L'altro giorno il Teatro dell'Opera di Roma ha licenziato la sua intera orchestra e il coro. Finanziata e gestita dallo Stato, e pertanto devastata dai debiti, l'Opera – così come molto altro in Italia – è stato un feudo delle tutele sindacali. Il suo direttore onorario, Riccardo Muti, si è stancato di anni di surreali scioperi bianchi, al punto da dimettersi. È difficile biasimarlo.

L’Italia in mortale declino, e nessuno ha il coraggio di fermarlo.

The Spectator

Tutto ciò che non funziona in Francia qui è anche peggio.

L’altro giorno il Teatro dell’Opera di Roma ha licenziato la sua intera orchestra e il coro. Finanziata e gestita dallo Stato, e pertanto devastata dai debiti, l’Opera – così come molto altro in Italia – è stato un feudo delle tutele sindacali. Il suo direttore onorario, Riccardo Muti, si è stancato di anni di surreali scioperi bianchi, al punto da dimettersi. È difficile biasimarlo. I musicisti dell’Opera – i “professori” – lavorano per 28 ore alla settimana (quasi la metà delle quali dedicata allo “studio”) e sono pagati con 16 mensilità all’anno, senza contare dei benefit assurdi come il doppio stipendio quando suonano all’aperto perché l’umidità mette a rischio la salute. Anche così, in estate, Muti era stato obbligato a dirigere una Bohème con solo un pianista perché il resto dell’orchestra stava scioperando.

Dopo le dimissioni di Muti, la direzione dell’Opera ha compiuto un atto senza precedenti: ha licenziato circa 200 membri dell’orchestra e del coro, in un paese in cui nessuno che abbia un contratto a lungo termine può esser licenziato. Si è trattato di un atto rivoluzionario – possiamo dire “tatcheriano”? Se solo qualcuno avesse il coraggio di far qualcosa di simile in tutti i settori dello Stato italiano. Ma nessuno vuole. L’Italia sembra condannata.

L’ultimo periodo di panico sui mercati azionari globali ha ricordato al mondo la vulnerabilità dell’euro, e questa settimana gli opinionisti della stampa britannica sono stati impegnati a speculare sul possibile collasso francese. Quasi nessuno si disturba più a preoccuparsi dell’Italia, anche se la settimana scorsa i suoi mercati hanno subito il secondo colpo più grave di sempre dopo quello subito dalla Grecia.

Il declino irreversibile dell’Italia è una conclusione ormai scontata. Il paese è un caso troppo disperato per pensarci.

L’esperienza italiana dell’unione monetaria europea è stata particolarmente dolorosa. Gli italiani sono entrati nell’euro come dei sonnambuli, senza alcun dibattito approfondito, ed erano così felici di partecipare da accettare un tasso di cambio tremendamente alto con la lira. Il prezzo per beni fondamentali, come sigarette, caffè e vino, si è raddoppiato nel giro di una notte mentre gli stipendi rimanevano inalterati – anche se a quel tempo il lavoro si trovava ancora abbastanza facilmente, e i prestiti erano abbastanza semplici da ottenere. Ma quando arrivò la grande crisi, l’Italia, prigioniera di un’unione monetaria cui non corrisponde un’unione politica, fu incapace di reagire, e non poté più ricorrere alla tradizionale medicina della svalutazione.

Il solo modo per recuperare ammesso da Bruxelles e da Berlino – l’austerità – è stato controproducente perché superficiale. Se l’austerità deve stimolare la crescita, bisogna metterla in pratica fino in fondo, il che coinvolge inevitabilmente grandi sofferenze e il rischio di disordini di massa. Nessun politico italiano può sopportarlo.

L’Italia non può dar la colpa di tutti i suoi problemi all’unione monetaria, però. L’euro non ha causato la catastrofe, ma ha privato l’Italia dei mezzi per combatterla e l’ha esposta alla sua fatale debolezza strutturale.

