Il film biografico di Abel Ferrara presentato alla biennale di Venezia ricostruisce le ultime ore di vita del regista italiano, assassinato nel 1975.

Chi ha davvero ucciso Pier Paolo Pasolini?

The Guardian

Il film biografico di Abel Ferrara presentato alla biennale di Venezia ricostruisce le ultime ore di vita del regista italiano, assassinato nel 1975.

“Vuoi andare a fare un giro?” avrebbe chiesto il poeta e regista italiano al gigolò, secondo la testimonianza di quest’ultimo fatta alla polizia. “Vieni a fare un giro con me, e ti farò un regalo”.

Così ebbero inizio gli eventi che portarono all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, intellettuale brillante, regista e omosessuale, la cui visione politica, basata su un singolare intreccio di Eros, Cattolicesimo e Marxismo, riuscì ad anticipare, dopo la sua morte, la storia italiana e il dilagare del consumismo globale.

E’ stato un omicidio che, quarant’anni dopo, resta avvolto in quella rete di mistero e oscurità di cui l’Italia è maestra, un giallo [in italiano nel testo, NdT].

L’incontro avvenne nel miasma dell’adescamento, nei pressi della stazione Termini di Roma, alle 10.30 di sera dell’ 1 Novembre 1975.

E segna il punto di inizio di un film già tra i favoriti di questa settimana, per il Leone d’Oro alla biennale di Venezia: “Pasolini”, con la partecipazione di Willem Dafoe, diretto da Abel Ferrara, nato nel Bronx, ma di origini italiane.

Il film tratta dell’ultimo giorno di una vita straordinaria. Ferrara ha dichiarato: “Io so chi ha ucciso Pasolini”, ma non fa nomi. E in un’intervista concessa ad Il Fatto Quotidiano, ha aggiunto: “Pasolini è stato una fonte di ispirazione”.

All’una e trenta del mattino, tre ore dopo l’incontro in stazione, una volante dei Carabinieri fermò un’Alfa Romeo lanciata a tutta velocità sul malridotto lungomare dell’Idroscalo di Ostia, nei pressi di Roma.

Alla guida un diciassettenne, Giuseppe (Pino) Pelosi, cercava di scappare, ma fu arrestato per furto dell’auto, identificata successivamente come appartenente a Pasolini. Due ore dopo venne rinvenuto il corpo del regista, picchiato, coperto di sangue, investito dall’auto, accanto ad un campo di calcio. E tutto intorno schegge di legno insanguinato.

Pelosi confessò: lui e Pasolini si erano messi in viaggio, avevano mangiato in un ristorante che il regista conosceva, il Biondo Tevere vicino la basilica di San Paolo, dove era conosciuto. Pino aveva mangiato spaghetti aglio e olio, Pasolini aveva bevuto una birra. Alle 11.30 si erano diretti verso Ostia, dove Pasolini aveva chiesto “qualcosa che non volevo”, sodomizzare il ragazzo con un bastone di legno. Pelosi rifiutò, Pasolini lo colpì; Pelosi corse via, raccolse due pezzi di un tavolo, prese il bastone e colpì Pasolini fino ad ucciderlo. Mentre scappava via in macchina, passò sopra quello che credeva un dosso del terreno. “Ho ucciso Pasolini” confesserà al suo compagno di cella, e alla polizia.

Pelosi fu condannato nel 1976, “con  ignoti”. L’autopsia del Dottor Faustino Durante determinò che “Pasolini fu la vittima di un attacco perpetrato da più di una persona”. In appello, tuttavia, “gli altri” vennero esclusi dal verdetto. Pelosi aveva agito da solo e il maestro era rimasto ucciso nel corso di una squallida tresca, finita male e da dimenticare, forse anche meritatamente. Ma il fascino per Pasolini ed i suoi film (e in Italia, anche per i suoi libri) crebbe, così come il mistero intorno alle sue ultime ore di vita.

La notorietà del suo lavoro è chiaramente meritata: il Moma di New York gli ha dedicato una retrospettiva nel 2012, il BFI nel 2013. Lo scorso Aprile il Vaticano, che una tempo perseguitava Pasolini e lo denunciò per blasfemia, ha definito il suo capolavoro “Il Vangelo secondo Matteo” “il miglior film mai realizzato su Gesù”.

