“Tutti parlano dello scafista, come se ci fosse un vero e proprio prototipo”, dichiara Emilio Cintolo sistemandosi gli occhiali. Nell’ultimo periodo sulla scrivania dell’avvocato di Ragusa si sono accumulati casi in cui il legale è chiamato a difendere i mediatori che portano i migranti in Sicilia, quasi sempre in maniera illegale e quasi sempre in condizioni disumane.

I richiedenti asilo in Italia – naufraghi (Parte IV)

Der Spiegel

Parte I_ Arrivo

Parte II_Il Capitano

Parte III_ Il Minorenne

 

Parte IV_Lo scafista

“Tutti parlano dello scafista, come se ci fosse un vero e proprio prototipo”, dichiara Emilio Cintolo sistemandosi gli occhiali. Nell’ultimo periodo sulla scrivania dell’avvocato di Ragusa si sono accumulati casi in cui il legale è chiamato a difendere i mediatori che portano i migranti in Sicilia, quasi sempre in maniera illegale e quasi sempre in condizioni disumane.

“Gli scafisti di oggi non sono come quelli di tre anni fa”, spiega Cintolo. All’inizio del 2011 erano soprattutto pescatori che si lasciavano assoldare per il trasporto di persone. I profughi, nella maggior parte dei casi tunisini e libici, venivano, allora, portati direttamente sulle coste italiane, dove proprio alcuni complici degli stessi scafisti li attendevano. Sempre che le barche non affondassero prima.

Poi si è passati all’Egitto: centinaia di migranti caricati su un’enorme nave appoggio e poi abbandonati a se stessi in minuscole scialuppe di salvataggio di fronte alle acque territoriali italiane. All’insegna del “Buon divertimento, laggiù c’è Lampedusa.”

Dall’autunno del 2013 si ha, invece, a che fare soprattutto con delle chiatte rimorchiate, dove i profughi, provenienti dalla Libia o dall’Egitto, sono assegnati alla guida. Alcuni vengono recuperati dalla marina italiana già dopo dieci ore di viaggio nell’ambito dell’operazione di salvataggio “Mare nostrum”: proprio su questo fanno affidamento anche gli scafisti.

“A bordo si consuma il dramma nel dramma”, sottolinea Cintolo. “Di norma la barca non viene, infatti, guidata dai trafficanti ma proprio da quei profughi che non hanno soldi per la traversata: per un biglietto, quindi, diventano complici.” E’ preoccupante che nell’attribuzione della pena spesso non venga fatta alcuna distinzione tra scagnozzi e veri e propri criminali organizzati che, talvolta, non si scompongono nemmeno mentre, discutendo, lasciano affondare in mare una nave con i suoi passeggeri.

Gli scafisti rischiano pene pluriennali soprattutto nel caso in cui, durante la traversata, vi siano delle vittime. Semplicemente il favoreggiamento dell’ingresso illegale di più di cinque persone può essere punito con una pena detentiva dai 5 ai 15 anni e una contravvenzione di 15.000 euro per ogni profugo. Nel caso di comprovato commercio per scopo di lucro le pene si inaspriscono notevolmente.

Se l’accusato fosse reo confesso, collaborasse con le autorità e non facesse parte di un’organizzazione criminale la pena potrebbe essere, invece, ridotta in maniera cospicua.

Fino a poco tempo fa, proprio gli scafisti approfittavano di un decreto straordinario, fonte di grandi controversie in Italia, emanato in giugno per alleggerire le carceri affollate all’inverosimile: chiunque avesse dovuto scontare una pena prevista fino a tre anni non sarebbe più incorso nella detenzione preventiva. Conseguenza: molti scafisti scomparivano semplicemente e si sottraevano alla giustizia.

“Che messaggio per le bande di delinquenti!”, si lamenta Cintolo. “Quasi un invito agli scafisti a trasportare sempre più gente in Italia.” Ma già in agosto il decreto è stato modificato in alcune parti significative ed è diventato più restrittivo.