La disoccupazione giovanile qui è del 43% – la più alta di sempre. Questa situazione non risponde del mercato nero, che è così grande che il governo italiano vuole ora includerne alcune parti – prostituzione, traffico di droga e contrabbando assortito – nei suoi grafici ufficiali del PIL.

Si stima che il contributo sia tale da riuscire a portare il Paese fuori dalla sua terza recessione in sei anni.

Dovremmo ricordare che le aziende italiane ricevono fondi statali per pagare dipendenti per fare nulla e non li licenziano – al momento, circa mezzo milione di lavoratori sono in quella che viene chiamata “cassa integrazione”. Pertanto il vero tasso di disoccupazione deve essere almeno al 15%, e non include tutti coloro che hanno smesso di cercare lavoro. Solo il 58% degli italiani in età da lavoro sono impiegati, contro il 65% medio del resto del mondo sviluppato.

Anche includendo la cocaina e il bunga-bunga, non cambia il fatto straordinario che l’economia italiana ristagna fin dal 2000. Infatti, negli scorsi cinque anni è sprofondata del 9,1%. Peggio ancora, il mese scorso è entrata in deflazione, la cosa che tutti temono di più – anche più dell’iperinflazione – e che ha causato lo stagnamento ventennale dell’economia giapponese.

Dal tempo della defenestrazione di Berlusconi nel novembre del 2011 a causa dello scandalo del bunga-bunga, e del tremendo divario emerso fra i valori dei bond italiani e di quelli tedeschi, l’Italia ha avuto tre premier non eletti dal popolo.

Matteo Renzi, della sinistra, è l’ultimo di questi, ed è stato chiamato il Tony Blair italiano per il modo in cui è riuscito a forzare il suo partito, il Partito Democratico post comunista, a seppellire il passato e affrontare il futuro. Inizialmente, aveva promesso di creare tutte le riforme strutturali nel giro di 100 giorni; ma ovviamente non l’ha fatto, e ora dice che ne occorrono 1000.

Il “rottamatore”, come viene chiamato Renzi, ha appena fatto passare con la forza un piano di riforme tra grandi fanfare e persino una rissa al Senato. Il piano di Renzi dovrebbe abolire il leggendario Articolo 18, che rende praticamente impossibile licenziare qualcuno da una compagnia con più di 15 impiegati. Eppure, se la cosa diventasse legge, trattandosi dell’Italia, arriverebbe alla gazzetta ufficiale così annacquato da essere insignificante. I sindacati hanno promesso “un autunno caldo” per proteggere la loro vacca sacra più preziosa.

Sempre la solita storia. Indipendentemente da chi è al governo in Italia, si finisce sempre con molto fumo e niente arrosto, e questo, a essere giusti, accade in parte perché il sistema elettorale rende impossibile evitare governi di coalizione, e in parte perché la costituzione, per timore di una dittatura, dà al Primo Ministro poco potere esecutivo.

Le reti TV italiane mandano in onda talk-show di argomento politico (molti dei quali di sinistra anche sui canali di Berlusconi), ma anche questi sono in crisi: gli italiani, fatalmente disillusi, non si disturbano più a guardare la televisione.

Il debito pubblico italiano, nel frattempo, continua a crescere in modo esponenziale. Ora siamo a 2,2 trilioni di euro, che corrispondono al 135% del PIL – il terzo più alto al mondo dopo Giappone e Grecia. E più aumenta la deflazione, più aumenta il debito sul piano della vita reale.

In Italia, come in Francia, una filosofia dirigista ha predominato fin dalla Seconda Guerra Mondiale.  Il governo è gestito come un racket di protezione; il denaro finisce in ogni angolino e in ogni crepa dell’economia. Anche i giornali sono sostenuti da fondi pubblici, e questo è il motivo per cui ce ne sono così tanti.

Chiunque lavori nel settore privato – le aziende di famiglia che hanno fatto la fama dell’Italia nel mondo – è in una brutta situazione. L’Italia ha il carico fiscale complessivo più pesante al mondo con il 68%, secondo il Sole 24 Ore, seguito dalla Francia al 66%, contro al solo 36% della Gran Bretagna. Fondare un’impresa in Italia significa entrare in un incubo burocratico kafkiano, e tenerla in piedi è ancora peggio.