L’espressione di fede radicale di Pasolini dipinge Gesù come un rivoluzionario “Messia rosso”, secondo la dottrina francescana di santa povertà, che in parte influenza il papa attuale, Francesco.

Ma l’ossessione per la sua morte è meno comprensibile: nel 2010 l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, leader del Partito Democratico, chiese di riaprire il caso sulla base di una serie di sospette coincidenze politiche.

Pasolini venne assassinato il giorno dopo il suo ritorno da Stoccolma, dove aveva incontrato Ingmar Bergman e altri esponenti dell’avanguardia cinematografica svedese, e aveva concesso un’intervista esplosiva all’Espresso.

In questa, aveva aperto uno dei suoi argomenti preferiti “Considero il consumismo un fascismo peggiore di quello classico”.

La visione Pasoliniana di neo-totalitarismo in cui l’iper-materialismo stava distruggendo la cultura italiana, può essere ora vista come un’acuta previsione di quello che sarebbe accaduto al mondo con l’avvento di internet.

Ma la sua critica aveva, da mesi prima del suo omicidio, un obiettivo preciso. Prendendo in considerazione la televisione per la sua influenza negativa, aveva anticipato l’ascesa al potere della tipologia magnate-dei-media-poi-premier alla Silvio Berlusconi molto prima del previsto.

Ancora più precisamente, aveva scritto una serie di editoriali sul Corriere della Sera, denunciando una leadership della Democrazia Cristiana macchiata di connivenza con la Mafia, e prevedendo la cosiddetta Tangentopoli, uno scandalo scoppiato 15 anni dopo, quando un’intera classe politica venne messa agli arresti nei primi anni 90.

Nei suoi interventi, Pasolini dichiarava che la DC sarebbe dovuta finire in tribunale, non solo per rispondere ad accuse di corruzione, ma anche per associazione con il terrorismo neofascista, responsabile di bombe sui treni e di una manifestazione a Milano.

Ancora una volta, una giustificazione agghiacciante: quelli erano i cosiddetti “anni di piombo” in Italia,  che culminarono con la strage di Bologna, in cui rimasero uccise 82 persone, per mano di neofascisti legati ai servizi segreti, cinque anni dopo la morte di Pasolini.

Ero uno studente nella turbolenta Firenze del ‘73, e sono ritornato ogni anno dopo, unendomi all’organizzazione radicale Lotta Continua; e ricordo benissimo il giornale di Lotta Continua che pubblicava i contributi di Pasolini, sebbene il suo rapporto con i movimenti radicali figli del ‘68 restasse ambiguo.

Solidarizzò con la polizia che contrastava le manifestazioni studentesche perché, sosteneva, erano “figli dei poveri” attaccati dai rampanti “figli di papà”. E fu così che, alla notizia dell’omicidio del 1975, quelli più vicini a Pasolini videro la mano del potere dietro la sua morte.

Non sarebbe stato il primo caso: eminenti intellettuali di sinistra erano spesso attaccati o assassinati; la femminista Franca Rame, che avrebbe poi sposato lo scrittore anarchico Dario Fo, venne violentata da un gruppo di neofascisti, incoraggiati dai Carabinieri.

Alcuni membri della famiglia di Pasolini, così come il suo giro di amici e gli scrittori Oriana Fallaci ed Enzo Siciliano suggerirono motivazioni politiche dietro l’omicidio e produssero prove che mettevano in discussione la versione di Pelosi, come ad esempio la maglia verde trovata nella macchina che non apperteneva nè a Pasolini nè a Pelosi, e l’impronta insanguinata della mano di Pasolini sul tetto (c’erano a malapena macchie di sangue su Pelosi).

Secondo le testimonianze, dei motociclisti ed un’altra macchina avevano seguito l’Alfa Romeo.

