trafficante.

Secondo quando indicato dalle ONG impegnate in Sicilia, i minori egiziani sono il bersaglio preferito delle gang di trafficanti poiché in loro vedono potenziali timonieri. Molti ragazzi, provenienti da famiglie che un tempo vivevano del turismo legato alla nautica, o, figli di pescatori, sanno come usare e ripararele vecchie barche ora adoperate settimanalmente per il trasporto di migliaia di migranti verso le coste europee.

Ali, 16 anni, viene da un villaggio sulla costa dell’Egitto ed è da quattro mesi in custodia alla Bicocca. Proveniente da una famiglia di pescatori, racconta che l’instabilità politica e la crisi economica lo hanno obbligato a lasciare l’Egitto. Costretto ad aiutare economicamente la sua famiglia, ha accettato di unirsi ai trafficanti che, in cambio di un passaggio gratuito verso l’Europa, gli hanno chiesto di mettersi alla guida di un’imbarcazione. Proprio come Khaled, non sapeva che si sarebbe macchiato di un crimine.

“Attualmente in Egitto c’è una forte spinta a emigrare e i trafficanti hanno un ruolo fondamentale in questo”, sostiene Viviana Valastro, responsabile della protezione minori di Save The Children Italia. “L’intermediario, di casa in casa, invita i genitori a lasciar partire i figli, con la promessa di un futuro fiorente in Europa.”

Francesco Turrisi, un avvocato italiano che in passato ha lavorato su casi di minori, sostiene che l’interesse dei trafficanti verso i minori è crescente.

“Anche dinanzi alla prospettiva di condanne severe, se gli è stato chiesto di tacere, [i minorenni]non aprono bocca,” aggiunge. “Non hanno la capacità di capire che sono oggetto di sfruttamento, i trafficanti lo sanno e ne approfittano, lasciando i ragazzi ad affrontare il rischio mentre loro rimangono dietro le quinte.”

Quella di Said è una famiglia di pescatori di Kafr el-Sheikh, un villaggio nel Delta del Nilo. Era sotto pressione per aiutare la sua famiglia ad affrontare le difficoltà economiche dovute alla rivoluzione egiziana. Al Guardian racconta che, dopo aver accettato un lavoro su un peschereccio, fu rapito dai trafficanti e costretto a far parte di un equipaggio di un’imbarcazione colma e malsicura con oltre 100 migranti a bordo.

Gli fu detto che se avesse dato rogne al capitano, sarebbe stato ucciso, aggiunge. “Il capitano era una persona crudele. Senza né cibo né acqua, quando i passeggeri provavano a lamentarsi, venivano picchiati selvaggiamente,” racconta Said.

Daria Storia, avvocato esperta di migrazioni, racconta che quella di Said è un storia ricorrente per coloro che lavorano a Catania. “Non è raro che i minori siano costretti a lavorare per i trafficanti,” afferma. “Salgono a bordo di imbarcazioni credendo di andare a pescare e, una volta in mare aperto, scoprono che sono diretti in Italia, e a quel punto non possono tornare indietro.”

Said era uno dei tre minori sull’imbarcazione. Sono tutti finiti in prigione, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di associazione criminale.

“Il capitano si aspettava di essere arrestato, ma io fui colto di sorpresa,” aggiunge Said.

Ali ha trascorso cinque mesi in prigione, e per lui è stata un’esperienza traumatica all’insegna della solitudine. “Il periodo in prigione è stato molto duro, non sapevo con chi parlare, non conoscevo l’italiano. Gli altri parlavano con i loro genitori, ma a me dicevano che a casa non rispondeva mai nessuno,” racconta. “Mi sentivo in colpa perché mia madre è malata e la notizia del mio arresto le avrebbe arrecato un ulteriore dolore. Chiamare a casa è stata la prima cosa che ho fatto non appena sono stato assegnato a un centro di affido su indicazione del giudice. Non pensavano fossi vivo.”

Benché il suo avvocato sia riuscito ad ottenere il regime di semilibertà dopo cinque mesi trascorsi in carcere, Said è bloccato in un centro di affido a Catania, senza alcuna prospettiva di potersi ricongiungere con la sua famiglia se non dopo aver compiuto 21 anni. Racconta che sono tanti i minori che condividono lo stesso calvario.

“Non è questo quello che vogliono,” aggiunge il suo avvocato. “Questi ragazzi provengono da famiglie disagiate e sono costretti a percorrere questa strada. I leader delle organizzazioni non sono quelli sulle navi ma sulla terraferma, in Egitto, e rimangono impuniti. Intorno a queste persone aleggia una rete di protezione.”

Ahmed, un quindicenne della Guinea centrale, rischia 15 anni di galera e multe per centinaia di migliaia di euro per aver comandato, su incarico di una gang di trafficanti, un’imbarcazione con 270 migranti a bordo proveniente dalla Libia.

Con l’assistenza di un mediatore, Ahmed racconta che ha attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger e il Sahara prima di raggiungere la Libia. Lungo tutto il tragitto, le gang di trafficanti si sono impossessate del suo denaro in cambio di un passaggio sicuro, così si ritrovò senza soldi per pagare la sua traversata.

“Mi dissero che non potevo partire senza soldi, ma un’alternativa c’era: diventare timoniere,” racconta. Diversamente dai minori egiziani, Ahmed non aveva idea di come si facesse. La costa libica era la sua prima esperienza con il mare. “Ma mi dissero: «Non preoccuparti, imparerai da noi»”.

E in sette giorni imparò a condurre un peschereccio, usare un GPS e mantenere un percorso rettilineo. Dopo 24 ore dietro il timone, la Marina Militare italiana intercettò il peschereccio.

Pensando che sarebbe finito in prigione solo se le persone a bordo del barcone fossero morte, Ahmed si presentò alle autorità in qualità di capitano e fu arrestato. Ora è presso un centro di affido a Catania e sarà processato il prossimo anno, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di associazione criminale con una rete di trafficanti internazionale.

Eppure, a differenza di Ali, Ahmed è orgoglioso: “Ero il capitano di una barca,” dice. “L’ho condotta dalla Libia con oltre 200 persone a bordo, e nessuno ci ha rimesso la vita.”

 

[Articolo originale "Traffickers turn to teenagers to drive migrant boats across Mediterranean" di Luca Muzi]

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Traduzione di:
Grazia VentrelliItalia Grazia Ventrelli
Traduttrice a tempo pieno, camminatrice per diletto, è abituata a fare maratone per rispettare le scadenze. Appassionata di lingue e culture straniere.
Revisione di:
Loredana Spadola