Si tratta anche di consegnare allo stato almeno il 50% per ogni euro pagato ai dipendenti. Si aggiunga a questo un sistema giudiziario bizantino, politicizzato e in possesso di un potere spaventoso, e si comincerà a comprendere perché nessuna compagnia straniera sana di mente piazzerà una sede in Italia.

Ho lavorato per un giornale locale, La Voce di Romagna, come colonnista, per una decina d’anni e fino all’anno scorso, ma ho smesso dopo che il mio datore di lavoro – anche se riceveva grandi quantità di denaro pubblico – non mi aveva pagato per tre mesi. Non avevo diritto a un sussidio di disoccupazione, perché ero un free-lance. Gli impiegati con contratti standard hanno diritto al sussidio, ma solo per un anno o giù di lì. Molti miei colleghi non erano stati pagati per periodi lunghi fino a un anno. Ora, però, La Voce sta per andare in bancarotta e chiudere. Io non scommetterei un solo euro sul fatto che uno dei miei ex colleghi riuscirà a vedere un soldo di quel che gli è dovuto.

Ma c’è un’altra Italia – quella finanziata dallo stato – dove la vita è, se non rose e fiori, quantomeno decente, tutto considerato – anche se quei licenziamenti dell’Opera di Roma hanno provocato un minimo di ansia. I parlamentari italiani sono i più pagati del mondo civile, e guadagnano quasi il doppio di quelli britannici. I barbieri del Parlamento italiano guadagnano fino a 136,120 euro lordi all’anno. Tutti gli impiegati statali ricevono favolose pensioni prossime allo stipendio finale. Non è difficile comprendere la rabbia del lavoratore privato italiano medio, il cui salario annuale è di 18,000 euro lordi.

La frase “non potresti inventartelo” si adatta bene al mondo dorato degli impiegati statali italiani – specialmente nel Mezzogiorno, il sud senza speranza. La Sicilia, ad esempio, ha 28,000 guardie forestali – più del Canada – e ha 950 autisti di ambulanza che non hanno un’ambulanza da guidare.

Un governo italiano che voglia davvero combinare qualcosa farebbe tagli urgenti e drastici non solo al settore statale così gonfio, parassitario e corrotto, ma anche alle tasse, al costo del lavoro e ai tappeti rossi. Ma anche adesso solo Beppe Grillo, una versione moderna e comica di Benito Mussolini, e la Lega Nord separatista sostengono il ritiro dall’euro. Molti italiani ancora non lo capiscono: l’euro è il problema, non la soluzione, a meno che non si metta in atto una vera e forte politica dell’austerità, cosa che nessuno farà se non costretto da una canna di pistola puntata alla tempia.

L’Italia, ancor più della Francia, è il malato dell’Europa – ed è anche il moribondo dell’Europa. Le donne italiane un tempo avevano più figli di tutte le altre europee. È normale incontrare uomini anziani chiamati Decimo. Eppure per decenni il tasso di nascita in Italia è stato fra i più bassi al mondo, e se non fosse per l’immigrazione la popolazione sarebbe in calo. Quando le donne italiane rifiutano di fare figli, è un chiaro segnale di una malattia terminale della società.

 

[NdT: la stampa italiana annuncia, al 18 novembre, che un accordo coi sindacati ha evitato i licenziamenti all’Opera.]

 

[Articolo originale "Italy’s in terminal decline, and no one has the guts to stop it" di Nicholas Farrell]

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Traduzione di:
Federico GiusfrediGermania Federico Giusfredi
Sono un linguista, storico e studioso di antichità orientali, e lavoro anche come traduttore editoriale da tedesco e inglese. Ho lavorato per sette anni a Monaco di Baviera, dove ho iniziato a leggere con interesse la stampa estera.
Revisione di:
Noemi Alemanni