Nel Gennaio del 2001, venne pubblicato un articolo su La Stampa, che trasformò i complotti in indizi. Riguardava la morte di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, avvenuta in un incidente aereo nel 1962, la cui vicenda venne raccontata in un film di Francesco Rosi, con il quale Pasolini aveva lavorato.

L’autore dell’articolo, Filippo Ceccarelli, un esperto giornalista politico italiano, citava le indagini di un giudice, Vincenzo Calia, sugli intrighi politici all’interno dell’ENI, che avevano portato alla conclusione che l’aereo era stato abbattuto. Il giudice Calia indicò che il successore di Mattei, Eugenio Cefis, era implicato nell’affare in combutta con dei leader politici. L’articolo menzionava un giornalista che aveva lavorato al film “L’affare Mattei” con Rosi, Mauro di Mauro, che era stato rapito ed era sparito senza lasciare traccia.

Molto prima delle indagini di Calia, rese note nel 2003, Pasolini aveva lavorato ad un libro poi pubblicato postumo, Petrolio, i cui protagonisti erano una versione malamente dissimulata di Mattei e Cefis. Il libro rivelava informazioni su come lo scandalo dell’ENI e l’omicidio erano al centro del potere e della loggia massonica P2, di cui Cefis era un membro fondatore. Ceccarelli scrisse: “Ben 25 anni prima, lo scrittore Pasolini sapeva già l’esito di un’indagine molto lunga”.

Poi nel 2005 si aprirono le cateratte. Pelosi, intervistato in televisione, ritrattò la sua confessione, dicendo che due fratelli e un altro uomo avevano ucciso Pasolini, chiamandolo “frocio” e “sporco comunista” mentre lo picchiavano a morte. Disse che frequentavano il distaccamento Tiburtina del partito neofascista MSI. Tre anni dopo, Pelosi fece altri nomi in un saggio intitolato “Profondo nero”, pubblicato dalla casa editrice radicale Chiarelettere, che rivelava le connessioni delle cellule fasciste più estreme con i servizi segreti di stato, dicendo che non aveva mai osato parlare in seguito a minacce alla sua famiglia

Uno degli amici più stretti di Pasolini, il regista assistente Sergio Citti, si fece avanti dicendo che la sua personale indagine aveva evidenziato delle prove completamente trascurate: pezzi insanguinati di un bastone lasciati vicino ad un campetto di calcio, e un testimone ignorato dalle indagini ufficiali che aveva visto cinque uomini trascinare Pasolini fuori dalla macchina.

Citti introdusse materiale nuovo: il furto di bobine dell’ultimo film di Pasolini, Salò, che lui aveva provato a farsi restituire. Risultò che la banda di ladri frequentava lo stesso bar in cui Pelosi giocava a biliardo, e aveva incontrato Pasolini nel suo ultimo giorno di vita per accordarsi per un incontro. Un’altra indagine dello scrittore Fulvio Abbate lega gli assassini alla famosa banda criminale della Magliana, delle periferie costiere di Roma.

Eppure il caso resta chiuso, e ci sono persone all’interno del circolo di amicizie di Pasolini, così come nella classe politica, che preferiscono così. L’autore Edoardo Sanguineti definì la morte “suicidio delegato” da parte di un sado-masochista propenso  all’autodistruzione. Il cugino di Pasolini, Nico Naldini, un poeta omosessuale, nel libro dall’ambiguo titolo “La breve vita di Pasolini” scrisse dei “rituali feticistici” del regista e della “sua attrazione per i ragazzi che gli faceva perdere il suo senso del pericolo”.

Pasolini era morto, così dice la storia, come in una scena dei suoi film. “È solo in punto di morte”, Pasolini aveva detto nel 1967, “che la nostra vita, ambigua fino a quel punto, indecifrabile, sospesa, acquista un significato”

 

[Articolo originale "Who really killed Pier Paolo Pasolini?" di Ed Vulliamy]

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Traduzione di:
Sara AngelucciItalia Sara Angelucci
sarangelucci@gmail.com
Loredana SpadolaSvezia Loredana Spadola
Napoletana e ricercatrice in un’azienda farmaceutica a Göteborg. Lettrice vorace.
Revisione di:
Sara AngelucciLoredana Spadola