Jalal, egiziano, dovrebbe rimanere più di tre anni dietro le sbarre. Il 24 maggio 2014, a bordo di una nave di migranti con 429 siriani ed egiziani a bordo, sbarcava in Sicilia. Alcuni testimoni confermano che egli abbia lavorato come meccanico a bordo della nave. Secondo i documenti giudiziari Jalal ha dichiarato:

Non sono stato pagato per il viaggio. Dal momento che sono povero e devo sfamare due bambini, sono venuto in Italia per migliorare la mia situazione. Prima della partenza ho pagato una piccola somma, 2000 sterline egiziane (circa 215 euro) e il resto lo avrei pagato non appena avessi raggiunto l’Italia. Io e il capitano siamo saliti insieme sulla barca, ci conoscevamo già da prima. Il mio aiuto come meccanico è nato a bordo. (…)

Pensavo di essere un membro dell’equipaggio. L’equipaggio era composto solo da due membri. Conoscevamo il proprietario della nave, Ridha Imida. Siamo partiti dall’Egitto, da Rosetta, e la traversata è durata cinque giorni.”

Cintolo riferisce che Jalal era stato preso, spontaneamente, come aiuto a bordo all’ultimo minuto. “Questo è il comandante, tu sei l’assistente e fai quello che vuole lui” gli ha detto un egiziano. Il suo mandante non era al corrente del fatto che stesse per commettere un reato. Jalal, in carcere, era sconcertato per via della sua cattura. Il procuratore, tuttavia, ha stabilito una pena di tre anni e l’egiziano si trova quindi in detenzione preventiva. “La moglie malata di sclerosi multipla si trova ora sola, con i figli, in Egitto, anche se l’uomo non ha agito in maniera organizzata o per scopi di lucro”, riferisce l’avvocato.

Naturalmente ci sono degli scafisti che di professione trasportano clandestinamente, persone, guidando più volte le spedizioni e facendosi pagare. Ma anche loro guadagnano solo una minima parte di quanto incassano i mandanti. I prezzi per una traversata oscillano tra le centinaia e le migliaia di euro e, per ogni nave arrivano, centinaia di migliaia di passeggeri. Per gli scafisti professionisti il guadagno ammonta a circa un migliaio di euro ma le somme variano in base al paese di partenza e all’organizzazione di appartenenza.

Dall’inizio dell’operazione “Mare Nostrum”, nell’ottobre del 2013, più di 450 contrabbandieri sono stati catturati e, obiettivo dichiarato dell’operazione UE in programma “Frontex Plus”, è quello di incrementare questa cifra.

Vincere i mandanti è un’operazione praticamente senza speranze: alcuni capitani delle navi appoggio sono sì finiti nella rete della polizia e i complici sono stati catturati in Italia ma non vi è praticamente alcuna collaborazione tra inquisitori italiani e autorità in Libia o in Egitto. La riservatezza è grande, l’organizzazione delle bande di scafisti oscura e la situazione, per esempio in Libia, del tutto confusa.

Cintolo ha condotto più di 30 processi a scafisti. Oggi dichiara: „Dobbiamo ripensare in maniera radicale il nostro atteggiamento verso la migrazione. Fino a quando alzeremo muri e barriere le persone continueranno a morire. Gli stati dell’Unione Europea dovrebbero assumersi più responsabilità.” Cosa dovrebbe succedere concretamente? “Abbiamo bisogno di corridoi umanitari, della possibilità di fornire asilo nei paesi di arrivo, con la garanzia che le richieste vengano controllate minuziosamente.”

Poi il tranquillo e accorto avvocato riflette su qualcosa di impensabile: “Cosa succederebbe se facessimo entrare semplicemente i profughi in Europa senza visto?”

[Articolo originale "Asylbewerber in Italien: Gestrandet-Der Schleuser" di Annette Langer e Giulio Magnifico]

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Traduzione di:
Claudia SalogniGermania Claudia Salogni
Laureata in lingue e letterature euroamericane, ha una passione per la lingua e la letteratura tedesca. Ama Berlino (est), i grandi romanzi e la natura. Aspirante traduttrice professionista, ritiene la libera circolazione di informazioni un bene da non sottovalutare.
Revisione di:
Claudia Marruccelli